Acqua: il futuro dipende dalle città

Secondo le stime, entro il 2050 il 66% della popolazione sarà concentrato in ambiente urbano. Immaginare gli scenari futuri legati alla quantità e qualità della risorsa idrica è legato in primis allo sviluppo che le metropoli urbane conosceranno in termini di dimensione, localizzazione e forma.
Giulia Annovi, 28 Febbraio 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Troppa, troppo poca, troppo sporca. Saranno questi gli aggettivi che utilizzeremo per descrivere l’acqua delle nostre città in un futuro non troppo lontano? Secondo il rapporto Water Governance in Cities dell’OECD del 2016, l’approvvigionamento dell’acqua costituirà un problema reale per le città, un dilemma che assumerà declinazioni diverse in correlazione a dimensioni, localizzazione e forma delle metropoli urbane.
L’attenzione riservata all’ambiente urbano non è casuale: entro il 2050 vi sarà concentrato il 66% della popolazione. Sulla base dello stile di vita tipico delle città, è possibile prevedere dunque un consumo superiore di acqua per la produzione di elettricità, per le industrie che spesso si concentrano in prossimità degli agglomerati urbani, e per il consumo domestico. La stima del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite si aggira intorno al 55% di consumo in più rispetto all’attuale.
La più massiccia richiesta d’acqua imporrà la creazione di un nuovo assetto tra i bisogni della campagna e quelli della città. Soprattutto se si pensa che, sovente, le sorgenti da cui si riforniscono le città sono collocate nei territori limitrofi, che pertanto non dovranno essere sottovalutati dalle amministrazioni locali. Il potere della distribuzione dell’acqua lo dimostra un fatto di cronaca: l’acqua è una risorsa che quando manca è capace di piegare una città. La rivolta che sta avvenendo proprio questi giorni in India ha privato Delhi dell’acqua potabile, creando disagi a oltre 10 milioni di persone.
Le aree rurali potrebbero essere oggetto di una minor cura da parte di chi gestisce il territorio: l’assenza di infrastrutture adeguate, il mancato allacciamento con i sistemi di distribuzione urbana potrebbero costituire ulteriori elementi di disparità sociale.
Per scongiurare un debito troppo oneroso sulle spalle delle generazioni future, sia in termini economici che di scarsità di risorse, è indispensabile iniziare fin da ora una riflessione politica, puntare sulla sensibilizzazione delle persone che occupano diversi ruoli all’interno della società, analizzando i luoghi con le loro criticità e potenzialità. Il confronto tra città con strutture analoghe e la costruzione di un equilibrio tra la dimensione urbana e il tessuto sociale sono gli elementi su cui costruire le politiche del futuro.
Una prima discriminante nella gestione delle risorse idriche è la dimensione delle città. Secondo il rapporto The metropolitan century, redatto dall’OECD nel 2015, gli sviluppi di 28 città fanno presupporre che si trasformeranno in vere e proprie megalopoli con oltre 5 milioni di abitanti.
Le città in questione sono collocate soprattutto in Asia o in America Meridionale, e in esse si concentrerà il 12% della popolazione globale. Accanto a queste città ce ne saranno di dimensioni intermedie, che ospiteranno tra 1,5  e 5 milioni di abitanti. Le altre rimarranno di dimensioni più ridotte. La dimensione delle città rappresenta un dettaglio importante perché influenza il consumo dell’acqua. Nelle città con più di 5 milioni di abitanti si consumano 81,6 m3 per abitante all’anno, un valore che si abbassa fino a 60,9 m3 nelle aree urbane con 1,5 milioni di abitanti. È stato calcolato infatti che quando la popolazione aumenta dell’1% in un’area, il consumo di acqua cresce dello 0,12%. Consci dell’andamento in crescita, è compito dell’amministrazione delle città monitorare l’uso dell’acqua, sensibilizzare i cittadini, aumentare i prezzi per i consumi come contromisura per lo spreco.
