Agricoltura, cibo e clima: un’alleanza per la sostenibilità

Quello agroalimentare è un settore cui si deve un consistente contributo all’accumulo in atmosfera di gas serra e, al tempo stesso, è anche una delle principali vittime dei cambiamenti climatici. Del cruciale intreccio tra agricoltura, clima e alimentazione si è discusso in occasione dell’ultima edizione della Fiera delle Utopie Concrete.
Silvia Zamboni, 21 Novembre 2016
Micron
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Giornalista scientifica

Alla Conferenza dell’Onu sul clima a Marrakech sui tavoli dei negoziati si sono (finalmente) accesi i riflettori sulla produzione agroalimentare primaria, comprese pesca e zootecnia.
Che a questo settore si debba infatti un consistente contributo all’accumulo in atmosfera di gas serra è un dato acquisito: a livello globale, le statistiche attribuiscono ad esso un terzo delle emissioni di gas climalteranti, con la produzione di carne che da sola tocca il 14%. A sua volta, a causa soprattutto di eventi meteorologici estremi e dei fenomeni di desertificazione, il settore della produzione agroalimentare primaria è anche una delle principali vittime dei cambiamenti climatici. Assodato, quindi, questo ruolo “bidirezionale” dell’agricoltura, è possibile, e come, ridurne l’impatto intervenendo sia con la ricerca scientifica, sia sui processi produttivi, sia sulle scelte e le diete alimentari dei singoli consumatori? E come la salute dei campi può contribuire a migliorare contemporaneamente quella del clima e la nostra? Può, in particolare, l’agricoltura biologica, che mette al bando fertilizzanti di sintesi chimica e pesticidi, fornire una, se non proprio la ricetta vincente?
Del cruciale intreccio tra agricoltura, clima e alimentazione si è discusso a Città di Castello nell’intensa tre giorni della Fiera delle Utopie Concrete (3-5 novembre), l’appuntamento annuale con la ricerca scientifica, le strategie e le esperienze di eccellenza sulla strada della conversione ecologica, ideato nel 1989 dal pacifista e ambientalista bolzanino Alex Langer.
Che l’agricoltura biologica sia la più importante, anche se non unica, forma di agricoltura ambientalmente sostenibile è fuori discussione, ha sottolineato nel suo intervento Andrea Olivero, vice-ministro alle politiche agricole, alimentari e forestali (MIPAAF). Il biologico Made in Italy, nello specifico, ha una sua credibilità e sta facendo passi da gigante, ha aggiunto: negli ultimi due anni si è passati dal 10 al 12% della Superficie agricola utile (Sau) coltivata con metodi biologici (+ 7,5% nel 2015 rispetto al 2014), con la Calabria che è al 40% (e l’Umbria al 16%). E, rispetto agli attuali 60mila operatori bio, si stima un incremento di altre 15mila unità nei prossimi anni.
Anche la domanda di prodotti bio cresce in Italia: nel 2015 si è registrato un + 20% di consumo.
Numeri, quindi, decisamente anticiclici rispetto a quelli da prefisso telefonico della ripresa economica del nostro Paese, al punto addirittura da suscitare delle preoccupazioni: «Il bio non può reggere simili ritmi di aumento della domanda che mal si conciliano con i tempi più lunghi richiesti dalla conversione della produzione agroalimentare ai metodi biologici» ha suonato il campanello d’allarme Olivero. «Tanto più che questa accelerazione ha incrementato l’import, con i rischi di contraffazione che periodicamente emergono sulla cronaca». Come primo rimedio, quindi, occorre rinnovare e stringere le maglie dei controlli e delle certificazioni. Ma c’è un altro aspetto che va affrontato: quello della ricerca, avviando corsi di laurea che oggi mancano dai curricula universitari, perché il bio, parola di vice ministro, «richiede maggiori competenze del convenzionale».
Nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9 miliardi di esseri umani, e per di più avremo a disposizione meno suolo coltivabile. Quand’anche in una prospettiva di medio-lungo periodo, può/potrebbe il biologico nutrire il mondo? Risposta affermativa, pur nell’evidenziazione della complessità del tema, da parte di Paola Migliorini, docente presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (CN): «La rivoluzione verde degli anni ’60 ha quintuplicato le rese attraverso l’aumento esponenziale di input esterni, come l’impiego di fosforo, acqua e azoto. Restano però la fame nel mondo e i danni inferti all’ambiente. A livello globale oggi l’agricoltura biologica è ancora di nicchia: sono 43 i milioni di ettari coltivati al mondo a cento anni dalla sua introduzione, mentre le coltivazioni ogm, in un tempo di diffusione molto più ristretto, coprono già  180 milioni di ettari», ha evidenziato Migliorini.
Tuttavia, c’è un elemento che gioca a favore dell’affidabilità in futuro del biologico: «Le rese, a confronto dei metodi di coltivazione convenzionali, al peggio oggi possono essere inferiori del 20%, quando non si equivalgono».
In compenso, le coltivazioni bio presentano effetti positivi di mitigazione in quanto «riescono a sequestrare il doppio del carbonio: se tutta l’agricoltura italiana si convertisse a questo metodo, si soddisfarebbero gli obiettivi nazionali di mitigazione» ha puntualizzato Migliorini.  Inoltre, «la capacità di adattarsi ai cambiamenti climatici è un altro importante aspetto a vantaggio della resilienza dei sistemi agricoli biologici, che in più difendono la biodiversità».
Senza contare che il metodo bio contribuisce ad incrementare l’occupazione, ha rilevato Maria Grazia Mammuccini, dirigente di FederBio e produttrice di vini biologici, anche da vitigni antichi recuperati: «Sulla produzione lorda vendibile la manodopera nel convenzionale incide per il 14%, nel biologico per il 18%». E in tempi di disoccupazione alle stelle non è un atout da poco aumentare i posti di lavoro.
