Nel 2004, a 28 anni dall’esplosione alla Icmesa di Seveso, Jorg Sambeth, già direttore tecnico della Givaudan – Hoffmann La Roche, pubblica il libro Zwischenfall in Seveso per confessare, praticamente ‘in limine mortis’, che i suoi vertici aziendali, pur sapendo quanto grave l’evento fosse stato, decisero di tacere, ritardando l’evacuazione delle persone colpite dalla nube tossica.
Sambeth sostiene che già da anni quei vertici bloccavano il progetto di ammodernamento dello stabilimento di Seveso da lui visitato per la prima volta nel giugno 1970, ricavando l’impressione che non vi si fosse investito abbastanza: il reattore per il triclorofenolo, che poi sarebbe scoppiato, era abbastanza moderno ma il resto dello stabilimento era un disastro, il capannone insufficiente, le infrastrutture da rifare, minima manutenzione, strumentazione obsoleta, nessun impianto di depurazione delle acque, condizioni di lavoro sotto lo standard. «L’intero progetto per la produzione di triclorofenolo era sbagliato, non appoggiava sulla ricerca, il reattore era pronto ad esplodere».
Il giorno successivo all’incidente, a Sambeth spiegarono che la temperatura nel reattore era salita oltre il limite e che una nube era uscita fuori dallo stabilimento: pensò alla diossina, conoscendo i meccanismi della reazione, chiese di raccogliere campioni per le analisi e dopo tre giorni i risultati dimostravano che era stata emessa proprio diossina, ma i vertici decisero di negare che la Roche c’entrasse con l’incidente e non lo autorizzarono ad avvisare le autorità di quale fosse la sostanza emessa.
Due settimane dopo, grazie a centinaia di analisi venne comunque mappata la contaminazione e il piano di evacuazione della popolazione venne presentato dalla Roche alle autorità italiane a Lugano, su consiglio del loro ufficio legale, che temeva arresti. L’evacuazione fu completata solo 40 giorni dopo il disastro, perché «le autorità italiane si mossero troppo lentamente», dice Sambeth.
In Italia, solo una partigiana friulana, medico e ambientalista si intestardì per capire cosa fosse accaduto e cosa occorresse fare per limitare i rischi per le popolazioni: Laura Conti.
Da precario ricercatore neolaureato in Chimica e ambientalista, cercavo informazioni che le fossero utili: cominciavamo a sentir parlare di diossine, ma riscontravamo come in letteratura nulla se ne sapesse, né trovavamo riscontri negli Handbook anche più aggiornati. Cominciò allora l’intenso lavorio telefonico con Barry Commoner, chimico ed ambientalista statunitense di grande vaglia, che ci diede notizie circa questa famiglia di composti organoclorurati presente nel terribile “agente Orange” con cui venivano bombardate le foreste pluviali vietnamite, per disseccarle e renderle inospitali ai Vietcong di Ho Chi Minh.
A livello istituzionale lombardo, la vicenda fu alle mani di due dirigenti regionali poi divenuti ‘grand commis’ di caratura nazionale, Carreri e Mascazzini. A livello sociale e di comunicazione, nonostante il verificarsi dei primi casi di cloracne tra gli abitanti dell’area brianzola interessata, prevalse subito il negazionismo ‘tranquillizzatore’ dei girotondi di CL, con i bimbi che cantavano ‘A Barlassina non c’è la diossina…’.
Nulla trapelava: non si sapeva quanta diossina fosse fuoruscita, quanta ne rimanesse nel reattore, come ci si dovesse comportare con animali e vegetali probabilmente interessati dalla ricaduta degli inquinanti. Si sentiva dire che in una locanda della zona fossero stati ospitati per qualche giorno operai turchi, si vociferava fossero stati utilizzati per svuotare manualmente e senza particolari protezioni il reattore, dentro cui si stimava fossero presenti diversi chili della famiglia di sostanze chiamate ‘diossine’ delle quali faceva paura soprattutto la 2,3,7,8,TCDD. I tecnici del Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi chiamati ad avviare i monitoraggi in campo vennero inquadrati in una struttura sorvegliata da un alto Ufficiale dei CC, abbastanza anziano, autoritario nei modi e di modesta statura, che controllava non avvenissero ‘fughe di notizie’.
Si deve considerare anche, peraltro, come dal punto di vista delle metodiche analitiche necessarie alla bisogna specifica, da pochissimo tempo allora operassero in Italia i primi  apparecchi ‘ad hoc’, basati sulla combinazione tra gascromatografia e spettrometria di massa.
Laura, sostanzialmente sola, proseguiva la sua battaglia di verità. Divenuta Consigliere Regionale per il PCI, venne a lungo dileggiata dal suo stesso partito, che con pragmatico realismo attingeva, per farsi un’opinione, le informazioni ‘affidabili’ da un ‘compagno ingegnere’ di cognome Fortunati, alto calvo, dinoccolato, che operava a fianco del Sen. Luigi Noè, VicePresidente dell’ENEA, democristiano brianzolo non certo della sinistra dei Granelli e dei Marcora, nominato nel frattempo Commissario all’emergenza. Collaborava con lui un dipendente ENEA , il geom. Canzi. Noè curò anche l’operazione di allontanamento dei rifiuti più pericolosi, inclusa la diossina rimasta nel reattore, dalla zona contaminata: ancora oggi non sappiamo chi li avesse trasportati, e dove.
Si parlò di Marsiglia, di Rotterdam… si pensa sempre alla discarica di Pitelli a La Spezia.
Solo Giovanni Berlinguer dimostrò affetto e stima per Laura, portandola in Parlamento. Ciò non le tolse certo l’amarezza per non avere avuto giustizia a favore delle ‘lepri dalla faccia di bambine’ (parafrasando il titolo di uno dei suoi libri più noti), le bambine sfregiate dalla cloracne, per non parlare delle persone colpite dal cancro.