Biodiversità, non abbiamo più molto tempo

La natura sta declinando a ritmi senza precedenti nella storia umana e il tasso di estinzione delle specie sta accelerando, con probabili conseguenze sulle persone in tutto il mondo. Il grido di allarme lanciato dal nuovo rapporto di valutazione globale IPBES.
Lorenzo Ciccarese, 07 Maggio 2019
Micron
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Ricercatore Ispra e Ipcc

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Per via della loro oggettiva gravità, dell’impatto tangibile che gli eventi estremi (ondate di calore, siccità prolungate, uragani), sempre più frequenti intensi ed estesi, hanno sui cittadini e della (relativa) comprensibilità del tema, i cambiamenti climatici hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, dei media e delle istituzioni, finendo con l’offuscare un’altra crisi planetaria in atto, quella sulla natura.
La crisi della biodiversità eguaglia, e forse supera, per gravità e urgenza, quella dei cambiamenti climatici. Sì, poiché non esiste un processo biologico o fisico di scala planetaria che stia attraversando un cambiamento più drammatico a causa delle attività umane come la perdita di biodiversità.
Uno studio di Caballos et al. del 2016 sostiene che siamo di fronte alla sesta estinzione delle specie(questa volta per cause antropiche), persino superiore a quella che ha segnato la fine dei dinosauri, 65 milioni di anni fa. Il Global Risk Report 2018 del World Economic Forum ha indicato, tra i principali rischi globali, la perdita di biodiversità.
Eppure, di perdita di biodiversità si parla poco e i decisori politici non assegnano a questo tema l’attenzione che merita. Tanto che, in occasione dell’ultima riunione dell’organo scientifico della Convenzione per la diversità biologica, è stata usata l’espressione “l’elefante nella stanza”, ossia una evidente verità ignorata.
Il tema della crisi della natura e della perdita dell’integrità biologica del pianeta è tornato prepotentemente alla ribalta internazionale con la pubblicazione, la scorsa settimana, del riassunto del nuovo rapporto dell’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) – la piattaforma intergovernativa di scienza e politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici – secondo cui la natura sta declinando a livello mondiale a ritmi senza precedenti nella storia umana e il tasso di estinzione delle specie sta accelerando, con probabili conseguenze sulle persone in tutto il mondo.
Robert Watson, presidente nonché ideatore e artefice dell’IPBES, ha affermato che «le evidenze schiaccianti del rapporto globale di valutazione IPBES, provenienti da una vasta gamma di campi di conoscenza, presenta un quadro inquietante». Poi ha aggiunto: «La salute degli ecosistemi da cui noi e tutte le altre specie dipendiamo si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo erodendo le basi stesse delle nostre economie, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, la salute e qualità della vita in tutto il mondo».
«Il Rapporto ci dice anche che non è troppo tardi per fare la differenza, ma solo se iniziamo ora a tutti i livelli, dal locale al globale», ha affermato ancora Watson. Insomma, come nel caso dell’altro grande tema che abbiamo di fronte, i cambiamenti climatici, non abbiamo molto tempo per agire.
«Attraverso il “cambiamento trasformativo”, la natura può ancora essere conservata, ripristinata e utilizzata in modo sostenibile.
E questa è anche la chiave per soddisfare la maggior parte degli altri obiettivi globali. Per cambiamento trasformativo intendiamo una riorganizzazione fondamentale a livello di sistema tra fattori tecnologici, economici e sociali, inclusi paradigmi, obiettivi e valori», ha affermato Watson.
Il rapporto di valutazione globale IPBES su Biodiversity and Ecosystem Services è il più completo documento di valutazione mai elaborato a scala globale. È il primo rapporto intergovernativo del suo genere e si basa sul modello del Millennium Ecosystem Assessment del 2005, che introduce metodi scientifici innovativi di valutazione delle evidenze, analoghi a quelli utilizzati dal Global Earth Outlook dell’UNEP e dall’IPCC. Redatto da 145 autori di 50 nazioni in tre anni di tempo, con contributi di altri 310 esperti governativi e non-governativi, il rapporto IPBES valuta i cambiamenti avvenuti nella natura negli ultimi cinquant’anni, fornendo un quadro completo della relazione tra i percorsi di sviluppo economico e gli impatti che questo ha prodotto sulla natura. Offre anche una gamma di possibili scenari per i prossimi decenni.
