Il 29 giugno la Commissione europea ha esteso l’autorizzazione all’uso del glifosato fino al 2017, dopo lo stallo politico che aveva caratterizzato gli ultimi mesi. Nonostante gran parte dei Paesi dell’UE si fosse dichiarata a favore del rinnovo già nelle ultime sedute di voto (il 6 e il 24 giugno), mancava la maggioranza qualificata necessaria per approvare l’autorizzazione dell’erbicida più diffuso al mondo. Una decisione, quella di estendere l’autorizzazione di soli diciotto mesi (invece che di quindici anni, come prevede la normativa europea in fatto di pesticidi), che è arrivata al termine di un lungo processo di negoziazione, dopo il dibattito sollevato dalla comunità scientifica sulla probabilità che il glifosato possa aumentare l’insorgenza di cancro nell’uomo.
Ma ancora prima di essere una controversia politica, la vicenda glifosato è in realtà una questione scientifica: sui rischi che il glifosato rappresenta per la salute umana sono stati dati pareri contrastanti, con l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) che lo ha definito come “probabilmente cancerogeno”, e l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) che è giunta a una valutazione diametralmente opposta. In casi come questi, dove la gestione del rischio diventa oggetto di una controversia politica che non può risolversi sulla base delle sole evidenze scientifiche, quali sono stati gli elementi che hanno influenzato la decisione dell’UE in merito all’impiego del glifosato negli erbicidi?
Nel marzo 2015 lo IARC ha inserito il glifosato nel gruppo 2A delle sostanze cancerogene, dopo aver esaminato per più di un anno gli studi scientifici che si sono occupati di dimostrare (o smentire) la sua presunta cancerogenicità. Le sostanze incluse nella categoria 2A sono definite dallo IARC come «probabilmente cancerogene per l’uomo», dal momento che esistono evidenze limitate sul rischio che provochino il cancro nell’essere umano, ma prove sufficienti negli animali di laboratorio. Anche l’EFSA ha condotto un processo di revisione simile, al termine del quale è giunta alla conclusione che il glifosato «probabilmente non pone alcun rischio di cancerogenicità» per la salute umana e che, se usato in modo appropriato, non ha effetti tossici sull’ambiente. La differenza principale nelle analisi di peer-review condotte da queste due agenzie risiede nel fatto che lo IARC ha escluso gli studi scientifici per i quali non era possibile stabilire con certezza l’assenza di conflitti d’interesse, mentre, al contrario, l’EFSA ha esaminato un maggior numero di ricerche, senza tuttavia discriminare fra studi indipendenti e studi in parte finanziati dalle aziende che commerciano il glifosato. È lecito chiedersi, dunque, quale di queste valutazioni abbia influito maggiormente nella decisione finale dell’UE di estendere l’autorizzazione all’uso del glifosato.
Enrico Brivio, portavoce della Commissione europea per il dipartimento sulla salute e sulla sicurezza alimentare, ha sottolineato che l’UE ha a disposizione «due agenzie europee per la valutazione dei rischi (l’EFSA e l’ECHA), che hanno preso in esame tutta la letteratura in materia, compreso lo studio dello IARC». Ha anche aggiunto che la Commissione decide i provvedimenti da adottare a partire dalle conclusioni delle due agenzie, non sulla base dei risultati dello IARC. L’ECHA, l’Agenzia Europea delle sostanze Chimiche, deve ancora esprimersi sulla presunta cancerogenicità del glifosato, cosa che non avverrà prima della fine del 2017. Al voto di mercoledì era in ballo la decisione di estendere la vendita e l’impiego del glifosato per altri diciotto mesi, in modo tale da far coincidere la prossima scadenza dell’autorizzazione con la fine dei lavori dell’ECHA.
Anche Giancarlo Sturloni, esperto di gestione del rischio e cittadinanza scientifica, sostiene che l’ECHA è un organismo di cui l’UE, almeno in teoria, dovrebbe seguire le direttive. Nell’ipotesi in cui l’ECHA avesse già dichiarato che il glifosato aumenta il rischio di sviluppare il cancro, sarebbe stato molto difficile aspettarsi un rinnovo dell’autorizzazione: l’UE ne avrebbe bandito l’uso con elevata probabilità. Ma, intanto, mentre i rappresentanti dei Paesi membri si riunivano mercoledì a Bruxelles, sul tavolo delle trattative mancava la valutazione dell’ECHA. «È la classica situazione in cui si deve decidere in condizioni di incertezza scientifica. Non si può delegare la decisione a uno studio risolutivo dal punto di vista scientifico, perché questo studio ancora non esiste», ha aggiunto l’esperto.
