Amianto: la lunga strada della bonifica

Secondo alcune stime, il quantitativo di amianto totale, quindi grezzo e derivati insieme, ancora presente sul territorio nazionale sarebbe pari a circa 32 milioni di tonnellate. Ai ritmi attuali di smaltimento l'eliminazione totale di questo pericoloso cancerogeno, che si stima in Italia provochi circa seimila morti all’anno, richiederebbe oltre 80 anni.
Giuseppe Nucera, 27 Febbraio 2018
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Fino agli anni ‘90, l’Italia è stato tra i maggiori produttori mondiali di amianto grezzo in fibra, risultando il secondo produttore a livello europeo dopo l’Unione Sovietica. Una produzione massiva nazionale che vede un totale di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto in meno di cinquanta anni, dal dopoguerra fino al bando del 1992. Con una media annua mai scesa sotto le 100.000 tonnellate fino al 1987, a cui si sono sommate le importazioni di amianto grezzo mantenutesi superiori alle 50.000 tonnellate/anno fino al 1991. Numeri che portano l’Italia a essere attualmente uno dei Paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie asbesto-correlate.
Con la Legge n. 257 del 27/3/1992, la nostra è stata tra le prime nazioni a bandire l’amianto e i prodotti che lo contengono, stabilendo quindi non solo il divieto di estrazione del grezzo ma anche di produzione, importazione e commercializzazione dei prodotti derivati.

ANCORA ATTORNO A NOI: BANDITO MA NON RIMOSSO
Il bando del 1992, definito di “cessazione dell’impiego dell’amianto”, non impone però l’obbligo di dismissione dell’amianto o dei materiali che lo contengono, presenti tuttora sul suolo nazionale e a cui ancora oggi siamo esposti. Minerali fibrosi con caratteristiche di cristallizzazione di tipo asbestiforme sono presenti naturalmente in zone diverse della penisola. Nella Cava di Balangero (TO) è stato estratto il crisotilo, minerale già classificato come cancerogeno dall’OMS nel 1998. All’estremo opposto dello stivale, la fluoro-edenite è stato estratta dalla cava di monte Calvario (CT), sito studiato dall’Istituto Superiore di Sanità e minerale, la fluoro-edenite, riconosciuto dallo IARC nel Gruppo 1, quindi cancerogeno per l’uomo. Amianto naturale è stato, invece, censito in Valle d’Aosta e in Toscana.
Per quanto riguarda siti civili e industriali, il Ministero dell’Ambiente ha calcolato circa 44.000 siti, oltre ai 10 siti da bonificare di interesse nazionale (SIN), principalmente contaminati da amianto fornendone una mappatura nazionale 2017, seppur sulla base delle incomplete rilevazioni regionali del 2016.
Vi è da sottolineare, inoltre, come a livello globale solo 50 Paesi su 180 ad oggi avrebbero bandito la produzione di amianto, mantenendo quindi il rischio di potenziali importazioni illegali, come denunciato in passato dalla ONA, l’Osservatorio Nazionale sull’Amianto, o l’arrivo di prodotti e merci sui mercati europei contenenti amianto. Pochi giorni fa, l’Echa, l’Agenzia europea dei prodotti chimici, ha dichiarato che a fronte di un controllo su 5.625 prodotti effettuato in 26 Paesi europei, è stata riscontrata la presenza di fibre di asbesto nel 14% dei prodotti analizzati. Tra questi, per esempio, stufe catalitiche, thermos e pastiglie dei freni, «per lo più di seconda mano e probabilmente prodotti prima che entrassero in vigore le restrizioni che proibivano la vendita di prodotti contenenti amianto».

