Alle 12.37 del 10 luglio 1976, quarant’anni fa, cambiò definitivamente l’immagine della chimica. Intesa come industria, ma anche un po’ come scienza. Era di sabato. E un guasto al reattore A101 delle Industrie Chimiche Meda Società Azionaria (ICMESA) sprigionò al confine tra i comuni di Meda e di Seveso, in Lombardia, una nube di tetraclorodibenzodiossina (TCDD), nota semplicemente come diossina. La sostanza era, tecnicamente, un defoliante. Ma, con il nome di Agent Orange, l’esercito americano l’aveva utilizzata a partire dal 1961 e fino all’anno prima, il 1975, in Vietnam come arma chimica. Si sapeva che la diossina provoca diverse malattie, dall’irritazione della pelle alle malformazioni nei neonati (dal 1997 la TCDD è classificata anche come cancerogeno). Ma i dirigenti dell’ICMESA per una settimana tennero nascosta la notizia, che si diffuse solo quando gli effetti sulla pelle dei residenti nelle zone esposte la resero evidente.
La chimica aveva accompagnato lo sviluppo tecnologico in Europa fin dalla seconda parte del XIX secolo, conferendogli quell’aura di innovazione desiderabile che molti chiamavano progresso. Chi non ricorda Gino Bramieri, alla fine degli anni ’50, mentre, con volto ridente appunto, avvisa le massaie dell’arrivo di una nuova plastica dura e tutta italiana (il polipropilene isotattico): «Inconfondibile, leggera resistente. Ma signora guardi ben che sia fatta di Moplen»?
La prima ferita a questa immagine di gioioso progresso guadagnatasi della chimica venne nel 1963, quando l’americana Rachel Carson pubblicò The Silent Spring: la primavera resa silenziosa dall’uso di composti chimici nei campi che uccidevano nel guscio gli uccelli prima che potessero nascere. Ma fu Seveso – con migliaia di capi di bestiame abbattuti e migliaia di persone costrette a lasciare le loro case chissà per quanto – che guastò definitivamente l’immagine dell’industria chimica. Quando poi, otto anni dopo, nel 1984 a Bhopal in India una nube di cianuro (di isocianato di metile, per la precisione) fuoriuscì dagli impianti della Union Carbide e uccise oltre cinquemila persone, si toccò il fondo. L’industria chimica, scrisse Rossana Rossanda, è irriformabile.
Non era vero. Anche l’industria chimica – con l’aiuto decisivo della scienza chimica – può raggiungere standard di sostenibilità. Basta volerlo. E per volerlo c’è bisogno di una rivoluzione culturale. Una rivoluzione che è, in parte, avvenuta. Anche grazie a quella “legge Seveso” che fu emanata all’indomani dell’incidente dell’ICMESA per ridurre il “rischio chimico”. Tanto che oggi l’industria chimica italiana può dimostrare, numeri alla mano, che inquinare di meno si può.
Secondo i dati resi noti da Federchimica con il XXI rapporto annuale Responsible Care, per esempio, le emissioni di gas serra dell’industria chimica sono crollate dalle 29,9  milioni di tonnellate di CO2 equivalenti del 1990 alle 11,2 del 2013: una diminuzione del 62,5%. Certo, tutte le emissioni italiane sono diminuite (da 521 a 437 milioni di CO2 equivalenti), ma l’incidenza sul totale dell’industria chimica si è più che dimezzato: dal 5,7% al 2,6%. Questa drastica diminuzione non è dovuta solo e non è dovuta tanto alla diminuzione e/o al cambiamento della produzione. L’Indice di Emissione Specifico misura le emissioni a parità di prodotto. Ebbene, nell’industria chimica italiana questo indice segnala una diminuzione del 55,7%: il che significa che l’industria chimica ha imparato come si risparmia energia e come si utilizzano fonti meno inquinanti (è passata dal petrolio al metano come fonte energetica).
Un successo addirittura maggiore è stato ottenuto anche in altre settori: le emissioni di anidride solforosa (SO2), per esempio, sono diminuite del 98,6% nel 2014 rispetto al 1989. Ma anche negli ultimi anni la tendenza è al ribasso: l’Indice delle emissioni specifiche, per esempio, segnala una diminuzione delle emissioni di anidride solforosa del 27,9% nel 2014 rispetto a soli due anni prima, il 2012. Allo stesso modo sono diminuite del 90,9% le emissioni di ossidi di azoto (NOx), sempre nel 2014 rispetto al 1989. Con un Indice di emissioni specifiche calato del 20% rispetto al 2012. Anche l’inquinamento delle acque causato dall’industria chimica è diminuito. La domanda chimica di ossigeno generata dagli scarichi delle industrie chimiche è diminuito del 77,4% rispetto al 1989; e le emissioni di azoto del 71,9%, In questi due ultimi casi, però, sembra si sia arrivati a un plateau. Anzi, negli ultimi due anni le emissioni specifiche sono leggermente aumentate (de 2 o 3%). Infine i rifiuti solidi: al netto di quelli provenienti dai siti di bonifica per lo smaltimento, i rifiuti prodotti dall’industria chimica stanno lentamente diminuendo: da 1,05 milioni di tonnellate nel 2012 a 0,98 milioni nel 2014. Ma il dato interessante è che il 56,7% di questi rifiuti vengono recuperati e riutilizzati.
Tutti questi numeri vengono da Federchimica e sono il consuntivo autocertificato di un impegno reale. L’industria chimica italiana ha dimostrato che non era affatto irriformabile. E che coloro che, all’indomani di Seveso, dicevano si può fare produzione senza necessariamente inquinare non erano dei visionari.
Non tutto il problema dell’impatto chimico sull’ambiente, tuttavia, è risolto. Dopo aver risolto abbastanza il problema dell’inquinamento da processo, ciò che resta da fare, probabilmente, è ridurre l’inquinamento da prodotto. In altri termini, l’industria chimica deve iniziare a produrre beni con un impatto minore sull’ambiente. Facciamo un esempio. L’industria delle materie plastiche, per esempio, ha diminuito certamente le sue emissioni inquinanti. Ma la plastica dispersa nell’ambiente continua a essere un problema. Anzi, un problema in aumento. Recenti ricerche hanno dimostrato che, rilasciata nell’ambiente, la plastica tende a ridursi in microframmenti che entrano nella catena alimentare, accumulandosi in diversi tessuti di pesci e di altri animali marini e possono risalire fino all’uomo.
Non basta che l’industria della plastica sia mono inquinante durante il processo di produzione. Occorre produrre meno plastica e/o nuovi materiali che abbiano un impatto decisamente minore sugli ecosistemi. Insomma, non basta il motto della chimica verde: “fare sempre di più con sempre meno”. Occorre cambiare ottica: “fare di meno o comunque in modo tale da generare un minore impatto sull’ambiente”. Questa è la nuova frontiera. E non abbiamo certo bisogna di una nuova Seveso per diventarne consapevoli.