Secondo il report Energy and Air Pollution 2016, appena pubblicato dall’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), ogni giorno nel mondo muoiono circa 18mila persone a causa dell’inquinamento atmosferico. Come ben ha spiegato Pietro Greco in un recente articolo su micron, questo numero impressionante è destinato ad aumentare nei prossimi decenni se non saremo in grado di modificare al più presto il nostro paradigma energetico, insieme alle norme che regolano questo settore. L’attuale cattivo utilizzo dei combustibili fossili è inoltre dovuto a due fattori sociali, quali povertà e urbanizzazione.
Le emissioni stanno scendendo nei Paesi industrializzati, ma allo stesso tempo si assiste localmente a un loro preoccupante aumento: in India, nel Sud-est asiatico e in Africa, dove si registra in parallelo una crescita, peraltro legittima, della domanda di energia. La IEA auspica quindi l’attuazione di nuove politiche energetiche, con maggiori investimenti (il 7% in più) sino al 2040. Così potrebbero essere evitati almeno 1,7 milioni di decessi ogni anno.
Da questo punto di vista, l’Unione europea (UE), spesso accusata di avere norme troppo stringenti, potrebbe invece costituire un modello da seguire anche negli altri continenti.
In particolare, le quattro daughter directives di quella 96/62/EC, insieme con l’Ambient Air Quality Directive (2008), definiscono i parametri di qualità dell’aria, al fine di evitare, prevenire o ridurre gli effetti nocivi per la salute e per l’ambiente. Dal 2010, la National Emission Ceilings Directive determina anche le emissioni totali nazionali di quattro sostanze inquinanti come anidride solforosa, ossidi di azoto, composti organici volatili e ammoniaca. Inoltre, la Medium and Large Combustion Plant Directive e l’Industrial Emission Directive stabiliscono i criteri da seguire per le centrali elettriche e per l’industria, così come gli standard per gli autoveicoli e il loro carburante.
Anche grazie a queste norme, l’Europa ha vissuto negli ultimi anni un costante declino delle emissioni. Sempre secondo il report Energy and Air Pollution 2016, gli ossidi di azoto sono stati ridotti di oltre la metà rispetto al 1990 mentre quelli di zolfo sono calati di quasi il 90% nello stesso arco di tempo. Il particolato PM2.5, molto dannoso per la salute, è invece sceso di un quinto a partire dal 2000. Tutto questo nonostante una crescita economica media dell’1,6% all’anno a partire dal 1990, con una popolazione che è aumentata da 478 a 510 milioni di cittadini nell’ultimo quarto di secolo.
Nonostante questi sforzi significativi, c’è ancora molto da fare. I limiti UE per il PM2.5 continuano a essere superati in 17 stati membri e l’Italia non è certamente tra i Paesi più virtuosi, al pari di Francia e Polonia. Oltre a questo, l’Agenzia europea dell’ambiente ha stimato che nel 2013 il 17% della popolazione UE viveva in aree in cui si è andati regolarmente oltre il limite giornaliero per il PM10. Questa percentuale diventa addirittura del 61% se si considerano i parametri OMS, che sono più stringenti di quelli UE.
Il pacchetto energia e clima dell’Unione europea per il 2020, che incentiva l’utilizzo delle energie rinnovabili e promuove l’efficienza energetica, ha comunque dato un contributo positivo in termini di riduzione delle emissioni. Nel settore dei trasporti, in particolare, l’introduzione degli standard per i veicoli privati e per quelli commerciali è stato uno strumento efficace. Il più recente, quello EURO 6, è diventato obbligatorio il 1º settembre 2015 per tutti i nuovi mezzi immatricolati. In generale, entro la fine di questo decennio, il cosiddetto pacchetto 20-20-20 comporterà un taglio del 20% delle emissioni di gas a effetto serra (rispetto al 1990), un fabbisogno energetico sostenuto per il 20% dalle fonti rinnovabili e un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica.
Il quadro per il clima e l’energia 2030 alza ulteriormente l’asticella, portando i valori precedenti al 40%, 27% e 27% rispettivamente. In sostanza, la Commissione europea vuole trasformare l’economia dell’UE in una a basse emissioni di carbonio, tutelando il clima e rendendo più efficiente il consumo energetico. Entro il 2050 l’Unione ridurrà ulteriormente le emissioni dell’80%, sempre rispetto al 1990, con una quota intermedia del 60% da raggiungere entro il 2040. La roadmap è già stata stabilita nel 2011, con interventi in tutti i settori principali, quali produzione di energia, industria, trasporti, edilizia e agricoltura. La spesa prevista è pari ad almeno l’1,5% del prodotto interno lordo europeo ogni anno, ma allo stesso tempo sarà possibile incentivare la crescita economica e l’occupazione. Le nuove tecnologie pulite consentiranno di preservare le risorse naturali, faranno diminuire le importazioni di petrolio e gas, riducendo anche l’inquinamento atmosferico con conseguenze positive per la salute dei cittadini e minori spese mediche.
In definitiva, siamo solo all’inizio di questa sfida e per respirare a pieni polmoni ci vorrà ancora molto tempo, ma l’impressione è che non siamo più in apnea, almeno in Europa.