Black Friday, Cyber Monday e il destino dell’ambiente

Da pochi giorni si è conclusa la frenetica settimana dedicata agli acquisti del Black Friday, culminata con il Cyber Monday che avrà lasciato molte persone felici per gli affari fatti. Sicuramente meno felice sarà l’ambiente, che dovrà sostenere le conseguenze di tanto consumismo perché, quest’anno, la febbre da shopping ha contagiato tutto il mondo come mai in precedenza.
Romualdo Gianoli, 30 Novembre 2017
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Da pochi giorni si è conclusa la frenetica settimana dedicata agli acquisti del Black Friday, culminata con il Cyber Monday che sicuramente avrà lasciato molte persone felici per gli affari fatti. Sicuramente meno felice sarà l’ambiente, che dovrà sostenere le conseguenze di tanto consumismo perché, quest’anno, la febbre da shopping ha contagiato tutto il mondo come mai in precedenza.
Secondo le stime, il Black Friday appena passato è stato davvero col botto e ha dato una grossa spinta all’economia mondiale, muovendo miliardi di dollari in tutto il mondo, a tutto vantaggio dell’occupazione e della produzione. Solo in Italia, che rappresenta un’economia piccola rispetto agli USA, dove lo shopping è quasi una religione o uno sport nazionale, il giro d’affari generato da questa festa del consumismo importata, secondo i dati forniti dall’ANSA, ha coinvolto quattordici milioni d’italiani, per una spesa totale di circa un miliardo e mezzo di euro.
Negli Stati Uniti, dove le vendite nel periodo che va dal Black Friday a Natale rappresentano tra il 30 e il 40% delle vendite di tutto l’anno, le cifre sono ancora più alte e mostrano una continua tendenza all’aumento, anno dopo anno. Nel 2016, solo negli USA, furono 137 i milioni di statunitensi che, nei quattro giorni del lungo weekend della festività, decisero di fare acquisti, per una spesa complessiva di quasi 656 miliardi di dollari. Nel 2015 erano stati 102 milioni, per un totale di 626 miliardi di dollari. Per quest’anno si stima un ulteriore aumento della spesa, fino a 682 miliardi. E questo senza contare altri paesi come il Regno Unito (7 miliardi di sterline), il Canada, il Brasile, l’Europa e la Cina con il suo “single day” (una specie di Black Friday cinese) che nel 2016, solo nelle prime diciotto ore, fece registrare vendite per 15 miliardi di dollari sul sito di e-commerce asiatico Alibaba. E quest’anno è andata anche meglio. O peggio, dipende dai punti di vista.

