Agenda 2030: i passi delle sfide globali

Quando ci si imbatte nel termine “sostenibile”, si tende a essere immediatamente catapultati nella dimensione ambientale dello sviluppo economico. L’Agenda 2030 si propone invece di rivoluzionare questo approccio attraverso un cambiamento mentale e comportamentale. La sostenibilità intesa dall’Onu, infatti, annovera temi come occupazione, fame, povertà, diritti, istruzione, energia, innovazione e infrastrutture.
Cristiana Pulcinelli, 15 Novembre 2019
Micron
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Giornalista Scientifica

«Il nostro scopo è chiaro. La nostra missione è possibile. La nostra meta è sotto i nostri occhi: la fine della povertà estrema entro il 2030 e una vita di pace e dignità per tutti». Così Ban Ki Moon, all’epoca segretario generale delle Nazioni Unite, nel settembre 2015 presentava l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile, appena approvata da oltre 150 Stati membri. Cuore dell’Agenda sono gli “obiettivi per lo sviluppo sostenibile” (Sustainable Development Goals, o SDG): si tratta di 17 obiettivi che i paesi dovrebbero fare propri, mettendo in atto politiche per la loro realizzazione entro il 2030. L’idea non è nuova: già nel 2001 l’ONU aveva lanciato gli 8 Millennium Development Goals (sradicare la povertà estrema e la fame nel mondo; rendere universale l’istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; ridurre la mortalità materna; combattere l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo) che si volevano conseguire entro il 2015 e che sono stati raggiunti solo parzialmente.

Potremmo dire che gli obiettivi di sviluppo sostenibile sono un po’ la continuazione dei Millennium Goals, ma nel passaggio di consegne si sono evidenziate alcune importanti differenze. Innanzitutto il numero. Passare da 8 a 17 non è stato indolore: alcuni stati, compresa la Gran Bretagna e il Giappone, si sono lamentati perché i nuovi obiettivi sono troppo numerosi e questo rende difficile non solo implementarli, ma anche farli capire alla popolazione. Dall’ONU hanno risposto che il processo per arrivare a quegli obiettivi è stato lungo e laborioso e scegliere di toglierne qualcuno non era pensabile.

In effetti, le Nazioni Unite hanno dato il via al più grande programma di consultazione della loro storia per arrivare a definire quei goal. Tutto è iniziato nel 2012 quando, dopo il Rio+20 Summit, viene messo in piedi un gruppo di lavoro aperto con i rappresentanti di 70 paesi per individuare i punti fondamentali. Il gruppo ha discusso per oltre un anno; tra i partecipanti c’erano nomi importanti come Robert Costanza, l’economista americano che per primo ha fatto una stima economica della natura, e Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica per le sue ricerche sul buco dell’ozono. Parallelamente, sono state condotte delle global conversations, ovvero consultazioni con la popolazione su temi specifici e sondaggi porta a porta i cui risultati sono stati discussi dalla commissione.

Il risultato finale sono 17 punti, che elenchiamo:

  1. porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo;
  2. porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile;
  3. assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.
  4. fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti;
  5. raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze;
  6. garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie;
  7. assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni;
  8. incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti;
  9. costruire un’infrastruttura resiliente e promuovere l’innovazione ed una industrializzazione equa, responsabile e sostenibile;
  10. ridurre l’ineguaglianza all’interno di e fra le nazioni;
  11. rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili;
  12. garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo;
  13. promuovere azioni, a tutti i livelli, per combattere il cambiamento climatico;
  14. conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile;
  15. proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre;
  16. promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile;
  17. rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile.

 

Il gruppo di lavoro ha poi indicato numerosi sotto-obiettivi, per così dire, che specificano meglio l’intento e le modalità di realizzazione dell’obiettivo stesso, i cosiddetti “target”. Ad esempio, nel primo goal (sconfiggere la povertà) troviamo target come: ridurre almeno della metà il numero di persone che vivono in condizioni di povertà entro il 2030 ed eradicare la povertà estrema (ovvero quella di chi vive con meno di 1,25 dollari al giorno). In tutto contiamo 169 target.

Un aspetto interessante è che il passaggio dagli 8 goal del 2001 ai 17 attuali è avvenuto mettendo al centro l’ambiente. Nel nome stesso dei nuovi obiettivi compare lo “sviluppo sostenibile” come indice dell’accettazione del fatto che la sostenibilità è un fattore chiave e ormai indispensabile per il nostro futuro. Inoltre, a ben guardare, gli obiettivi hanno tutti a che fare con l’ambiente.

