L’uso delle risorse materiali globali da parte dell’uomo è aumentato di 9 volte tra il 1900 e il 2010, passando da 8 a 71 miliardi di tonnellate (Gt) per anno. La popolazione planetaria, invece, è aumentata all’incirca di 4 volte (da 2 a 7,6 miliardi di persone). Di conseguenza sono più che raddoppiati i consumi materiali pro capite: da 4,6 a 10,3 tonnellate per anno. Raramente, nella storia, sono aumentati contemporaneamente sia la popolazione che i consumi pro capite e dunque (dunque?) il benessere delle persone. I decenni che abbiamo alle spalle sono un fatto più unico che raro. Nell’ultimo secolo e più abbiamo consumato un gran bel pasto. Ma non un pasto gratis.
La conseguenza della crescita dei consumi di beni naturali materiali è che il sistema Terra ha già superato la soglia limite in ben 4 dei 9 planetary boundaries indicati dallo Stockholm Resilience Centre per uno sviluppo armonico e sostenibile, ovvero sicuro. I limiti che abbiamo superato sono, nella fattispecie: il clima; la biodiversità; l’uso del suolo e il flusso di azoto e fosforo. Né i consumi né le responsabilità sono equamente divisi tra i diversi Paesi e, all’interno di ogni singolo Paese, delle diverse persone.
Questi numeri e queste considerazioni hanno portato tre ricercatori austriaci dell’Università di Vienna – Andreas Mayer, Willi Haas e Dominik Wiedenhofer – a cercare di capire chi ha consumato cosa nei sessant’anni che separano il 1950 dal 2010. I tre hanno di recente pubblicato i risultati della loro ricerca sulla rivista Ecological Economics. Il primo dato che salta agli occhi è quello della Cina: con il 20% della popolazione mondiale, nel 2010 il paese del Dragone ha utilizzato il 32% delle risorse materiali globali tratte dall’ambiente. L’impronta sul pianeta dei cinesi è di gran lunga la più grande, ormai, del pianeta. E tuttavia, se consideriamo l’uso cumulativo delle risorse – ovvero quello che i Cinesi hanno consumato in sessant’anni – troviamo che i loro consumi si fermano al 17% del totale. Come c’era da aspettarsi, ancora nel 2010 l’Europa occidentale e il Nord America si confermano come gran consumatori di beni materiali. L’Europa ha il 7% della popolazione mondiale; il Nord America ospita il 5%: in totale, l’occidente atlantico conta il 12% della popolazione mondiale. Mentre l’uso di risorse da parte di noi occidentali ha toccato quota 16%.
Insomma, continuiamo a consumare più della media planetaria. Se poi si considera l’uso cumulativo, ebbene tra il 1950 e il 2010 noi, con il 15% degli anni di vita complessivi, abbiamo consumato il 29% delle risorse. Non basta: la maggior parte di queste risorse le abbiamo importate dall’estero. Europa e Nord America hanno dominato gli scambi globali: importando il 59% delle risorse naturali trattate sui mercati internazionali. Questi numeri ci offrono anche una visione dinamica dei consumi. Negli ultimi anni l’asse dei consumi si è spostato dall’Atlantico Settentrionale alla Cina, ribaltando la condizione di sessant’anni fa. Ma ciò è dovuto più all’impennata dei consumi cinesi che non a una diminuzione dei consumi occidentali. E che, anzi, noi europei e nordamericani non ci stiamo muovendo nella direzione giusta lo dimostra il fatto che continuiamo a tagliarci una grossa fetta (il 44%) delle risorse materiali scambiate sui mercati internazionali. Di riflesso, ci sono aree del mondo che hanno consumato e che tuttora consumano meno. Nell’Asia meridionale e nell’Africa sub-sahariana, per esempio, vive il 36% della popolazione mondiale. Ma queste persone, poco meno di 3 miliardi, hanno usato nel 2010 il 16% delle risorse materiali. E anche nell’arco dei sessant’anni tra il 1950 e il 2010, con il 31% degli anni di vita hanno consumato la stessa percentuale di risorse: 16%.
I tre ricercatori analizzano non solo i consumi di beni materiali, ma anche il luogo da dove sono estratti. L’analisi è molto dettagliata. Ma possiamo riassumerla dicendo che quasi un terzo dei Paesi considerati (ben 56) hanno estratto in sessant’anni dal loro territorio meno di 100 tonnellate per ettaro. Mentre in ben 19 Paesi sono stati estratti, nel medesimo lasso di tempo, ben 3.000 tonnellate per ettaro. Il rapporto è inferiore a 1 a 30, dunque. Ebbene, le aree meno stressate sono state quelle dell’Africa e degli stati andini. Al contrario, la maggiore pressione antropica è avvenuta in Europa (Italia compresa).
Queste cifre confermano che quella impressa sull’ambiente è, soprattutto, un’impronta europea. E che malgrado il nostro continente abbia varato, negli ultimissimi lustri, le norme più avanzate e abbia maturato una consapevolezza ecologica maggiore rispetto ad altre aree del mondo, questa impronta resta pesante. Resta la più pesante. È anche per questo che la responsabilità degli Europei e dei Nord Americani non deve essere dimenticata e la via verso la sostenibilità non deve essere abbandonata. Purtroppo, la crisi dell’Unione europea e l’elezione di un presidente negli Stati Uniti, Donald Trump, non particolarmente sensibile ai temi ambientali lascia temere il contrario. Tocca anche e forse soprattutto all’opinione pubblica impedire che questo accada. E che il tentativo, peraltro ancora timido, di disaccoppiare lo sviluppo economico dal consumo di beni materiali venga abbandonato. Non ce lo possiamo permettere.