Sulla base della review sistematica di circa 15.000 fonti scientifiche e governative, il rapporto IPBES attinge (per la prima volta a questa scala) sulla conoscenza indigena e locale, in particolare affrontando questioni relative alle popolazioni indigene e alle comunità locali. «La biodiversità e il contributo della natura all’umanità intera sono il nostro patrimonio comune e la più importante “rete di sicurezza” per l’umanità a sostegno della vita. Ma la nostra rete di sicurezza è quasi arrivata al punto di rottura», ha affermato la prof.ssa Sandra Díaz, che ha co-diretto con il prof. Josef Settele e il prof. Eduardo S. Brondízio la redazione del rapporto.
Il Rapporto rileva che circa 1 milione di specie animali e vegetali sono ora minacciate di estinzione, molte delle quali potrebbero consumarsi entro pochi decenni, ad un ritmo senza precedentinella storia dell’umanità.
L’abbondanza media di specie autoctone nella maggior parte degli habitat terrestri è diminuita di almeno il 20%, soprattutto dal 1900. Più del 40% delle specie di anfibi, quasi il 33% dei coralli re-effingenti e più di un terzo di tutti i mammiferi marini sono minacciati. Il quadro è meno chiaro per le specie di insetti, ma le prove finora disponibili ci dicono che il 10% è minacciata di estinzione. Dal XVI secolo a oggi almeno 680 specie di vertebrati sono state portate all’estinzione e più del 9% di tutte le razze di mammiferi addomesticati, utilizzate per il cibo e per l’agricoltura, si sono estinte, ed almeno altre 1.000 razze sono minacciate.
«Gli ecosistemi, le specie, le popolazioni selvatiche, le varietà locali e le razze di piante e animali domestici si stanno restringendo, deteriorandosi o scomparendo.
La rete della vita sulla Terra, così essenziale e così interconnessa, sta diventando sempre più piccola e sfilacciata», ha affermato il professor Settele. «Questa perdita è il risultato diretto dell’attività umana e costituisce una minaccia per il benessere umano in tutte le regioni del mondo».
Per aumentare la rilevanza del rapporto per la politica, gli autori hanno stilato una classifica, per la prima volta e sulla base di un’analisi approfondita delle evidenze scientifiche disponibili. I cinque fattori trainanti diretti di questo mutamento della natura (change in nature, dice il rapporto, evidentemente per analogia lessicale col climate change) con i maggiori impatti globali relativi finora registrati sono, in ordine decrescente: (1) cambiamenti nell’uso della terra e del mare; (2) sfruttamento diretto degli organismi; (3) cambiamenti climatici; (4) inquinamento e (5) specie esotiche invasive.
Il rapporto rileva che, dal 1980, le emissioni di gas serra sono raddoppiate facendo salire le temperature medie di almeno 0,7 gradi Celsius, con i cambiamenti climatici che hanno già avuto effetti sulla natura dal livello degli ecosistemi a quello genetico.
Nonostante i progressi compiuti per conservare la natura e implementare le politiche e le misure finora messe in atto, il rapporto rileva anche che gli obiettivi globali per conservare e utilizzare in modo sostenibile la natura e raggiungere la sostenibilità non possono essere soddisfatti dalle attuali traiettorie e che gli obiettivi per il 2030 e oltre possono essere raggiunti solo attraverso cambiamenti trasformativi in ambito economico, sociale e dei fattori politici e tecnologici. Gli scienziati dicono che il cambiamento climatico diventerà un problema sempre più dominante nella crisi della biodiversità e già adesso si contano estinzioni, almeno 20, legate al caos climatico.
Il rapporto rileva anche che, per ciò che riguarda i 20 obiettivi per la biodiversità di Aichi, progressi soddisfacenti sono stati ottenuti solo per quattro di essi mentre è probabile che, per gli altri 16, la scadenza del 2020 non sarà rispettata. Le attuali tendenze negative dello stato della biodiversità e degli ecosistemi stanno minando il progresso dell’80% (35 su 44) degli obiettivi di sviluppo sostenibile, relativi a povertà, fame, salute, acqua, città, clima, oceani e terra (SDG 1, 2, 3, 6, 11, 13, 14 e 15). La perdita di biodiversità è quindi un fattore chiave non solo come questione ambientale, ma anche come questione di sviluppo, economica, di sicurezza, sociale e morale.
