Abuso di antibiotici: effetto collaterale degli allevamenti intensivi

Il massiccio e ingiustificato ricorso agli antibiotici negli allevamenti sta generando batteri sempre più forti contro i quali i farmaci sono inefficaci. Teoricamente in Europa già dal 2006 è stato ufficialmente vietato l’uso di antibiotici che favoriscono la crescita di animali. Ma la resistenza agli antibiotici non ha barriere geografiche né confini politici, ed è parte di una catena allargata che ne favorisce la diffusione grazie al libero commercio.
Micron
Micron
giornalista freelance

Quello degli allevamenti intensivi è un tema tanto dibattuto quanto ancora purtroppo relativamente estraneo alla gente comune. La ragione di questa carenza informativa non è sicuramente il mancato interesse da parte della popolazione ma, piuttosto, alla poca chiarezza nelle informazioni che riguardano questo processo della filiera alimentare.
Il servizio della Commissione europea, che misura e analizza le tendenze dell’opinione pubblica in tutti gli Stati membri, ha infatti dimostrato come l’80% della popolazione senta la necessità di avere una maggiore consapevolezza riguardo la produzione di ciò che mangiamo a tavola tutti i giorni.
La globalizzazione, infatti, con i suoi numerosi paradigmi dell’industria alimentare, ha creato dei meccanismi che regolano la produzione basandosi su uno sfruttamento intensivo delle risorse. Un sistema praticato con un unico obiettivo: massimizzare i guadagni e dimezzare i tempi e i costi di produzione. Questo credo, oltre a essere la principale fonte di sofferenza per gli animali, provoca danni irreversibili che impattano anche la salute delle persone e l’ambiente.
A livello globale il 70% della carne di pollame, il 50% di quella di maiale, il 40% di quella bovina e il 60% delle uova vengono prodotte in allevamenti intensivi. Anche l’Italia nel suo piccolo “vanta” percentuali vertiginose, con oltre il 95% di suini in allevamenti intensivi. Secondo i dati FAOSTAT, vengono allevati ogni anno 500 milioni di polli da carne. Circa l’80% viene allevato intensivamente, vale a dire su capannoni che possono contenere fino a 40.000 animali. Per capire l’importanza del tasso di crescita di questi polli, basti pensare che, se si trattasse di un bambino, a una settimana dalla nascita peserebbe in proporzione 18 chili.
Questi processi di allevamento, oltre a non essere evidentemente accettabili per le condizioni alle quali vengono costretti gli animali – si pensi solo alla loro qualità e durata della vita, alle mutilazioni, le sofferenze e i metodi di uccisione ai quali vengono sottoposti – mettono anche gravemente a repentaglio la salute dei consumatori.
Al di là delle non trascurabili implicazioni etiche, gli allevamenti intensivi celano dunque delle minacce per coloro che consumano i prodotti finiti di questo squilibrato processo. Le condizioni di tali allevamenti, come ha raccontato su queste stesse pagine Stefano Liberti, nei quali gli animali vengono ammassati senza avere un minimo di spazio vitale e di condizioni igieniche basiche, favoriscono infatti la trasmissione di malattie e la mutazioni di agenti patogeni in ceppi più pericolosi.
La somministrazione degli antibiotici agli animali risulta necessaria per farli rimanere in salute in allevamenti sovraffollati e con conseguenti condizioni igieniche critiche. Gli antibiotici sono utilizzati per mantenere in vita animali che, una volta portati al di sopra delle loro possibilità, si ammalano con estrema facilità. E nel momento in cui l’animale si ammala, è difficile che lo si riesca a isolare o a curare senza contagiare tutto il resto del bestiame. Viene quindi utilizzato il metodo metafilattico, andando a somministrare l’antibiotico a tutti gli animali indistintamente per prevenire che la malattia si diffonda.
Gli allevamenti intensivi impiegano inoltre correntemente gli antibiotici anche semplicemente per prevenire le malattie senza che queste si manifestino, indipendentemente dal fatto che l’animale sia infetto o meno. In alcuni Paesi come gli Stati Uniti inoltre, gli antibiotici vengono somministrati anche per velocizzare e massimizzare la crescita. Questo uso spropositato di tali sostanze è la principale causa dell’aumento di resistenza degli antibiotici.