UN PESO INSOPPORTABILE PER L’ECOSISTEMA
Proviamo, infatti, a immaginare il flusso ininterrotto di persone che, in tutto il mondo, si sono spostate per andare a fare shopping e la quantità di merci che, ordinate online, sono state movimentate con aerei, navi, treni e camion, per essere consegnate comodamente a domicilio. Una quantità enorme di energia di ogni tipo è stata usata, tonnellate di anidride carbonica.
Una quantità enorme di energia di ogni tipo è stata usata, tonnellate di anidride carbonica sono state immesse nell’atmosfera e tonnellate d’imballaggi dovranno essere riciclate, o andranno a riempire le discariche. Per non parlare di tutto ciò che è stato necessario utilizzare per produrre i beni che, poi, sono stati venduti: dalle materie prime di ogni genere, fino all’acqua e all’energia.
Se proviamo a guardare a ciò che succede nel solo Regno Unito, uno dei paesi più simili agli USA per propensione allo shopping, i dati sono impressionanti. Si stima che solo come conseguenza degli acquisti online fatti nel weekend del Black Friday, sulle strade inglesi si siano mossi circa 82.000 furgoni e camion diesel. Nel Regno Unito, infatti, l’81% degli acquisti online prevede la consegna a domicilio, con la parte del leone svolta dal più famoso sito di e-commerce mondiale, Amazon.
Secondo i calcoli, durante le fasi di picco del Black Friday, su Amazon sono stati acquistati ottantasei oggetti al secondo e, per garantirne la consegna entro i tempi stabiliti, dai centri logistici di Amazon è uscito un furgone ogni 93 secondi.
Questi furgoni, poi, hanno percorso la rete stradale di Sua Maestà provocando picchi di emissioni nocive, concentrate in pochi giorni se non, addirittura, ore. Secondo Stephen Holgate, professore d’immunofarmacologia al Medical Research Council inglese, lo shopping online contribuisce seriamente all’inquinamento atmosferico nel Regno Unito, perché i furgoni sono un fattore chiave nelle emissioni da diesel e un rapporto del Royal College of Physicians, mostra che l’uso dei furgoni per le consegne è in continuo aumento. Già ora questi rappresentano il 10-12% dei veicoli in circolazione nelle città inglesi e, insieme a quelli per il trasporto di merci di piccole dimensioni, quasi tutti alimentati a gasolio, sono responsabili di circa il 12% delle emissioni di gasolio nelle aree urbane.
Se poi si va ad analizzare la tipologia dei beni acquistati, ci si rende conto che si tratta soprattutto di oggetti fatti di plastica (come i giocattoli) o di prodotti di elettronica consumer (come smartphone, tablet, fotocamere, eccetera) con molte parti in metallo o minerali vari come il litio, il piombo e così via.
Tutti materiali che corrono il rischio di finire in discarica con danni enormi per l’ambiente, laddove raccolta e riciclo non funzionassero bene. Proviamo a considerare solo la plastica e a guardare i grandi numeri che, come sempre, sono quelli che danno la dimensione del problema. Dal 1950 a oggi, a livello mondiale, abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate di plastica di cui, fino a qualche tempo fa, la maggior parte è finita in discarica, dove resterà per centinaia o migliaia di anni, continuando a inquinare l’ambiente.
Secondo Roland Geyer dell’Università di Santa Barbara in California, «se provassimo a spargere al suolo tutta la plastica prodotta dal 1950 a oggi, fino a raggiungere l’altezza delle caviglie, copriremmo una superficie grande quanto l’Argentina, l’ottava nazione più grande al mondo». E le proiezioni indicano che nel 2050 dagli 8,3 miliardi di tonnellate di oggi, passeremo a 34 miliardi, seguendo una crescita esponenziale di cui non si vede la fine. E allora, tornando al Black Friday e all’enorme produzione di beni e inquinamento che comporta, è naturale chiedersi come può un pianeta dalle risorse limitate e mal distribuite, continuare a reggere un peso di questo genere?

L’INGANNO DELLA CRESCITA INFINITA
Il punto è che tutti, a questo mondo, desiderano tutto e cercano di procurarselo. D’altra parte è il modello stesso di economia su cui si basa il funzionamento di quasi tutte le società umane, a spingere in questa direzione: bisogna crescere, crescere e ancora crescere. Sembra essere questo l’unico modo per garantire il benessere a tutti. Con buona pace di Serge Latouche e di tutti gli altri sostenitori di una possibile decrescita felice. A quanto pare, invece, la felicità sembrerebbe andare di pari passo con il possesso di beni materiali. O, perlomeno, questo è ciò di cui cercano di convincerci industria e mondo della finanza. Fatto sta che è convinzione diffusa che l’aumento del PIL generato dalla crescita delle vendite di beni (e quindi della produzione), porti a migliorare il tenore di vita delle persone e, di conseguenza, a ridurre la povertà. In altre parole, a garantire la validità di questa visione, sarebbe la cosiddetta “regola del 72”, che postula il raddoppio del valore dell’economia globale ogni ventiquattro anni, ad esempio, nell’ipotesi di un aumento costante del tasso di crescita globale del 3% annuo.
Peccato, però, che l’effetto di questa crescita non sia avvertito da chi più ne avrebbe bisogno. Prima di tutto, perché è impossibile auspicare un raddoppio dell’economia mondiale ogni ventiquattro anni, per il semplice fatto che, sul pianeta, non ci sono risorse naturali sufficienti a sostenere una crescita del genere, anche se i fautori di questo modello fingono di non saperlo. Subito dopo, perché il trasferimento della maggiore ricchezza prodotta, avviene in maniera disomogenea, se è vero, come si ricava da un documento della United Nations Conference on Trade and Development, che per ogni dollaro in più che arriva alla parte più povera della popolazione mondiale, occorrono ben 111 dollari di aumento di valore dell’economia mondiale. Questo vuol dire che al 60% della popolazione mondiale arriva realmente, solo il 5% del reddito aggiuntivo generato dall’aumento del PIL. In altre parole è come la corsa della Regina Rossa: i più poveri resteranno sempre tali perché, mentre il loro reddito crescerà di poco, quello dei più ricchi continuerà ad aumentare molto di più.