Alcuni di essi hanno una relazione diretta con la qualità dell’ambiente fisico e sono il risultato dell’espansione dell’obiettivo del millennio sulla sostenibilità ambientale in 5 diverse declinazioni: acqua pulita, vita in mare e sulla terra, clima, biodiversità. Altri sono indirettamente correlati con l’ambiente attraverso i disastri naturali, la fame, l’agricoltura, il cibo, la salute, l’energia, la crescita economica, l’industria, le città. L’obiettivo 8, ad esempio, che parla di crescita economica sostenibile, ha tra i suoi target il disaccoppiamento (decoupling, nel gergo internazionale) della crescita economica dalle pressioni sull’ambiente e dal degrado ambientale.

L’altro elemento interessante che si evidenzia, quindi, è lo stretto legame che unisce gli obiettivi tra loro. La lotta al cambiamento climatico, per fare un esempio, inciderà anche sulla lotta alla povertà e sulla realizzazione della pace. È infatti ormai dimostrato che l’impatto della modificazione del clima può portare alla perdita di mezzi di sussistenza, a un aumento di morbilità e mortalità, a un rallentamento economico e a un maggiore potenziale di conflitti violenti, migrazione di massa e diminuzione della resilienza sociale. A questo proposito, uno studio appena pubblicato da Nature mette in evidenza come le scelte politiche sull’energia influiranno sulle situazioni geopolitiche del futuro, favorendo o spegnendo conflitti e tensioni.

Ci sono poi altri due importanti elementi di novità: in primo luogo, mentre quelli del millennio di fatto venivano considerati obiettivi da perseguire per i paesi poveri del mondo, i nuovi obiettivi sono per tutti, ricchi e poveri, perché tutti i paesi sono da considerare in via di sviluppo se pensiamo a una crescita equa e sostenibile. In secondo luogo, all’individuazione degli obiettivi, per la prima volta, ha contribuito anche il settore privato. E, nel prosieguo del percorso, oltre agli Stati, diverse imprese hanno cominciato a utilizzare il framework degli SDG per declinare le loro scelte strategiche.

Uno studio di Accenture (la società di consulenza aziendale più grande al mondo) del 2016, realizzato insieme all’iniziativa delle Nazioni Unite “Global Compact”, intervistando oltre 1000 amministratori delegati di imprese operanti in più di 100 paesi e in altrettanti settori, mostra come l’Agenda 2030 costituisca un riferimento strategico importante per il settore privato nei prossimi anni. Tanto è vero che, a seguito della decisione da parte del presidente Donald Trump di ritirare la ratifica voluta e perfezionata dalla precedente Amministrazione di Barack Obama dell’Accordo di Parigi (il principale strumento internazionale e multilaterale per contrastare i cambiamenti climatici e per raggiungere l’obiettivo 13 dell’Agenda 2030 dell’ONU) un consorzio di grandi imprese americane, insieme a sindaci, governatori, leader tribali, gruppi religiosi, istituzioni culturali, organizzazioni sanitarie e investitori ha dichiarato che continuerà a sostenere l’azione per il clima per rispettare l’accordo di Parigi, indipendentemente dalle decisioni e dagli indirizzi dell’Amministrazione Trump.

Il problema fondamentale è che questi obiettivi non hanno un regime vincolistico, ma solo reputazionale. Cosa vuol dire questo? Mentre alcuni accordi internazionali sono vincolanti (pensiamo a quello sull’uso dei cloroflorocarburi (CFC) per la riduzione del buco nell’ozono), altri, come ad esempio l’accordo di Parigi sul clima, sono su base volontaristica e non prevedono alcuna misura di penalità per i paesi nel caso in cui questi non mantengano gli impegni assunti. La cosa peggiore è una cattiva reputazione internazionale, ma poco altro. Lo stesso vale per il Global Compact for Migration firmato da 164 paesi dell’ONU, ma non dall’Italia.

Ma questo non è l’unico motivo per cui appare altamente improbabile che tutti gli obiettivi vengano raggiunti: «Per cominciare, gli stati membri hanno evitato parametri quantificabili reali per il 2030 per molti degli obiettivi, il che significa che non saremo mai in grado di valutare definitivamente se sono stati raggiunti o meno», spiega Lorenzo Ciccarese dell’ISPRA che da vent’anni partecipa come esperto del governo ai processi negoziali ONU sui cambiamenti climatici, sulla conservazione della biodiversità e sullo sviluppo sostenibile. D’altra parte, il fatto che non tutti gli SDG saranno soddisfatti non li rende inutili. «La loro forza è che c’è una spinta per molti attori diversi a lavorare collettivamente in un mondo sempre più polarizzato in cui il multilateralismo è scricchiolante. Nessun altro quadro multilaterale può affermare di avere una così ampia proprietà globale, grazie in parte alla vasta fase di consultazione. Se diventano un punto di riferimento comune, possono essere qualcosa che unisce. E se vogliamo fare progressi sulle molte questioni che coprono, questo sarà un punto di partenza», conclude Ciccarese.