I RISCHI LATENTI DELL’ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO
Lo IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, riconosce diverse malattie riconducibili all’esposizione ad amianto, quali l’asbestosi, il tumore polmonare, il mesotelioma, il tumore ovarico, il tumore laringeo. Si stima che l’amianto provochi solo in Italia circa seimila morti all’anno.
A fronte di questi dati, però, solo per un tumore è riconosciuta la correlazione diretta all’esposizione all’amianto: il mesotelioma maligno. Il Registro Nazionale Mesoteliomi (V Rapporto ReNaM 2015) calcola che in Italia sono stati diagnosticati 21.463 casi di mesotelioma maligno dal 1993 al 2012. Dati forniti in occasione della conferenza “Amianto: la nuova tecnologia per renderlo innocuo”, tenutasi a Firenze lo scorso 15 febbraio, dal CCMC, il Centro di Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni, confermando inoltre che, mentre per le altre malattie la correlazione con l’amianto non è riconosciuta ufficialmente, il tasso dei casi di mesotelioma nei Paesi occidentali è fortemente correlato con la produzione e la diffusione dell’amianto. Considerando, inoltre, i lunghi tempi di latenza fra l’esposizione ad amianto e l’insorgenza della malattia, in Italia è previsto un incremento dei casi di mesotelioma fino al 2020-2030 per poi passare ad un graduale decremento, soprattutto per i casi dovuti ad esposizione professionale. In Paesi quali gli Stati Uniti e la Svezia, dove i consumi di amianto sono diminuiti più precocemente, si assiste già ora a una diminuzione dei tassi di mortalità e di incidenza.
Le proiezioni pubblicate, invece, per l’Italia, basate su differenti modelli che utilizzano i consumi di amianto quali stime dell’effettiva esposizione, hanno previsto un picco di mesotelioma pleurico tra gli uomini, maggiormente colpiti rispetto alle donne da tale patologia, di circa 800-1.000 decessi all’anno tra il 2010 e il 2020. Altri modelli lo prevedono tra il 2012 e il 2025.

SMALTIMENTO A PASSO DI LUMACA
Secondo una stima del CNR il quantitativo di amianto totale, quindi grezzo e derivati insieme, da smaltire in quanto ancora presente sul territorio nazionale sarebbe pari a circa 32 milioni di tonnellate. Questo a fronte di una velocità di smaltimento che l’ISPRA, l’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, stima intorno alle 380.000 tonnellate/annui. Un ritmo che richiederebbe oltre 80 anni per l’eliminazione totale dell’amianto dal territorio italiano.
Seppur il rifiuto amianto possa essere smaltito attraverso due modalità, in discarica oppure avviato a recupero, ancora oggi la via italiana è esclusivamente quella della discarica, nonostante il fatto che questa non sia sinonimo di reale bonifica, da una parte, e l’assoluta insufficienza in termini quantitativi di tale strategia, dall’altra: la mappatura delle discariche effettuata dall’INAIL contava a fine 2013 solo 19 discariche in esercizio su 73 totali (le altre non attive suddivise in 42 non in esercizio, 6 sospese e 6 in attesa di autorizzazione).


UN VUOTO NORMATIVO A FRONTE DI UNA PLURALITÀ DI BREVETTI PER IL RECUPERO
Sebbene previsti dal D.M. 248/2004, la realizzazione di impianti di inertizzazione e recupero dei rifiuti da amianto è bloccata a causa di un vuoto normativo: uno stallo causato dalla mancata identificazione delle amministrazioni pubbliche da incaricare per il rilascio delle autorizzazioni a terzi per lo smaltimento dell’amianto.
Eppure, l’assenza di impianti di inertizzazione su scala nazionale non significa mancanza di invenzioni e brevetti a cui attingere. Secondo AssoAmianto, l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi contava nel 2013 già 35 brevetti in tema di inertizzazione dell’amianto. Elenco al quale vanno sommati ulteriori due brevetti per la inertizzazione e il recupero del cemento-amianto presentati lo scorso 15 febbraio a Firenze nel convegno “Amianto: la nuova tecnologia per renderlo innocuo”. Oggi l’Italia vanta dunque 37 brevetti per l’inertizzazione dell’amianto depositati , purtroppo tutti in attesa di autorizzazione.

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