COME CONCILIARE CRESCITA E SOSTENIBILITÀ
C’è, poi, la questione della crescita sostenibile. Uno dei punti deboli che impedisce al modello della crescita continua di funzionare e diventare sostenibile, è che l’aumento della produzione e dei consumi è ottenuto non attraverso un aumento dell’efficienza dei processi produttivi o dell’uso dell’energia o delle materie prime, ma a scapito delle risorse del pianeta, sempre più sfruttate. E questo è un fattore da tenere assolutamente presente, anche nel caso di quelle tecnologie considerate green per definizione. Un esempio perfetto di questa situazione è quello delle vetture elettriche che, nei prossimi anni, saranno sempre più diffuse.
Questa diffusione, che indubbiamente può apparire un fatto positivo e auspicabile nei confronti dell’ambiente e delle emissioni inquinanti, in realtà si rivela fonte di un diverso sfruttamento delle risorse ambientali, a causa delle batterie al litio necessarie per alimentare i motori elettrici delle auto. Se, infatti, come sostengono gli analisti, già l’anno prossimo la Tesla dell’imprenditore Elon Musk dovesse produrre diecimila vetture della “model 3” a settimana, questa azienda, da sola, assorbirebbe tutta la produzione annua mondiale di batterie agli ioni di litio. Chiaramente una cosa simile (peraltro non limitata al solo litio, ma estesa anche ad altri elementi necessari come il cobalto) finirebbe per sconvolgere il mercato mondiale di questi minerali, ridisegnando interi assetti ed equilibri socio-economici. Basti pensare che il 75% della produzione mondiale di litio si concentra in Argentina, Cile e Bolivia e che la sua quotazione è già aumentata dell’80% nel 2016, mentre il 65% della grafite di tutto il mondo è estratto in Cina.
E questo è un esempio relativo a una sola tecnologia, eppure è sufficiente a far capire che non esiste un modo semplice per ottenere una crescita ininterrotta ed ecosostenibile. Piuttosto dovrebbe aiutarci, ancora una volta, a ricordare che già da alcuni anni la popolazione della Terra sta consumando più risorse di quanto il pianeta stesso riesca a fornire, intaccando il capitale naturale a disposizione delle generazioni future.
Sarebbe, dunque, il caso di ripensare il modello complessivo di vita e sviluppo su questo pianeta perché, come ricordava recentemente Pietro Greco su queste pagine, presto sarà troppo tardi per tornare indietro. È un avvertimento molto sensato che faremo bene a tenere presente tutti e sempre, con o senza Black Friday, perché per noi un click del mouse per acquistare un prodotto è un attimo, ma alla Natura, per ricostituire tutte le risorse che sono servite per produrlo, occorre molto più tempo. E soprattutto, così facendo, non illudiamoci di contribuire a ridurre la povertà perché, in realtà, stiamo solo contribuendo a distruggere il pianeta.

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