Bambini: attenzione al tempo davanti allo schermo

Tv, pc, tablet e smartphone fanno ormai parte della nostra vita quotidiana e sono finiti più volte sul banco degli imputati. Accusati di provocare dipendenze, disturbi del sonno, dell’alimentazione e anche dell’attenzione, hanno destato spesso preoccupazioni per il loro effetto sugli adulti. Ma cosa accade se sono i bambini a farne un uso smodato? I risultati di uno studio pubblicato su 'Plos One'.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Tv, pc, tablet e smartphone fanno ormai parte della nostra vita quotidiana e sono finiti più volte sul banco degli imputati. Accusati di provocare dipendenze, disturbi del sonno, dell’alimentazione e anche dell’attenzione, hanno destato spesso preoccupazioni per il loro effetto sugli adulti. Ma cosa accade se sono i bambini a farne un uso smodato?
Tra conferme e smentite è difficile raccapezzarsi tra le informazioni e così, mentre l’associazione dei pediatri del Regno Unito (la Royal College of Paediatrics and Child Health) ha appena pubblicato delle nuove linee guida per un uso responsabile della tecnologia in tenera età, un nuovo studio uscito su Plos One fa suonare un campanello d’allarme: se lo “screen time” in età prescolare è superiore a due ore al giorno, potrebbe aumentare il rischio di disturbi dell’attenzione. Proviamo a fare un po’ di chiarezza, senza demonizzare la tecnologia.
Non ci sono associazioni positive tra l’utilizzo degli schermi e la salute dei bambini, ma – come per gli adulti – possono essercene di negative. Come i già citati disturbi del sonno o i cosiddetti problemi di esternalizzazione, cioè quei comportamenti dirompenti per cui i bambini mostrano difficoltà nel rimanere concentrati, tendono a interrompere o sospendere la loro attenzione durante i compiti e le lezioni o sono iperattivi. Si va quindi dalle forme più lievi a quelle più complesse come il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD). In tutti questi casi a risentirne è l’apprendimento, ma è sempre difficile capire se ci siano altri elementi in gioco – oltre agli schermi – che possano contribuire a scatenare i disagi citati, né quali sono e in che misura agiscono.
Dunque sì, ci sono delle associazioni, ma i dati non sono sufficienti a stabilire una dinamica di causa-effetto chiara. Dobbiamo quindi prendere queste informazioni con le pinze e utilizzare la tecnologia in modo responsabile.
A complicare la situazione c’è il fatto che la maggior parte delle ricerche condotte fino a oggi si è concentrata per lo più sull’utilizzo della televisione da parte di bambini e i ragazzi in età scolare. Negli ultimi anni, però, la tipologia dei device utilizzati è cresciuta a dismisura insieme alla varietà e alla qualità dei contenuti di cui si può usufruire. Ma le ricerche che esaminano le associazioni tra lo “screen time” in età prescolare – stavolta considerando tutti i dispositivi – e lo sviluppo comportamentale dei bambini sono pochissime.
È proprio per colmare questa lacuna che i ricercatori dell’Università dell’Alberta, guidati da Piush J. Mandhane, hanno analizzato le abitudini tecnologiche dei bambini tra i tre e i cinque anni e capire se ci fosse un’associazione tra il tempo trascorso davanti a uno schermo e lo sviluppo di problemi comportamentali. Per raccogliere i dati dello studio appena uscito su Plos One, il team di è servito dei dati del CHILD Study canadese (Canadian Healthy Infant Longitudinal Development), che monitora la salute di oltre 3400 bambini.
Gli scienziati hanno chiesto ai genitori dei bambini partecipanti al CHILD Study di compilare alcuni questionari di autovalutazione sulla qualità del sonno, sull’attività fisica e sul tempo trascorso davanti a uno schermo dal loro piccolo, compresa la tipologia del device utilizzato e i programmi fruiti. I questionari sono stati somministrati ai genitori due volte: quando i loro figli avevano tre anni e poi a cinque. La seconda volta, poi, gli è stato chiesto di compilare anche il Child Behaviour Checklist, un test per identificare eventuali problemi comportamentali nei bambini.
L’indagine ha rilevato che, in media, lo “screen time” dei bambini di tre anni era pari a 1,5 ore al giorno e scendeva a 1,4 ore all’età di cinque anni. In generale dunque più di un’ora: la soglia limite secondo le linee guida canadesi per i bambini di tre anni. Osservando i dati, il team ha scoperto anche che il 13,7% degli oltre 3400 bambini esaminati trascorreva più di due ore al dì davanti allo schermo con risultati preoccupanti. Questi, infatti, avevano una probabilità di soffrire di disturbi del comportamento e dell’attenzione circa sei volte superiore a quella dei loro coetanei che avevano fruito della tecnologia per meno di 30 minuti al giorno. Inoltre, per questi bambini con uno “screen time” superiore alle due ore al giorno il rischio di sviluppare comportamenti coerenti con il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) a cinque anni aumentava di 7,7 volte.
Risultati preoccupanti che suonano come un campanello d’allarme, dunque. L’età prescolare è infatti una fase decisiva per la formazione e lo sviluppo cognitivo dei bambini, e l’avviso degli autori è quello di limitare il tempo dedicato alla tecnologia, porre più attenzione all’organizzazione del tempo familiare e incoraggiare i bambini a giocare all’aria aperta. «In questo studio siamo riusciti a quantificare la soglia limite per i bambini in età prescolare e abbiamo scoperto che trascorrere più di 2 ore al giorno davanti agli schermi aumenta significativamente il rischio di sviluppare disturbi del comportamento», scrivono i ricercatori. «Abbiamo osservato invece che più tempo passavano a praticare attività, come uno sport, meno probabilità avevano di mostrare problemi comportamentali».
Gli schermi sono quindi il nemico numero uno per la salute psicofisica dei bambini? Non bisogna demonizzare la tecnologia ed estremizzare i risultati degli studi. La verità è che allo stato attuale non possiamo avere un sì o un no definitivo e valido per tutti. La risposta alla fatidica domanda è dunque la più difficile da accettare e da interpretare: dipende.
Dipende dall’età del bambino, se di pochi mesi o di qualche anno, ma soprattutto dipende dalla qualità dello “screen time”. Va da sé che la fruizione passiva di un video, di un cartone o di un film sono cosa ben diversa da una videochiamata con un nonno o con un genitore lontano, o da un gioco interattivo in cui il bambino ha la possibilità di interagire.
Quello che è certo è che il tempo trascorso davanti alla tv o al tablet non deve mai sostituirsi al tempo dedicato alla socializzazione, al sonno, al gioco con i familiari e all’esercizio fisico.

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