Qualcuno la considera una nuova “rivoluzione copernicana”. Anzi, la più grande tra le tante “rivoluzioni copernicane” che nell’ultimo mezzo millennio hanno spostato l’uomo dal centro del creato. È la scoperta che la cultura non è un “trascendimento evolutivo” – per dirla con Theodosius Dobzhansky, uno dei maggiori protagonisti della convergenza tra genetica ed evoluzionismo darwiniano – che appartiene solo all’uomo. Anzi, un gruppo di 100 naturalisti ha classificato almeno 66 diverse specie animali che lo hanno esperito quel “trascendimento evolutivo”, che sono soggetti a un’evoluzione culturale.
Di recente Carolyn Beans ha proposto su PNAS il caso delle “balene killer”, più note come orche marine (Orcinus orca). Popolano tutti gli oceani. Le puoi trovare nei mari artici o antartici. Hanno notevoli capacità cognitive. E hanno sviluppato una sofisticata cultura di caccia in branco che si adatta ai diversi ambienti marini. Le si può vedere anche in numerosi documentari su YouTube. Lavorando in gruppo, riescono, per esempio, a produrre onde così grandi da travolgere un leone marino di qualche quintale su uno scoglio e scaraventarlo in mare, dove diviene una facile preda. Allo stesso modo altri gruppi di orche, sempre lavorando insieme, riescono a costringere in una bolla ben limitata enormi branchi di aringhe, in modo da poterle divorare con comodo. Non sono le uniche, le orche. Ci sono gli uccelli che hanno una cultura del canto oltre che una cultura tecnica per costruire i nidi. E ci sono certamente i primati. Pare che i nostri cugini scimpanzé abbiano una cultura del sacro.
Ormai il punto non è se altre specie, oltre Homo sapiens, abbiano una cultura. La domanda è quella che si pongono i PNAS: «Can animal culture drive evolution?», può la cultura degli animali guidare la loro evoluzione biologica? Per quanto riguarda l’uomo, la risposta è certamente positiva. Prendiamo il caso della tolleranza al lattosio, che si è sviluppata nelle popolazioni europee a partire da poco, diecimila anni o giù di lì, con la cultura dell’allevamento dei bovini. La possibilità di nutrirsi di latte bovino ha selezionato quegli umani con una mutazione genetica che li rende, appunto, tolleranti al lattosio.
Ebbene, alcuni recenti studi – sostiene Carolyn Beans – sembrano indicare che i gruppi di orche che utilizzano alcune specifiche tecniche di caccia hanno significative differenze genetiche rispetto ad altri gruppi che cacciano in maniera diversa anche se nuotano nei medesimi mari e se tra questi gruppi c’è uno scambio di individui. Andrew Foote della Bangor University della Gran Bretagna, per esempio, ha sequenziato il genoma di 48 orche appartenenti a 5 ecotipi diversi, che hanno una diversa cultura della caccia oltre che una dieta specifica, nel tentativo di verificare se questi gruppi sono davvero geneticamente isolati e se c’è un’associazione tra le diverse culture e specifici cambiamenti del DNA. Il campione include orche che mangiano mammiferi e orche che si nutrono di salmoni del Pacifico Settentrionale; orche che mangiano mammiferi, orche che preferiscono i pinguini e, infine, orche che si cibano di merluzzi australi dell’Antartide. Il responso è chiaro: sono geneticamente ben caratterizzate (potremmo dire che appartengono a razze diverse) non solo i tre tipi di orche dell’Antartide rispetto a quelle del Pacifico Settentrionale, ma anche i due tipi di orche di quest’ultimo mare, sebbene condividano le stesse acque. Foote e i suoi hanno calcolato che la divergenza genetica è iniziata 250.000 anni fa.
Sono in corso molti studi sul rapporto tra cultura e natura negli uccelli. E soprattutto negli scimpanzé. I nostri cugini più prossimi hanno culture abbastanza stabili – nell’uso di strumenti per la caccia, a esempio – ma diverse da gruppo a gruppo. Questo li rende particolarmente adatti a verificare se c’è un’associazione significativa tra genetica ed evoluzione culturale.
Orche, uccelli o scimpanzé: si tratta in ogni caso di studi preliminari e in numero, per ora, così limitato da indurre molti studiosi ad assumere un atteggiamento prudente. Anche se altri sono convinti che l’evoluzione culturale realizzi una pressione notevole su quella biologica tanto da poter portare alla nascita di nuove specie.
Se la domanda di PNAS ammettesse davvero una risposta positiva, le conseguenze – è il caso di dirlo, culturali – sarebbero davvero importanti. Perché avremmo una dimostrazione, per certi versi una clamorosa dimostrazione, che la natura non conosce confini netti e che l’evoluzione culturale non è un vero e proprio “trascendimento evolutivo”, ma solo – ci si consenta il gioco di parole – una normale evoluzione dell’evoluzione biologica.