In effetti, le conclusioni dello IARC sono lontane dal dimostrare una cancerogenicità certa, quelle dell’EFSA rimangono comunque confinate nell’ambito della probabilità (e in più avrebbero l’aggravante dei conflitti d’interesse), mentre dall’ECHA manca tuttora una valutazione del rischio.
Ma dal momento che i tempi della gestione politica del rischio di una sostanza non combaciano sempre con quelli della sua valutazione scientifica, nel processo decisionale entrano in gioco anche altri fattori. Secondo Giancarlo Sturloni, nel caso specifico dell’UE, appellarsi al principio di precauzione avrebbe permesso di sospendere la decisione sul glifosato fino a quando l’ECHA non avesse reso disponibili le sue conclusioni. Il principio di precauzione viene citato nell’articolo 191 del trattato sul funzionamento dell’UE, con l’obiettivo di garantire un livello di protezione e difesa dell’ambiente piuttosto elevato, grazie all’applicazione di misure preventive. Come si legge sul sito della legislazione europea, «nel caso in cui i dati scientifici non consentano una valutazione completa del rischio, il ricorso a questo principio consente, ad esempio, di impedire la distribuzione dei prodotti che possano essere pericolosi ovvero di ritirare tali prodotti dal mercato»: una definizione che sembra sposarsi perfettamente con le condizioni di incertezza scientifica in cui si trova l’UE. Se si considerasse il parere dello IARC, il rinnovo dell’autorizzazione all’impiego del glifosato sembrerebbe in contrasto con il principio di precauzione, almeno in linea teorica. Tuttavia, come ha ribadito Enrico Brivio, l’UE ha deciso a partire dalle valutazioni dell’EFSA, e dato che «il principio di precauzione si deve applicare con misure proporzionate e sulla base di una valutazione delle informazioni disponibili, non c’è alcun contraddittorio». Resta da capire quanto siano valide le informazioni disponibili sulla cancerogenicità del glifosato, laddove parte dei finanziamenti provengono dalle aziende che commerciano erbicidi.
È anche vero che il glifosato rimane il principio attivo più utilizzato negli erbicidi di tutto il mondo, il che ha reso la decisione sul suo rinnovo un affare più complesso di quanto possa sembrare a un’analisi superficiale. Giancarlo Sturloni è convinto che, oltre alla vendita di un erbicida, si stia mettendo in discussione anche il modello di produzione industriale del cibo. Gli effetti della diffusione mondiale del glifosato sono decisivi per comprendere come mai l’UE ha impiegato tanto tempo a trovare un accordo: «Il processo decisionale è sottoposto a enormi pressioni, che vanno al di là di quello che dice la scienza», ha spiegato Giancarlo Sturloni, «Si accettano un sacco di rischi perché, in qualche modo, si hanno dei benefici in cambio».
Oggi la produzione agro-industriale non può fare a meno del glifosato: anche nell’eventualità che il glifosato rappresenti un serio rischio per la salute umana, sospenderne l’impiego in agricoltura potrebbe richiedere tempi molto lunghi.
Un ulteriore elemento che ha aggiunto complessità a questa vicenda proviene dalla cittadinanza dell’UE. Due milioni di cittadini europei hanno firmato la petizione di Avaaz che si oppone al rinnovo del glifosato, e la sfera politica non poteva non tenerne conto. Cosa ne pensa Enrico Brivio? «Certamente il parere dei cittadini europei va preso in considerazione, ed è per questo che si tiene separato il risk assessment [il processo di valutazione del rischio, NdA], basato sull’evidenza scientifica, dalla decisione. Va anche ricordato», ha continuato, «che la competenza sull’eventuale messa al bando degli erbicidi rimane agli stati membri. Se uno stato vuole mettere al bando prodotti sul mercato contenenti glifosato, può farlo».
Probabilmente le difficoltà legate al rinnovo sono un indice del fatto che i politici europei hanno tenuto conto anche dell’opinione pubblica: in caso contrario, la Commissione avrebbe rinnovato l’autorizzazione molto prima. Giancarlo Sturloni ritiene che la minoranza attiva della cittadinanza europea sia stata in grado di esercitare pressioni sulla sfera politica, dal momento che era in gioco la salute: «Siamo di fronte a un rischio incerto, ma che ormai non si può più ignorare, perché la discussione fra esperti è diventata una questione pubblica».