Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu da una parte. Giappone, Nuova Zelanda e Irlanda dall’altra. Dimensioni a parte, a dividere questi due gruppi di stati insulari è la loro capacità di adattarsi a un futuro non troppo lontano in cui le conseguenze del cambiamento climatico avranno trasformato profondamente gli scenari ambientali in cui sono collocate. I piccoli Paesi dell’Oceania profondamente legati alla pesca pagheranno un prezzo molto più alto rispetto al secondo gruppo, composto da Paesi economicamente più avanzati e quindi più capaci di assorbire i colpi che acque superficiali sempre più calde produrranno sul proprio territorio. Lo dimostra un indice, da poco proposto sulle pagine di PLOSoneche mette in fila tutti i 147 Paesi della Terra che si affacciano sui mari in ordine di vulnerabilità rispetto al cambiamento climatico: a perdere sono i più poveri e quelli che hanno meno capacità infrastrutturale di adattarsi.
I ricercatori capitanati da Robert Blasiak, affiliato allo Stockholm Resilience Centre, hanno cercato di immaginare come il cambiamento climatico potrebbe trasformare le aree di pesca mondiali. Per farlo, hanno preso in considerazione 12 variabili principali per creare quattro diversi scenari, modulati attraverso previsioni ottimistiche o pessimistiche dell’aumento della temperatura delle acque superficiali sul breve e lungo termine. Il risultato sorprendente è che sette delle dieci nazioni che compaiono in cima alla lista di vulnerabilità, indipendentemente dallo scenario preso in considerazione, sono sempre le stesse, e si tratta appunto di Kiribati, Micronesia, Isole Salomone, Maldive, Vanuatu, Samoa e Tuvalu: piccoli Paesi insulari con un’economia già fragile.

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Fig. 1 – Media delle anomalie delle temperature delle acque superficiali nei quattro modelli: a breve (2016-2050) e lungo termine (2066 – 2100), con uno scenario di aumento delle temperature ottimistico (2.6,ovvero un indicatore di un sensibile taglio delle emissioni) o pessimistico (8.5, indicatore che significa “business as usual”). Il dato mostrato è confrontato con il periodo 1900-1950. Fonte: PLOS ONE (doi: https://doi.org/10.1371/journal.pone.0179632.g002)

A colpire lo stesso Blasiak, come ha scritto lui stesso in un articolo recente, è che «abbiamo trovato che l’esposizione e la sensibilità ai cambiamenti climatici sono distribuiti tutto sommato in maniera equa tra tutte le regioni del mondo». L’esposizione è direttamente legata alle emissioni globali di gas serra, e perciò si tratta di un fattore che per essere contrastato ha bisogno di un intervento – la riduzione delle emissioni stesse – che avvenga su scala planetaria. La sensibilità ai danni ambientali è difficile da mitigare, ha spiegato Blasiak, perché sarebbe indissolubilmente legata al contesto nazionale, con fattori come per esempio la dieta locale, la storia socio-economica del paese stesso e così via.
A variare sensibilmente tra i 147 Paesi presi in esame è la capacità di adattamento, che è risultata massima per il Giappone, gli Stati Uniti e la Norvegia (qui la tabella riassuntiva). Mentre quelli con il punteggio più basso in questo indicatore risultano essere anche i Paesi più poveri. Allargando lo sguardo, oltre ai piccoli Paesi dell’Oceania, nella parte alta della classifica le altre sono nazioni africane, come Mozambico e Sierra Leone, il Benin e la Nigeria. Ovvero, l’area del mondo che nel corso degli ultimi cinque anni ha visto peggiorare la salute dei propri oceani e mari, come hanno scoperto i ricercatori guidati da Benjamin Halpern dell’Università della California a Santa Barbara in uno studio pubblicato anch’esso su PLOSone. Tra tutti i 220 Paesi e territori classificati con l’Ocean Health Index (OHI), «nove dei dieci con il punteggio più basso sono regioni africane», si legge nelle conclusioni, «e una è situata in America Centrale (Nicaragua)». Non lontano da Haiti, il primo Paese delle Americhe a fare capolino anche nella lista di Blasiak e colleghi, seguito da Sao Tomé e Principe. Anche nel caso dell’OHI, quindi, sono sempre regioni e Paesi economicamente più fragili a subire le conseguenze peggiori.
Da un punto di vista socioeconomico, Blasiak sottolinea l’importanza di un fattore tra gli altri. La fragilità economica di un Paese, per esempio la mancanza di una infrastruttura interna che permetta a queste nazioni di sfruttare la pescosità, spinge in molti casi i governi a monetizzare concedendo permessi di pesca a paesi che hanno le flotte (e l’accesso al mercato) per far rendere il pescato. In questa situazione, un cambiamento di temperatura superficiale, con molte specie che potrebbero preferire altre zone, causando un abbassamento della pescosità dei mari di questi stati meno economicamente avanzati, ha conseguenze più gravi che non per il Giappone, l’Irlanda o la Nuova Zelanda che hanno altri settori economici e altre risorse sulle quali basare il proprio benessere.
La conferma che a pagare i prezzo più alto per le conseguenze del cambiamento climatico saranno non solo i Paesi più poveri, ma gli strati più poveri all’interno di uno stesso stato, arriva da un recente rapporto dell’International Water Managment Institute (IWMI). Lo studio prende in considerazione solamente l’Asia meridionale ma descrive uno scenario a dieci anni in cui a essere colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico saranno 750 milioni di persone. Elementi determinanti saranno gli episodi di siccità estrema e le inondazioni che colpiranno soprattutto i piccoli agricoltori e chi pratica agricoltura di sussistenza.
Ovvero, ancora una volta il cerino più corto rimarrà in mano a chi ha meno risorse e possibilità di adattarsi a questi cambiamenti.