COS’È L’ANTIBIOTICO RESISTENZA?
Gli allevamenti intensivi si stanno quindi trasformando in incubatori di microrganismi letali come il MRSA Staphylococcus aureus resistente alla meticillina. Questo batterio sferico resiste alle principali classi di antibiotici, come ha evidenziato un’inchiesta svolta da Scientific American.
Un recente studio ha dimostrato che anche se inizialmente gli antibiotici possono risultare efficaci e quindi adempiere alla loro funzione di debellare alcune malattie, nella maggior parte dei casi, c’è sempre il pericolo che alcuni microrganismi aventi i geni che causano resistenza possano sopravvivere. Questi microrganismi avendo la capacita di saltare con grande facilità da un ceppo di batteri a un altro, sono in grado di trasmettere la capacità di neutralizzare la sostanza battericida a un gruppo di batteri più ampio.
L’antibiotico è infatti un composto prodotto da microrganismi e capace d’agire su altri microrganismi (o su cellule viventi) inibendone la crescita o distruggendoli. Questa peculiarità degli antibiotici ha però creato i presupposti per rendere tali sostanze battericide in grado di diventare anche una forza capace di intaccare e plasmare le popolazioni batteriche, creando delle condizioni che favoriscono la sopravvivenza di germi portatori di geni capaci di combattere l’azione dei farmaci.
Questo processo, che vede i pochi batteri resistenti sopravvivere e trasmettere i cromosomi e dunque i geni capaci di combattere il farmaco alla progenie, prende il nome di trasferimento verticale.
Altrettanto, se non maggiormente dannoso è il trasferimento orizzontale, ossia la capacità dei geni della resistenza di saltare su ceppi o specie di batteri differenti, rendendo gli antibiotici inefficaci.
Quando parte dei batteri con i geni della resistenza sopravvivono agli antibiotici, un enzima dal nome trasportasi, può estrarre questi geni da un cromosoma di resistenza. A questo punto i geni vengono inseriti in un frammento circolare di DNA chiamato plasmide che riesce a veicolarsi da una specie ad un’altra completamente differente.
Questa scoperta venne sperimentata già nel 1975 quando il biologoStuart Levy e il suo team di ricerca somministrarono alcune dosi di un antibiotico a base di tetraciclina a 150 polli di una fattoria che non avevano mai assunto antibiotici prima. In una settimana si resero conto che quasi tutti i batteri di Escherichia Coli nell’intestino degli animali erano riusciti a resistere alla tetraciclina.
La scoperta sorprendente però risiedeva nel fatto che dopo 3 mesi i batteri all’interno dei polli erano resistenti anche a quattro altri antibiotici. A distanza di 4 mesi anche le colonie dei batteri dentro i polli della fattoria a cui non era stato somministrato l’antibiotico avevano sviluppato la resistenza alla tetraciclina.
Questo per il fatto che i geni responsabili della resistenza si diffondono facilmente attraverso la propagazione orizzontale.

NUMERI DA CAPOGIRO
L’uso degli antibiotici negli allevamenti intensivi fa la sua prima comparsa intorno alla metà del secolo scorso. Generando delle reazioni a dir poco entusiasmanti per gli allevatori che si videro aumentare la produttività a dismisura.
L’impennata dei guadagni economici, registrata dagli allevatori in quei primi anni, soffocò sul nascere qualsiasi scrupolo sul possibile impatto che questa strategia avrebbe potuto avere, a lungo andare, sul consumatore finale: l’uomo.
La prima somministrazione di penicillina fu fatta agli animali nel 1942 negli Stati Uniti. Già nel 1953 l’allora ministro della salute Macleod presentò i risultati stupefacenti di questa sperimentazione in termini di produzione. Questo comportamento imprudente diede i suoi primi e preoccupanti riscontri nel 1960 quando si diffuse la prima epidemia di salmonella. Si trattò del primo super batterio al mondo resistente a molte medicine. Migliaia furono le persone ricoverate e almeno 4 i decessi.
Secondo i dati dell’OMS oggi più che mai la resistenza agli antibiotici costituisce una delle maggiori minacce per la salute globale.
L’antibiotico resistenza è un gravissimo problema a livello globale, che costa all’Italia dai 5000 al 7000 decessi e 100 milioni di euro ogni anno, secondo uno studio eseguito dagli specialisti della SIMIT.
Negli Stati Uniti, nel 2012 e 2013, sono state rilasciate due raccomandazioni su base volontaria da parte della FDA (Food and Drug Administration) per le quali è stato richiesto di non somministrate più antibiotici agli animali con l’unico scopo di favorirne una crescita veloce e smisurata.
Il grande problema risiede nel fatto che molte aziende sostengono di aver interrotto da tempo l’uso di antibiotici per stimolare la crescita degli animali, ma di fatto gli stessi antibiotici continuano ad essere utilizzati con la motivazione di prevenire e controllare la diffusione di malattie.
Questo comportamento si traduce in cifre da capogiro considerando che negli USA il 70% dei bovini assume antibiotici, come anche il 70% dei suini. Vengono inoltre trattati tra il 20% e il 52% di polli in salute con antibiotici per questioni di profilassi.
Sempre negli USA nel 2012 gli scienziati dell’FDA hanno dimostrato come anche durante la macellazione la carne rimanga contaminata dai batteri presenti nell’intestino degli animali. Gli scienziati hanno infatti analizzato carne cruda venduta al dettaglio in tutto il Paese e hanno scoperto come ben l’84% dei petti di pollo, l’82% del macinato di tacchino, il 69% della carne bovina macinata e il 44% delle cotolette di maiale fossero contaminate da E.Coli intestinale. Germi che possono provocare un’intossicazione alimentare se la carne non viene cotta bene prima di essere mangiata.
Per quanto riguarda la situazione in Europa circa l’80% di tutti gli antibiotici utilizzati vengono somministrati agli animali.  È stato inoltre valutato che ogni anno la resistenza alle sostanze antibiotiche provoca 25 mila decessi e una spesa sanitaria di 1,5 miliardi.

