Africa: il prezzo ecologico della guerra

Uno studio della Princeton University, pubblicato su Nature, ha esaminato il destino dei grandi mammiferi durante 60 anni di guerre.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Sterminata e selvaggia, ospita popoli con più di 2000 lingue diverse e i famosi big five da safari: bufali, elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti. Solcata da fiumi immensi, spaccata in due dal Sahara, attraversata da savane e foreste pluviali, l’Africa è stata – ed è ancora – dilaniata da conflitti terribili e sanguinosi. Conflitti che si sono rivelati un inferno anche per la fauna selvatica. Ma qual è quindi il costo ecologico della guerra? È una pressione insostenibile per la fauna selvatica, oppure no?
Fino ad oggi se lo sono chiesto diversi studi, prendendo in considerazione singoli Paesi. Ma lo studio Warfare and wildlife declines in Africa’s protected areas, pubblicato su Nature dai biologi Joshua Daskin e Robert Pringle della Princeton University, ha esaminato per la prima volta il destino dei grandi mammiferi di un intero continente, durante oltre sei decenni di guerre.
L’idea è nata da un viaggio in Mozambico. Un Paese che negli ultimi quarant’anni ha affrontato prima una lunga guerra di indipendenza dal Portogallo e poi è precipitato in una brutale guerra civile durata 15 anni, che ha visto contrapporsi il fronte per la liberazione del Mozambico (Frelimo) e il movimento di destra anti-comunista, detto Renamo. Il bollettino è stato di un milione di morti – di cui il 95% civili – e milioni di sfollati. Ma anche il Parco nazionale di Gorongosa ne è uscito devastato: alla fine del conflitto più del 90% della fauna selvatica del parco era scomparsa. Se sul finire degli anni ’60 a Gorongosa erano stati contati circa 200 leoni, 2.200 elefanti, 14.000 bufali africani, 5.500 gnu, 3.000 zebre, 3.500 cobi, 2.000 impala e 3.500 ippopotami, a metà degli anni ’90 erano rimasti solo 15 bufali, 5 zebre, 6 leoni, 100 ippopotami, 300 elefanti e una manciata di gnu. Ghepardi, leopardi, iene e licaoni si erano quasi estinti. A pesare davvero sul Parco era stata la guerra civile. Centinaia di elefanti erano stati abbattuti per la carne e per l’avorio, utile per comprare armi e rifornimenti. Soldati e civili affamati hanno dato la caccia a migliaia di zebre, gnu, bufali africani e altri ungulati. Mentre i leoni e altri grandi predatori sono stati uccisi anche loro o sono morti di fame, vista la penuria di prede. Fortunatamente, però, finita la guerra, venne avviato un milionario progetto di restoration ecology. E grazie allo sforzo congiunto del governo del Mozambico, dell’IUCN e della Fondazione Carr oggi il parco è tornato al suo vecchio splendore.
Appresa la storia del Mozambico e del parco di Gorongosa, Daskin e Pringle hanno preso in considerazione dieci fattori che avrebbero potuto influire sulle dimensioni delle popolazioni animali, tra cui la guerra, la siccità, l’estrazione mineraria, lo sviluppo urbano e la densità della popolazione umana. E hanno esaminato le tendenze demografiche, dal 1946 al 2010, di 253 popolazioni di 36 specie diverse, distribuite in 126 aree protette africane che ricadono in 19 Paesi. E così hanno scoperto che in questi 65 anni, guerre e guerriglie hanno interessato più del 70% delle riserve africane. In un quarto di queste le guerre sono durate in media 9 anni, in altre anche 20 anni o più. E a pagarne le conseguenze sono stati elefanti, ippopotami, giraffe e altri grandi mammiferi, diventati prede facili, mentre i parchi ridotti senza fondi, chiusi o senza più personale, non avevano gli strumenti per opporsi. Secondo lo studio, poi, ad avere l’effetto negativo maggiore sulla fauna non è stata tanto l’intensità della guerra, intesa come perdita di vite umane, quanto il ripetersi frequente delle contese. Tanto che le zone dell’Africa interessate più di frequente da conflitti hanno visto crollare le popolazioni di mammiferi a un ritmo del 35% l’anno.
Nonostante la guerra sia stata un fattore costante nel decennale declino dei grandi mammiferi in Africa, raramente però le popolazioni di queste specie sono arrivate al punto di non ritorno. E in effetti a conti fatti, solo in sei episodi si è verificata l’estinzione locale di una specie. Come nel caso di un folto gruppo di giraffe scomparse da un parco ugandese tra il 1983 e il 1995 durante due guerre civili. E in ogni caso, secondo lo studio, più che le bombe o le mine, a provocare la morte della maggior parte dei capi sono gli effetti socioeconomici della guerra, che si verificano a catena e che degradano la capacità istituzionale di salvaguardare il patrimonio faunistico.
Ma il più delle volte, per fortuna, dopo un grave conflitto la situazione può essere ripristinata. Com’è successo per il Parco di Gorongosa. Fondamentale, però, è la stretta collaborazione e una chiara comunione d’intenti tra le istituzioni, le organizzazioni umanitarie e quelle che si occupano di conservazione della fauna. Ed è necessario fare grossi investimenti. Per esempio per il Parco di Gorongosa sono stati costruiti oltre 100 chilometri di strade e assunti nel parco 50 nuovi impiegati. E solo la Fondazione Carr sborsò 10 milioni di dollari in tre anni per reintrodurre gli animali, completare un santuario di 60 chilometri quadrati e costruire un safari camp. Impegnandosi, poi, in un accordo ventennale con il governo. Infine, affinché l’operazione riesca e vengano ripristinate le condizioni iniziali, è necessario coinvolgere la cittadinanza: stabilire mezzi di sussistenza alternativi se necessario, approvare leggi e ordinanze, rimettere in piedi il sistema d’istruzione, portare avanti una grande opera di comunicazione, combattere il bracconaggio e coinvolgere i cittadini in tutte queste operazioni aprendo nuove opportunità lavorative.
Solo con le politiche e le risorse giuste si può avere la speranza di invertire il declino e ripristinare degli ecosistemi. Anche in aree storicamente soggette a conflitti.

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