Della complessità del processo di transizione in genere, e in particolare al biologico, ha parlato Gianluca Brunori, Professore presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell’Università di Pisa. «Di fronte alla drammaticità dei cambiamenti climatici e all’urgenza della transizione siamo ancora alle prese con risposte settoriali, con l’alternativa convenzionale versus biologico» ha esordito, «mentre occorre una visione unitaria.  La complessità della transizione riguarda attori e regole del settore; il rischio che attiri persone interessate in prima linea al business; i “buchi neri” nella conoscenza, perché un processo di transizione richiede il passaggio da una conoscenza ad un’altra; la dialettica tra la visione generale e la nicchia dove si sperimentano le innovazioni che, se hanno successo,  vengono poi trasferite su larga scala. Dobbiamo immaginare il traguardo finale da qui a vent’anni per costruire il percorso per raggiungerlo» ha spronato Brunori.
Su soluzioni di sapore avveniristico in agricoltura, finalizzate alla mitigazione dell’effetto serra, ha concentrato il suo intervento Francesco Miglietta, ricercatore presso l’istituto di Biometeorologia del CNR di Firenze. Dal perennialismo nelle colture, alla riduzione dell’albedo, alla produzione di biochar, la sua relazione ha tracciato uno scenario futuribile che in parte, col biochar, vede già delle applicazioni in alcuni Paesi dell’Africa. Ma andiamo con ordine.
«Nel processo di domesticazione delle specie vegetali coltivabili l’uomo ha privilegiato quelle a ciclo annuale, scelta che non è la più consona a contrastare i cambiamenti climatici» ha esordito Miglietta. «Per perennialismo si intende quindi la selezione di colture non annuali, che pertanto non richiedono di essere riseminate ogni anno (con l’aggravante, in termini ambientali, di tutte le operazioni di aratura e movimentazione del terreno associate).
Queste piante finiscono per sviluppare un apparato radicale pari all’altezza di un essere umano, sono quindi più resilienti e rafforzano la tenuta del suolo contro i fenomeni di erosione» ha proseguito. «Oggi, grazie ad incroci (no ogm) in laboratorio, sono state prodotte varianti perenni di frumento, girasole, sorgo, riso e mais. E in Giappone si è diffuso il riso perenne».
La riduzione dell’albedo riguarda invece la modificazione delle proprietà ottiche della superficie terrestre a favore di un maggiore grado di riflessione verso l’esterno delle radiazioni solari. Si può ottenere questo risultato agendo sulle specie alimentari vegetali? Dati sperimentali alla mano, «sono le specie colturali con un indice inferiore di clorofilla, quindi di colore meno verde, a riflettere maggiormente verso l’atmosfera le radiazioni solari. In California», ha riferito Miglietta,  «è stata “sintetizzata” una pianta mutante con questa caratteristiche».
E la resa produttiva resta più o meno invariata.
Infine il biochar, il cosiddetto carbone vegetale che si ottiene bruciando biomassa con il processo di pirolisi: si tratta di materia ad alto potere fertilizzante in grado di sequestrare quasi il 90% del carbonio contenuto nella pianta, mentre un processo di combustione convenzionale libera in atmosfera tutto il carbonio precedentemente fissato dalla pianta.
Mentre la scienza continua a cercare soluzioni in laboratorio e sui campi, quale contributo può portare il consumatore a tavola? Come si può “mangiare bene per il clima”, riprendendo il titolo dell’ultima tavola rotonda, e al contempo mangiare correttamente per la nostra salute? Ci sono scelte, è risaputo, che vanno in questa direzione, a partire dalla limitazione, se non proprio dall’abolizione tout-court, del consumo di carne, un alimento particolarmente rapace in termini di risorse naturali per produrla e di benessere animale negli allevamenti intensivi, responsabili, come abbiamo visto, di un’elevata emissione di gas serra. Per cui la parola d’ordine degli esperti anche a Città di Castello è stata: Dieta Mediterranea, la celebre piramide alimentare designata dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
L’agricoltura biologica sarà il convenzionale di domani, come hanno affermato alcuni relatori/alcune relatrici?
E, mentre oggi ci chiediamo come sia possibile coltivare con il metodo biologico accanto al convenzionale per il rischio di contaminazioni, dovremmo ribaltare la domanda e chiedere come è possibile permettere di coltivare con la chimica di sintesi accanto ai campi bio? Anche Karl-Ludwig Schibel, il decano coordinatore dell’Agenzia Utopie Concrete che organizza la Fiera, già docente di ecologia sociale all’Università di Francoforte, pensa che si arriverà a un giorno in cui il biologico sarà il metodo convenzionale. Ma la conversione non è dietro l’angolo, per cui, nel trarre un bilancio dei tre giorni di dibattito, si dichiara soddisfatto perché «siamo riusciti a far dialogare tra loro, nella chiarezza ma anche nella tolleranza, secondo l’ispirazione di Langer, i protagonisti del mondo agricolo, sia del bio sia del convenzionale. Le sfide per un futuro sostenibile nel nostro territorio sono sotto gli occhi di tutti, e la Fiera è stata l’occasione per approfondirle e comunicarle al meglio».
Prossimi obiettivi per il 2017? «Resta la questione su come calare i grandi temi della sostenibilità e dei cambiamenti climatici nella dimensione quotidiana della gente e nella dimensione locale, perché la strada maestra della sostenibilità passa di lì, dai territori. Questo libro non è ancora stato scritto, per cui non capisco coloro che pensano di averlo già in mano e che basti leggerlo».

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