«Per capire meglio e, soprattutto, per affrontare le principali cause di danno alla biodiversità e il contributo della natura alle persone, dobbiamo comprendere la storia e l’interconnessione globale di complessi fattori indiretti di cambiamento demografico ed economico, così come i valori sociali che sostenerli», ha affermato il Prof. Brondízio. «I fattori chiave indiretti includono l’aumento della popolazione e dei consumi pro capite; l’innovazione tecnologica, che in alcuni casi ha ridotto e in altri casi ha aumentato gli effetti negativi sulla natura; e, in maniera critica, i problemi di governance e responsabilità. Un modello che emerge è quello dell’interconnettività globale e del “tele-coupling” – con l’estrazione e la produzione di risorse che spesso si verificano in una parte del mondo per soddisfare i bisogni dei consumatori lontani, di altre regioni del pianeta».
Altre importanti conclusioni del rapporto includono:
1.Tre quarti dell’ambiente terrestre e circa il 66% dell’ambiente marino sono stati significativamente modificati dalle attività umane. In media, queste tendenze sono state meno severe o sono state evitate nelle aree detenute o gestite dalle popolazioni indigene e dalle comunità locali.
2. Più di un terzo della superficie terrestre del pianeta e quasi il 75% delle risorse di acqua dolce sono ora destinate alla produzione di colture o all’allevamento del bestiame.
3. A livello globale, dal 1970 a oggi il volume della produzione agricola è aumentato di circa il 300%, il prelievo di legname è aumentato del 45%, mentre, dal 1980 a oggi, l’estrazione di risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili è quasi raddoppiato e ha raggiunto circa 60 miliardi di tonnellate l’anno.
4. Il degrado del suolo ha ridotto la produttività del 23% della superficie terrestre globale, fino a 577 miliardi di dollari in colture globali annuali sono a rischio di perdita degli impollinatori e 100-300 milioni di persone sono a maggior rischio di inondazioni e uragani a causa della perdita di habitat costieri e protezione.
5. Nel 2015, il 33% degli stock ittici marini è stato prelevato a livelli insostenibili, il 60% è stato pescato in modo sostenibile, appena il 7% a livelli più contenuti rispetto alla soglia della sostenibilità.
6. Le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992 a oggi.
7.L’inquinamento da plastica è aumentato di dieci volte dal 1980 e, attualmente, una quantità di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri rifiuti da impianti industriali compresa 300 e 400 milioni di tonnellate sono gettati ogni anno nelle acque del mondo. I fertilizzanti che entrano negli ecosistemi costieri hanno prodotto più di 400 “zone morte” oceaniche, per un totale di oltre 245.000 km2, un’area appena inferiore al territorio italiano (300.000 km2).
8. Le tendenze negative della ricchezza della natura continueranno fino al 2050 e oltre, secondo gli scenari politici considerati nel rapporto IPBES – con l’unica eccezione dello scenario che comporta un “cambiamento trasformazionale” – a causa degli impatti (sebbene con significative differenze tra regioni e regioni del pianeta) legati alle tendenze attese d’aumento dei cambiamenti nell’uso del suolo, di sfruttamento degli organismi e dell’effetto serra e dei conseguenti cambiamenti climatici.

Il Rapporto presenta anche una vasta gamma di azioni concrete e di percorsi per procedere verso la sostenibilità nei diversi settori, inclusa l’agricoltura, la silvicoltura, la gestione dei sistemi marini e di acqua dolce, delle aree urbane, la produzione di energia, la finanza e altri ancora. Il documento IPBES sottolinea l’importanza, tra l’altro, di adottare una gestione integrata e approcci intersettoriali che tengano conto dei compromessi tra produzione di cibo ed energia, infrastrutture, gestione delle acque dolci e costiere e conservazione della biodiversità.
Un elemento chiave ritenuto decisivo per future politiche più sostenibili è l’evoluzione dei sistemi finanziari ed economici globali per costruire un’economia globale sostenibile, allontanandosi dall’attuale, angusto, paradigma della crescita economica.

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