«Tra le cose che ci ha insegnato l’esperienza trentennale sull’epidemiologia ambientale nelle aree contaminate non trascurerei il fatto che se essa non si accompagna a strategie mirate di prevenzione primaria, rimane zoppa e non riesce ad andare lontano». Con queste parole Fabrizio Bianchi, responsabile dell’unità di epidemiologia ambientale dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, apre la riflessione sullo stato dell’arte intorno al caso di Gela, in occasione della ventottesima edizione della Conferenza Internazionale di Epidemiologia Ambientale che si è tenuta a Roma nei giorni scorsi.
Il caso di Gela, in Sicilia, è emblematico di una situazione che accomuna diverse aree del nostro Paese, dove dopo cinque decenni di contaminazioni documentate ad un certo punto si sono interrotti i processi produttivi inquinanti ma non sono state attuate misure di bonifica definitive per invertire la rotta. È stata a lungo richiamata la necessità di studi eziologici e di azioni di prevenzione primaria ma poco o niente è stato fatto su questo piano.
A Gela, dove da due anni è chiusa la raffineria, l’inquinamento ha avuto importanti effetti sulla salute della popolazione, con un’incidenza di anomalie congenite statisticamente significativa. Parliamo in particolare dell’ipospadia, lo sviluppo anomalo degli organi genitali esterni maschili durante la vita del feto, studiata da ben quattro studi svolti in un arco di tempo di 25 anni. Ancora nel periodo 2010-2014 il numero di nascite con questa anomalia congenita è oltre il doppio dei livelli più alti riscontrati altrove nel mondo. Inoltre, uno studio di coorte residenziale – presentato sempre durante il convegno romano – ha mostrato che a Gela le persone che vivono nei quartieri più vicini al sito industriale hanno una maggiore mortalità per diversi tipi di tumori e per malattia ischemica cardiaca.

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Il primo grosso problema per mettere a punto misure preventive efficaci è che la burocrazia e la salute pubblica sono due treni che corrono a velocità diverse, con tempi differenti. «Quello che emerge dal caso di Gela è anzitutto uno scollamento fra quelli che sono i tempi degli studi epidemiologici e di mappatura delle aree a rischio per la salute, e quelli delle effettive azioni che sono state intraprese, o che dovrebbero essere intraprese per proteggere la salute della popolazione» precisa Bianchi. «I tempi della salute pubblica non sono i decenni, ed è qui che troviamo un primo scoglio: attualmente ci troviamo ancora in una fase di elaborazione dei progetti di bonifica per alcune aree, quando invece dal punto di vista degli effetti dell’inquinamento sulla salute delle persone siamo in una fase assai più matura».
La conseguenza di questa dicotomia è un profondo iato fra le prove scientifiche prodotte e il trasferimento in termini di presa di decisioni, di trasferimento delle competenze acquisite in azioni concrete per la popolazione, che è esposta a rischi elevati e lo percepisce compiutamente, spesso in modo più allarmante dell’esistente. E come ci insegna la letteratura degli ultimi anni, la “salute percepita” rappresenta un importante indicatore da considerare nell’ottica del benessere delle popolazioni e, quindi, di salute pubblica. Un punto nevralgico rimane l’interazione con la popolazione. «In realtà il problema qui non è stato tanto quello della mancanza di comunicazione fra ricercatori, istituzioni e popolazione – spiega Bianchi – quanto la carenza di azioni partecipate in grado di coinvolgere direttamente la popolazione negli studi e nelle scelte, ed è questo un aspetto che bisognerà potenziare in futuro».
Infine, la terza grande lezione che dovremmo imparare da casi come quello di Gela riguarda la necessità di rivedere l’intera logica dei processi di valutazione della relazione tra cause ed effetti sulla salute, che per prendere decisioni di sanità pubblica non devono avere gli stessi standard richiesti dai procedimenti giudiziari. In altre parole, per decidere di salvaguardare ambiente e salute non c’è sempre e comunque bisogno di dimostrare un “definitivo” nesso causale fra esposizione individuale e danni sullo stesso individuo, perché la disponibilità di evidenze scientifiche sufficienti sull’associazione tra esposizione e danno a livello collettivo o di pericolo per una comunità dovrebbe essere sufficiente per l’azione preventiva.  «Il concetto di causalità è centrale non solo come mera riflessione epistemologica sui metodi con cui indaghiamo i fenomeni – conclude Bianchi – ma è centrale anche sul piano etico, perché oltre a non proteggere la saluta rischia di inficiare anni di studi e risultati. Tuttavia, focalizzarsi sulla causalità può rivelarsi un’arma a doppio taglio nell’ottica di avvicinare i tempi della burocrazia con quelli della salute pubblica».
La questione è oltremodo delicata, ma una possibile soluzione – rilevano gli esperti – potrebbe trovarsi nell’apertura di tavoli di consenso in cui tutte le parti si ritrovano per presentare i propri risultati, confrontandosi a viso aperto con gli altri interlocutori. «Nel caso di Gela, così come in tanti altri casi, ci troviamo di fronte a evidenze scientifiche indiscutibili circa le relazioni fra la presenza di inquinanti e gli effetti sulla salute pubblica. Pensiamo per esempio ai risultati degli studi Sentieri», conclude Bianchi. «A mio avviso i responsabili delle decisioni dovrebbero affidarsi maggiormente ai risultati ottenuti, evitare lunghi percorsi – i cui costi sono tutt’alto che trascurabili – impiegando risorse per azioni di prevenzione primaria».
«L’inquinamento non tocca solo l’aria, ma anche l’acqua e soprattutto il suolo. Non bisogna pensare che la chiusura di una raffineria risolva completamente il problema: servono le bonifiche e serve un’ottica di prevenzione primaria con caratteristiche “speciali” nelle aree inquinate, e serve quindi un sistema basato su priorità. Risultati scientifici di qualità sono fondamentali per dare la precedenza ai tempi della salute».
Nei siti contaminati, inclusi quelli con crisi industriale, incamminarsi su miglioramenti ambientali significativi e politiche preventive di provata efficacia, permetterebbe – finalmente – di usare la metodologia della valutazione di impatto sulla salute, o VIS, per misurare cambiamenti positivi.