L’accordo COP21 di Parigi ha rappresentato un punto di svolta per un’azione globale in grado di limitare il cambiamento climatico. Oltre ai governi nazionali e regionali, anche le aziende private potranno dare il loro contributo. Le azioni che verranno intraprese sono descritte nella prima edizione del report The Business End of Climate Change, redatto dal CDP con le analisi del New Climate Institute di Colonia e commissionato dal We Mean Business.
Entro il 2030, secondo le attese, le imprese taglieranno le emissioni di gas a effetto serra di 3,7 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti all’anno. Questo perché la transizione verso un’economia a basse emissioni è l’unico modo realistico per garantire una crescita economica sostenibile. Per accelerare il cambiamento è stata creata una piattaforma comune. Il numero di aziende coinvolte, provenienti da tutto il mondo e da settori diversi, dovrebbe salire dalle 300 attuali a oltre 3500 nel 2030.

Christiana Figueres, ex segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e candidata alla successione di Ban-Ki-moon alla guida dell’ONU, ha dichiarato che l’accordo di Parigi riguarda non solo i governi, ma anche le città, le imprese e la società civile. A suo avviso, lo sforzo congiunto di tutti questi soggetti consentirà di limitare a 1,5 °C l’aumento della temperatura media globale nei prossimi decenni. Da questo punto di vista, l’apporto del settore privato sarà determinante. Il Business Determined Contribution (BDC) di 3,7 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti l’anno rappresenta in effetti oltre il 60% dei tagli delle emissioni totali promessi da tutti i paesi a Parigi, attraverso il Nationally Determined Contribution (NDC). È una quota significativa, paragonabile alla dismissione di mille centrali elettriche a carbone, cioè quasi il 75% di quelle presenti nel mondo. Per fare una stima, il documento prende in esame cinque iniziative globali attualmente in corso. Si tratta dei progetti Science Based Targets, EP100, RE100, Zero Deforestation e Low Carbon Technology Partnership initiative (LCTPi).

Science Based Targets è un’iniziativa gestita da UN Global Compact, World Resources Institute, WWF e CDP. L’obiettivo è quello di fissare le emissioni delle aziende in maniera tale da limitare l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 °C. Secondo le previsioni, duemila soggetti privati aderiranno entro il 2030. In EP100, gestito da The Climate Group, le imprese puntano a raddoppiare la loro produttività energetica in 25 anni. In un quadriennio ne saranno coinvolte almeno mille. RE100, che fa riferimento a The Climate Group e al CDP, dal 2014 chiede ai propri partner di usare solo energia elettrica da fonti rinnovabili e mira ad avere almeno mille soggetti partecipanti entro il 2020. Zero Deforestation propone invece di non utilizzare merci prodotte su terreni disboscati. A questa iniziativa prenderanno parte 750-850 aziende nei prossimi quindici anni con un impatto ambientale considerevole. Se prendiamo in considerazione legname, olio di palma, soia e prodotti da allevamento, la loro quota di CO2 potrebbe essere quasi azzerata.
La Low Carbon Technology Partnership initiative (LCTPi), infine, è un progetto guidato dal World Business Council for Sustainable Development e dovrebbe consentire di accelerare lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio, aumentando progressivamente la loro distribuzione. Più di 150 imprese e 70 organizzazioni in tutto il mondo stanno già collaborando per fornire soluzioni innovative in otto settori diversi: carburanti, foreste, efficienza energetica degli edifici, fonti rinnovabili, trasporti a basso impatto ambientale, prodotti chimici, materiali da costruzione e agricoltura.

In definitiva, un ampio coinvolgimento dei privati e le giuste politiche governative potrebbero anche portare a un BDC potenziale di ben 10 miliardi di tonnellate CO2 equivalenti all’anno. Questo valore è paragonabile alle attuali emissioni della Cina. Il report invita dunque i governi di tutto il mondo a incentivare l’accesso delle aziende alle fonti rinnovabili, a supportare la ricerca e lo sviluppo delle tecnologie a basse emissioni, a offrire finanziamenti vantaggiosi a chi investe nell’efficienza energetica, a creare incentivi per gli acquirenti così come a ridurre gli oneri amministrativi e i costi di certificazione per i produttori. Insomma, le premesse fanno ben sperare. Vedremo nei prossimi anni se gli imprenditori saranno capaci di rendere sostenibili e più green le proprie attività. Potrebbero guadagnarci loro, ma anche il pianeta.