Alcuni processi si sono già messi in movimento: se ad esempio guardiamo al primo goal, possiamo dire che il tasso di umanità che viveva in povertà estrema nel 2013 era pari a un terzo di quello del 1990. Inoltre, la percentuale di persone che vivono con meno di 1,90 dollari al giorno è crollato dal 26,9 % nel 2000 al 9,2% del 2017. Tuttavia, contiamo ancora 800 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per tutti e 17 gli obiettivi: a fronte di alcuni passi avanti, rimane ancora molto da fare. E, secondo quanto si legge sul Sesto Global Environment Outlook (GEO-6), il rapporto dell’ONU sullo stato dell’ambiente mondiale del 2019, «Nel complesso, il mondo non è sulla buona strada per raggiungere la dimensione ambientale dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile né gli obiettivi ambientali concordati a livello internazionale entro il 2050. È necessaria un’azione urgente per invertire tali tendenze e ripristinare la salute ambientale e umana sul pianeta […]. Le proiezioni future mostrano che lo sviluppo è troppo lento per raggiungere i traguardi o addirittura che va nella direzione sbagliata».

Proiezioni stimate, a livello globale, di raggiungimento dei traguardi di alcuni Obiettivi per lo sviluppo sostenibile e di obiettivi ambientali concordati a livello internazionale. Fonte: Unep – Global environmental Outlook GEO-6.

Se guardiamo la figura 1 vediamo che quelli su cui siamo più indietro sono gli obiettivi che riguardano il riscaldamento globale e la protezione delle terre e dei mari. Continuando su questa strada, il pianeta rischia un “apartheid climatico” in cui i ricchi hanno i mezzi per sfuggire alla fame «mentre il resto del mondo è lasciato a soffrire», ha detto il 24 giugno scorso Philip Alston, relatore speciale dell’ONU sull’estrema povertà. Il funzionario ha presentato un rapporto al Consiglio dei diritti umani dell’ONU nel quale si prevede che le nazioni in via di sviluppo soffriranno almeno il 75% dei costi dei cambiamenti climatici, nonostante il fatto che la metà più povera della popolazione mondiale generi solo il 10% delle emissioni di CO2.

E l’Italia? Nel 2017 è stata presentata al Consiglio dei ministri e poi approvata dal CIPE la “Strategia italiana per lo sviluppo sostenibile” che vorrebbe essere il primo passo per declinare a livello nazionale i principi dell’Agenda 2030. Un passaggio importante è quello di individuare gli indicatori per misurare i progressi verso gli obiettivi. Alcuni di questi indicatori già esistevano, l’ISPRA li aveva sviluppati per ottemperare all’obbligo di reporting internazionali, ad esempio il livello di emissioni di gas serra o di estensione delle aree protette o di superfici del verde pubblico. Altri invece sono nuovi. L’ISTAT sta lavorando all’identificazione di questi nuovi indicatori. Ma l’Italia – secondo Ciccarese – non sta peggio di altri paesi per quanto riguarda la raccolta di dati e informazioni.

Un altro punto dolente sono i fondi da investire nello sviluppo sostenibile: «A fronte di Svezia e Danimarca, che investono molto – dice Ciccarese – ci sono paesi come il Canada, gli Stati Uniti, l’Australia che per molti anni erano all’avanguardia e che oggi hanno ripreso ad utilizzare il carbone, continuano a sfruttare depositi fossili e non sono attenti alla biodiversità». Che siamo in buona compagnia lo dimostra anche il primo Rapporto sugli SDG nelle città europee, redatto dal Sustainable Development Solutions Network e da Telos – Brabant Center for Sustainable Development dell’Università di Tilburg. Lo studio dimostra che nessuna grande area metropolitana o capitale europea ha realizzato i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, il 65% dei quali non sarà raggiunto entro il 2030 senza un adeguato coinvolgimento e coordinamento tra governi locali e regionali. Certo, le differenze tra le 45 città analizzate si vedono: con Oslo e Stoccolma ai primi posti e Atene all’ultimo. Le città italiane, insieme alle portoghesi e alle spagnole, si piazzano comunque nella fascia più bassa: Milano sotto Vilnius e Roma sotto Lisbona, rispettivamente al 34° e al 40° posto.

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