Lo scorso 23 giugno la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Unione europea, con il 52% degli elettori a favore del leave. La cosiddetta Brexit potrebbe avere delle ripercussioni anche per l’ambiente? Theresa May, il nuovo primo ministro britannico e leader del Partito Conservatore (centrodestra), ha eliminato il Department of Energy and Climate Change (DECC) così il cambiamento climatico è ora di competenza del Department for Business, Energy & Industrial Strategy.
Le funzioni del DECC comprendono alcune attività fondamentali, come la partecipazione ai negoziati internazionali sul clima, il raggiungimento degli obiettivi sulle emissioni di CO2 e la riscossione delle sovvenzioni per l’energia verde. Tutte queste attività faranno adesso capo all’ufficio guidato da Greg Clark, uno dei membri di spicco del Partito Conservatore, che si è subito detto entusiasta di essere stato scelto per questo ruolo, con l’incarico di elaborare una strategia che migliori il rapporto del governo con le imprese, promuova la scienza britannica a livello mondiale, produca energia pulita a prezzi accessibili e favorisca la lotta ai cambiamenti climatici.
Le critiche alla scelta della May sono state molteplici e trasversali, non tanto per la figura di Clark quanto piuttosto per l’evidente ridimensionamento della tematica climatica. Da problema centrale e vitale, questa è passata in secondo piano, con un approccio più economico che ambientale. Il commento più tagliente è stato quello di Ed Miliband, ex leader del Labour Party (centrosinistra) e primo segretario del DECC dal 2008 al 2010 durante l’esecutivo di Gordon Brown, che in un tweet ha definito la scelta come semplicemente stupida. Anche secondo Chris Huhne, il capo liberal-democratico del DECC tra il 2010 e il 2012 (governo di David Cameron), questa decisione rappresenta un problema perché all’attuale euroscetticismo potrebbe aggiungersi anche quello nei confronti del cambiamento climatico.
Sul fronte interno la Gran Bretagna era sulla buona strada, avendo adottato il Climate Change Act nel 2008 con l’obiettivo di ridurre le emissioni dell’80% entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia, è probabile che gli impegni assunti verso l’Unione europea vengano ridiscussi a breve.
In ogni caso, il Parlamento ha appena approvato il documento The fifth carbon budget – The next step towards a low-carbon economy, che è stato messo a punto nei mesi scorsi e delinea il percorso da seguire per il prossimo quinquennio. Il governo ha concordato con il Committee on Climate Change una quota di emissioni pari a 1725 MtCO2eq (milioni di tonnellate di CO2 equivalente) per il periodo 2028-2032, comprese le emissioni del trasporto marittimo internazionale. Questa quota dovrebbe essere raggiunta senza l’utilizzo di crediti internazionali di carbonio. Sarà anche necessaria una politica coerente in grado di ridurre le emissioni del settore energetico al di sotto di 100 gCO2/kWh nel 2030, rispetto ai 450 gCO2/kWh del 2014 e ai 200-250 gCO2/kWh attesi entro il 2020. Per i settori già al di fuori dell’EU Emissions Trading System il governo dovrà sviluppare nuove politiche in modo da ottenere un tasso medio di riduzione delle emissioni del 2% (6 MtCO2eq) all’anno dal 2014 al 2030.
Il Committee ha anche immaginato diversi scenari non vincolanti per ridurre ulteriormente le emissioni entro il 2050, per esempio grazie a un mix di fonti rinnovabili e nucleare. Inoltre, saranno molto importanti il roll out dell’eolico offshore nel 2020, ma anche la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS). In aggiunta, ci saranno miglioramenti nel campo dell’efficienza energetica, con un maggiore uso dell’illuminazione a LED e apparecchi più moderni. Nel settore industriale, ci saranno una migliore gestione dell’energia e dei processi produttivi, impianti e attrezzature più efficienti, oltre al riutilizzo del calore di scarto e allo sviluppo di un cluster CCS nei settori del ferro, dell’acciaio e della chimica. Negli edifici verrà potenziato l’isolamento termico, mentre le pompe di calore a basse emissioni di carbonio saranno la soluzione adottata da almeno il 13% delle case e da oltre la metà delle imprese.
Nei trasporti, l’efficienza dei veicoli convenzionali continuerà a migliorare. Le emissioni scenderanno dai 125 gCO2/Km del 2014 a 102 gCO2/Km nel 2020 e 86 gCO2/Km nel 2030. Questo risultato verrà ottenuto grazie alla diffusione di veicoli elettrici, ma anche auto, furgoni e mezzi pesanti più piccoli. La combinazione di veicoli ibridi plug-in e di quelli a batteria raggiungerà il 9% delle vendite nel 2020 e circa il 60% nel 2030. Gli autobus a idrogeno costituiranno almeno il 25% dei nuovi mezzi nel 2030. Passando al settore agricolo, è prevista una riduzione del protossido di azoto attraverso una migliore efficienza nell’uso dei fertilizzanti, ma anche del metano con una più opportuna gestione degli scarti e del letame. Oltre a questo, verranno utilizzati macchinari più efficienti e combustibili meno inquinanti. I rifiuti biodegradabili, come carta e derivati dai processi alimentari, saranno completamente riciclati o trasformati in energia entro il 2025. I gas fluorurati per la refrigerazione e il condizionamento verranno sostituiti con altri a basso tenore di carbonio entro il 2030.
Questi sono alcuni degli scenari proposti dal Committee on Climate. La speranza è che possano essere realizzati nonostante la Brexit, anche perché il cambiamento climatico è una minaccia globale e non si potrà votare per uscire da questo pianeta.