NON SOLO CARNE…
Tuttavia il pericolo non è da ricercare unicamente nel prodotto destinato al consumo. La diffusione di batteri resistenti agli antibiotici può diffondersi all’interno degli allevamenti attraverso gli stessi allevatori in seguito al contatto diretto tra animale e uomo. Inoltre i batteri sviluppati negli animali vengono eliminati mediante le feci e possono quindi ritrovarsi negli ortaggi o nella frutta concimata o annaffiata con acqua contenente residui di reflui zootecnici.
L’impiego massiccio di antibiotici ha un effetto non trascurabile anche sulla composizione del suolo, in particolare sui microrganismi presenti in esso. Infatti l’applicazione continua di letame contaminato con antibiotici a lungo termine può cambiare la composizione batterica del suolo, diminuendo in molti casi la proliferazione di batteri importanti per una buona qualità del suolo e generando un aumento di batteri patogeni. Questo può causare una perdita di fertilità e, considerando gli effetti a lungo termine, una diminuzione della produttività oltre che aumentare il numero di batteri pericolosi per il genere umano.

UN ALTRO FUTURO È POSSIBILE?
L’uso indiscriminato degli antibiotici sembra sia destinato a crescere come sottolinea un studio pubblicato su PNAS  che pronostica che a livello mondiale tra il 2010 e il 2030 il consumo globale di antimicrobici aumenterà del 67% . Queste percentuali sono state stimate sia per il fatto che il numero di allevamenti per la produzione alimentare è destinato a crescere, sia perché si stima che gli allevamenti intensivi, economicamente più convenienti, soppianteranno gradualmente gli allevamenti di tipo tradizionale.
Il direttore generale dell’OMS Margaret Chan ha infatti dichiarato con preoccupazione che continuando a favorire l’antibiotico resistenza attraverso la somministrazione scellerata di sostanze antibatteriche agli animali, si assisterà ad un’era post-antibiotica nella quale molte infezioni comuni non avranno più cura.
Fortunatamente, segnali di speranza provengono dall’Europa dove la vendita di antibiotici a uso veterinario, incluso il suo utilizzo negli allevamenti, è in calo grazie alle politiche sanitarie adottate in diversi Paesi e alla responsabilizzazione degli operatori del settore.
Riguardo all’impiego di antibiotici in Italia, l’uso in campo veterinario è in calo negli ultimi anni. Nonostante ciò il consumo italiano resta fra i più alti in Europa e la percentuale di antibiotici venduti destinati agli animali da allevamento è allarmante: si tratta del 71% secondo i dati del rapporto ECDC/ EFSA /EMA del 2015.
Come riporta un documento dell’associazione Ciwf il nostro Paese è infatti il terzo più grande consumatore di antibiotici negli allevamenti all’interno dell’Unione Europea dopo Spagna e Cipro e il consumo rimane ben al di sopra della media. Ma un altro mondo è possibile? A guardare l’Olanda sembrerebbe di sì. Seguendo la normativa europea dal 2009 gli allevatori sono riusciti a ridurre della metà l’uso degli antibiotici con un anno di anticipo e come siano riusciti a trovare anche il modo di far quadrare i conti e addirittura di produrre profitto adoperando queste misure restrittive.
Si tratta di cambiamenti degli standard seppur costosi nel breve termine, come cambiare le ricette dei mangimi, aumentare le temperature delle stalle, lasciare più spazio agli animali, lasciare che i cuccioli stiano più tempo con le madri, assolutamente sostenibili e redditizi nel lungo termine.
Risulta quindi necessario lo sviluppo e l’integrazione di strategie per monitorare e ridurre i consumi di antibiotici negli allevamenti e proteggere così la salute e il benessere del bestiame e indirettamente quello di tutti gli esseri umani.

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