Il rapporto Europe’s Dark Cloud, pubblicato dal WWF insieme a Climate Action Network Europe (CAN), Health and Environment Alliance (HEAL) e Sandbag, analizza l’impatto sulla salute dovuto all’inquinamento atmosferico prodotto da 257 delle 280 centrali termoelettriche a carbone attive nell’Unione europea (UE), che forniscono circa il 24% della nostra elettricità. Secondo lo studio, queste sarebbero state la causa di quasi 23mila morti premature in tutta Europa nel 2013, con 21mila ricoveri ospedalieri e un costo di 62,3 miliardi di euro per i sistemi sanitari. Si tratta di un dato paragonabile a quello dei decessi per incidente stradale, che sono stati 26mila nello stesso anno. Gli effetti sono transfrontalieri, quindi tipici di quella che il sociologo e scrittore tedesco Ulrich Beck ha definito come Risikogesellschaft, ovvero la società del rischio.
In effetti, la combustione del carbone produce particelle tossiche che possono percorrere anche centinaia di chilometri oltreconfine. Per esempio, gli impianti di Polonia e Germania provocano rispettivamente 4700 e 2500 morti premature all’estero, ma anche Romania (1600), Regno Unito (1300) e Repubblica Ceca (1300) presentano bilanci negativi. I cinque paesi più colpiti sono Germania (3630 decessi annuali per cause esterne ed interne), Regno Unito (2100), Polonia (1860), Italia (1610) e Francia (1380, nonostante il carbone sia poco utilizzato). L’83% dei decessi è dovuto al particolato fine PM2.5, che si forma a causa dell’anidride solforosa (SO2) e del diossido di azoto (NO2) emessi dalle centrali a carbone.
La loro chiusura dovrebbe dunque essere un obiettivo condiviso in un contesto di transizione energetica. Tuttavia, mentre il Regno Unito e la Finlandia si sono impegnate in tal senso, altri paesi, come Polonia, Germania, Repubblica Ceca e Spagna, sono poco propensi ad abbandonare nel breve periodo questa fonte fossile. Per accelerare il processo sarebbe quindi opportuna una riforma strutturale dell’EU Emissions Trading System, in modo da tassare il più possibile le emissioni di carbonio.

Le 30 centrali a carbone più tossiche, le Toxic 30, sono responsabili del 51% delle morti premature. Alcune producono SO2 e ossidi di azoto (NOx) in eccesso, specialmente quelle in Romania e Bulgaria. Questi Paesi sono temporaneamente esentati dal rispetto dei valori limite di emissione imposti dall’UE e in molti casi le loro strutture non dispongono di apparecchiature per la desolforazione. In definitiva, le emissioni rumene e bulgare causano il 17% di tutte le morti premature, anche se con solo il 6% della quantità totale di carbone. Oltre a questo, ci sono centrali che hanno filtri migliori, ma bruciano troppo materiale. È il caso dell’impianto di Neurath in Germania, che ha uno dei tassi più bassi di SO2 e di NOx. Tuttavia, nel 2013 ha impiegato 12 milioni di tonnellate di lignite rispetto a una media di 1 milione. Per questo motivo le vengono attribuite 400 morti premature ogni anno. Al primo posto del gruppo Toxic 30, dove non ci sono centrali italiane, troviamo l’impianto di Bełchatów in Polonia. Anche se ha consumato solo il 12% in più di carbone rispetto a Neurath nel 2013, la sua quota di decessi è arrivata a 1300.

Nel 2014, le 280 centrali termoelettriche a carbone dell’UE hanno rilasciato 755 milioni di tonnellate di CO2, che rappresentano circa il 18% del totale comunitario. Sulla base dei dati 2015, quasi la metà di queste emissioni è stata rilasciata dai 30 impianti più inquinanti, i Dirty 30. La Germania (con 8 centrali), la Polonia (6) e il Regno Unito (5) si segnalano in negativo, così come gli stabilimenti di Brindisi e Torrevaldilaga (Civitavecchia) in Italia. Nel 2015, le emissioni di CO2 di questo gruppo ristretto sono diminuite di poco, quasi l’1% rispetto ai livelli del 2014, quando invece questo trend avrebbe dovuto essere almeno tre volte maggiore. Anche per questo motivo, nei prossimi anni la graduale eliminazione delle centrali a carbone dovrà essere di primaria importanza per l’UE. I vantaggi riguardanti la salute, il clima e l’economia saranno evidenti e molteplici. Durante la lunga fase di phase-out sarà molto importante fornire supporto alle regioni minerarie colpite economicamente dalla transizione energetica, ma questo potrà essere fatto ricollocando le risorse attualmente destinate al settore dei combustibili fossili. Insomma, ci vorrà ancora un po’ di tempo per vedere di nuovo il sole, ma la nuvola nera che minaccia l’Europa sta finalmente iniziando a diradarsi.