L’invasione degli alieni continua. Ogni anno nei mari di tutto il mondo vengono segnalate 585 specie penetrate in habitat nuovi, dove abitualmente non vivevano. Da sempre le specie viventi emigrano, anche e soprattutto nei mari. Ma il numero di “invasioni” è aumentato negli ultimi 200 anni e nettamente aumentato negli ultimi decenni. Tanto che il 37% di tutte le “specie aliene” (alcune decine di migliaia) censite nel mondo si sono trasferite dopo il 1970. Con un ritmo che da allora si mantiene costante da quarant’anni. Questo è, all’osso, il risultato di una ricerca pubblicata su Nature da Hanno Seebens e da un folto gruppo di ricercatori, tra cui l’italiano Piero Genovesi, di ISPRA. Il titolo dell’articolo è molto chiaro: No saturation in the accumulation of alien species worldwide. Non c’è alcun cenno di rallentamento nell’accumulazione di specie aliene in giro per il mondo. Il ritmo di questa invasione continua non ha precedenti nella storia recente della vita e contribuisce all’erosione della biodiversità. Perché alcune delle specie aliene sono aggressive e producono un bel po’ di danni alle specie autoctone.
Come avviene per la specie Homo sapiens, uno dei luoghi di più intensa migrazione è il Mediterraneo. Il CIESM (Commission Internationale pour l’Exploration Scientifique de la Méditerranée) ha preso in esame le specie entrate nel mare nostrum attraverso il Canale di Suez a partire dal 1920 e attraverso lo Stretto di Gibilterra a partire dal 1960. E ha classificato 165 pesci “alieni”, 70 crostacei, 137 molluschi, per non parlare di altri animali e molte piante acquatiche. La gran parte delle specie esotiche entra attraverso il Canale di Suez. E, infatti, il maggior numero di alieni si trovano lungo le coste di Israele e della Turchia, oltre che dell’Egitto.
Ma anche i mari italiani conoscono l’invasione. Nel Tirreno meridionale, per esempio, sono stati segnalati 31 nuovi taxa e 47 nel Tirreno centrale. Un recente lavoro pubblicato da Maria Cristina Gambi e dai suoi collaboratori della Villa Dohrn-Centro di Ecologia del Benthos di Ischia, afferente alla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, che riguarda l’isola d’Ischia fornisce una spiegazione, parziale ma significativa, del fenomeno. Intorno alla principale delle isole dell’arcipelago campano – documentano Gambi e collaboratori – è stata verificata la presenza di 21 specie aliene: 4 macroalghe, 1 spugna; 3 idrozoi; 7 policheti; 2 molluschi; 2 crostacei; 1 briozoo e 1 pesce. Ecco, prendiamo il pesce avvistato una sola volta: si tratta del Fistularia commersonii, più noto come pesce flauto. È endemico della fascia tropicale dell’Oceano Indiano e dell’Oceano Pacifico. Ma nell’anno 2000 è stato avvistato per la prima volta nel Mediterraneo, lungo le coste di Israele. Poi in Turchia, poi nei mari italiani e spagnoli. Infine anche a Ischia.
Analogo percorso – dai tropici al Mediterraneo – hanno effettuato altre centinaia di specie. La loro presenza significa che si stanno adattando, perché il mare nostrum sta cambiando. Prendiamo proprio le acque dell’isola d’Ischia a esempio. Tra le sue acque – scrivono Gambi e colleghi – e quelle dell’arcipelago pontino passava l’isoterma della temperatura superficiale minima invernale di 14 °C. Il che poneva quest’isola al confine tra due ambienti climatici del Tirreno. Ma ora l’isoterma della temperatura superficiale minima si è spostata più a nord e la temperatura delle acque superficiali intorno a Ischia, anche in pieno inverno, scende raramente sotto i 15 °C. È l’effetto dei cambiamenti del clima globale. La conseguenza è che anche l’habitat intorno all’isola è cambiato. Ora le acque di Ischia sono frequentate anche da specie tipicamente tropicali. Ma c’è di più, documentano i ricercatori dell’Anton Dohrn. L’isola è di origine vulcanica. E nelle sue acque, in particolare, intorno al Castello Aragonese ci sono delle emissioni (vents, li chiamano gli esperti) di anidride carbonica pressoché pure. Il risultato che intorno ai vents l’acqua è più acida. E in alcune zone l’acidità è quella che, molto probabilmente, avranno tutti i mari alla fine di questo secolo. Causa, ancora una volta, i cambiamenti climatici. Ebbene nelle acque acide presso il Castello Aragonese molte specie autoctone si diradano se non spariscono, mentre appaiono svariate specie aliene. Un fenomeno noto anche in altre parti del mondo.
Il che significa che l’invasione degli alieni nel Mediterraneo sta aumentando a causa di due fenomeni indipendenti (o quasi): l’aumento del traffico marittimo e i cambiamenti del clima. Poiché di recente il canale di Suez è stato raddoppiato, c’è da aspettarsi che il numero di invasioni dal Mar Rosso al Mediterraneo aumenterà (in senso inverso le migrazioni sono minori). Nello stesso tempo i cambiamenti climatici faranno aumentare ulteriormente la temperatura media nel Mediterraneo, favorendo la stabilizzazione delle specie tropicali. Insomma, c’è da aspettarsi che da qui a fine secolo il paesaggio del mare nostrum sarà diverso da quello conosciuto non solo dai Romani, ma anche dai nostri padri.