Allo stesso modo, l’organizzazione spaziale delle città nelle fasi di crescita può costituire un inciampo al benessere dei suoi abitanti. Potrebbero infatti venire a mancare infrastrutture adeguate, moderne e distribuite in modo uniforme sul territorio urbano.
Ad accentuare la disomogenea distribuzione dei beni potrebbe concorre il fenomeno urbano chiamato sprawl, cioè la dispersione urbana che provoca lo svuotamento delle aree centrali con conseguente espansione delle periferie. Lo sprawl, infatti, aumenta i costi e rende più complicata la realizzazione di impianti adeguati. In tal caso, la competizione tra i cittadini per l’acqua potabile diventerebbe un’altra questione molto sentita, perché da tale diritto potrebbero essere escluse le fasce più deboli della popolazione, cioè quelle che vivono nelle aree più periferiche e che soprattutto non sono in grado di sostenere l’aumento del prezzo dell’acqua.
Il prezzo dell’acqua varia infatti in relazione alla forma della città, alla dispersione urbana, alla distanza dalle fonti, agli impianti di trattamento e alla rete idrica.
Il costo per la gestione del servizio potrebbe anche variare per la sempre maggiore partecipazione nell’amministrazione delle risorse idriche da parte di attori privati, capaci di influenzare gli esiti delle politiche che regolano gli usi, i consumi e la distribuzione dell’acqua.
Infine, le città rappresentano spesso i santuari delle attività economiche umane e, quindi, sono la principale fonte di inquinamento delle acque. Il 75% delle città inserite nel rapporto OECD considera inadeguate le misure prese oggi per prevenire l’inquinamento dell’acqua di domani. L’80% delle città è collegata a impianti di depurazione, ma la distribuzione e la qualità di tali servizi dividerà le città in due categorie: quelle che entro il 2050 riusciranno a ristabilire le falde sotterranee e a ridurre l’inquinamento dell’acqua superficiale e quelle che invece faticheranno a mantenere intatte le proprie risorse per mancanza di depuratori.
Altri problemi spaziali sono in stretta connessione al cambiamento climatico. Le città che oggi si trovano lungo le coste assisteranno sempre più di frequente a eventi estremi, alluvioni, inondazioni. Secondo un documento stilato dalla Commissione Europea, i costi per contrastare le alluvioni costeranno al Vecchio Continente 5 volte di più nel 2050, passando dai 4,6 miliardi attuali ai 23,5 miliardi. E a metà del XXI secolo, il 20% della popolazione globale si troverà in aree soggette ad alluvioni. Al contrario, saranno 4 miliardi le persone che soffriranno per la siccità. Serviranno dunque nuove tecnologie per fornire infrastrutture adatte a contrastare i problemi di distribuzione ma anche per far fronte a eventi ambientali.
Accanto alle tecnologie, sarà fondamentale un’amministrazione capace di costruire città resilienti attraverso l’uso di moderni strumenti. Le sperimentazioni non mancano. Ad esempio nel progetto europeo TRUST, terminato lo scorso anno, sono state coinvolte nove città pilota chiamate a saggiare l’efficacia di strumenti per la gestione dell’acqua, nuovi metodi di supporto alle fasi decisionali, l’integrazione nell’amministrazione dell’acqua, dell’energia e delle infrastrutture. In un contesto così frammentato è necessario lo sviluppo di una gestione centralizzata dell’acqua, che sappia dialogare con i vari amministratori e fornitori di servizi legati alle risorse idriche e che conosca le politiche applicate in altri settori (es. agricoltura e energia) per costruire una legislazione più integrata. Ciò sarà fondamentale per avere un servizio condiviso all’interno della città, un monitoraggio più uniforme e una distribuzione di competenze e responsabilità più equilibrata. E non potrà prescindere dal coinvolgimento diretto della popolazione, alla quale dovranno essere forniti dati trasparenti, la corretta armonizzazione delle statistiche e strumenti tecnologici per il monitoraggio.

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