Bracconaggio e traffico di contrabbando: i crimini contro la natura

Il traffico di animali e piante protette è un fenomeno che solo negli ultimi tempi ha raggiunto una certa attenzione internazionale specialmente nell’ottica della nascita di una vera e propria normativa a tutela dei crimini contro la natura. La crescente attenzione guadagnata da questo argomento traspare anche dall’istituzione, da parte dell’ONU, di un World Wildlife Day, la giornata mondiale della fauna e della flora selvatiche che si celebra nella giornata di oggi, 3 marzo.
Simona Marra, 03 Marzo 2017
Micron
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Comunicazione della scienza

Avorio, corno di rinoceronte, pelle di rettile, legno di palissandro.
Quello del commercio illegale di animali e piante è un affare da decine di miliardi di euro, ma dall’impatto ecologico inestimabile.
Sono centinaia di milioni le specie che vengono messe in pericolo, e i dati indicano che questi crimini non sono limitati solo a pochi Paesi. Non si tratta di commercio di beni provenienti da terre straniere, spediti verso mercati lontani. Dalla moda al mobilio, dagli alimenti ai cosmetici, i prodotti sottratti illecitamente all’ambiente naturale possono essere nascosti in piena vista e trovarsi proprio sotto i nostri occhi.
Per questo l’ONU ha istituito al 3 marzo il World Wildlife Day, la Giornata mondiale della fauna e della flora selvatiche. Un’occasione per celebrare la biodiversità ma anche per capire a che punto siamo con la lotta ai crimini contro la natura.
I crimini contro la natura selvatica hanno una storia lunga ma hanno acquisito visibilità come fenomeno ad ampia scala solo da pochi anni. Uno dei motivi è che il fenomeno è difficile da quantificare e descrivere. Ma qualcosa si muove in questa direzione. Meno di un anno fa l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNDOC) ha pubblicato il primo report mondiale sui crimini contro la specie selvatiche.
È stato creato un database – il World Wildlife Seizures – che raccoglie insieme i dati sui sequestri di beni di contrabbando da tutto il mondo.
Al momento sono schedate più di 164.000 confische e 7000 specie tra animali e vegetali oggetto dei traffici.
I Paesi coinvolti in almeno una fase del processo – come fonte, punto di transito o destinazione finale delle merci di contrabbando – sono 120.
Sembra che non ci sia una nazione al mondo che sia immune al problema. Il traffico illegale di animali e piante attira l’attenzione di molte organizzazioni criminali: a causa di normative inadeguate le sanzioni sono irrisorie, il rischio di detenzione basso, e i profitti comparabili al traffico di armi e alla tratta di esseri umani.
È solo di recente che queste attività cominciano a essere riconosciute come un settore distinto e specializzato delle organizzazioni criminali. Anche per questo le norme vigenti per combatterle sono ancora immature.

LE SPECIE PIÙ TRAFFICATE
L’elefante, il rinoceronte, le tigri, i pangolini sono animali simbolo dei crimini contro la natura, per loro i numeri del bracconaggio sono allarmanti: 1400 rinoceronti cacciati per il loro corno nel 2015; 100.000 elefanti uccisi tra il 2012 e il 2015 per l’avorio.
Ma ci sono molte altre specie meno note, non per questo meno minacciate. Non è animale la specie di gran lunga più contrabbandata: è un albero.
O meglio, alcune specie di alberi da cui si ottiene il legno di palissandro, usato per produrre mobili, parquet, strumenti musicali, collane e incisioni per l’iconografia religiosa. Il commercio illegale del palissandro supera quello dell’avorio, dei pangolini, dei rinoceronti e di leoni e tigri messi insieme. Questo dato risulta ancora più grave  considerando che il taglio illegale degli alberi è uno dei crimini più distruttivi perché non mette a rischio solo una specie ma interi habitat.

I CANALI DEL CONTRABBANDO
Il commercio illegale di animali e vegetali si articola come una rete di singoli mercati connessi tra loro, ciascuno con le proprie specificità che cambiano a seconda del tipo di merce, del Paese di origine e di quello a cui è destinato. Uno stesso animale può avere tratte diverse: ad esempio il commercio del pangolino si articola su tre diversi traffici per la vendita della pelle, delle squame e della carne.
Se l’immaginario colloca nei mercati di strada e nei bazar di periferia la vendita di merci illegali, dal report si scopre invece che questi rappresentano solo una piccola parte dei canali di scambio. Le grandi quantità sono trattate da acquirenti specialisti, con grosse spedizioni che raggiungono anche le tonnellate.
Il mercato nero, però, è solo una fetta del problema. Con la contraffazione dei documenti di trasporto i trafficanti riescono a vendere un’enorme gamma di prodotti illegali a negozi al dettaglio, immettendo così prodotti nei flussi del commercio legale, dove la domanda potenziale è molto più alta. Ed è in questo modo che il consumatore finale si ritrova ad acquistare legalmente merce di contrabbando a sua insaputa.

LA SITUAZIONE IN EUROPA
Secondo uno studio commissionato dall’UE – il Wildlife Crime (2016) – in Europa sta crescendo la domanda di prodotti usati nella medicina alternativa, che sono spesso ottenuti da specie in pericolo, come orsi, tigri e tartarughe. I Paesi europei sono anche grandi importatori di animali domestici illegali, specialmente rettili e uccelli. I punti più sensibili dove avvengono gli scambi sono i confini dell’Europa dell’Est, Mar Mediterraneo e Mar Nero.
Il vecchio continente è sia luogo di transito che destinazione per le specie illegali. Oltre a grandi porti navali e aeroporti stanno emergendo nuovi punti di snodo come piccoli aeroporti con collegamenti diretti con Asia e Africa.
I sequestri alle dogane europee consistono principalmente in prodotti in pelle di rettile, rettili vivi, uccelli, coralli, molluschi, caviale, articoli della medicina tradizionale cinese e avorio. Più del 70% dei sequestri tra il 2007 e il 2014 è avvenuto nel Regno Unito, Germania e Paesi Bassi, che sono i Paesi con i maggiori volumi commerciali.

I BUCHI NELLA LEGISLAZIONE
Il commercio internazionale è cresciuto troppo velocemente rispetto alla capacità di normarlo.
Oggi il miglior strumento disponibile per combattere i crimini contro la natura è la Convenzione sul commercio internazionale delle specie vegetali e animali in pericolo (CITES) che fornisce un quadro per regolare il commercio di più di 35.000 specie. Ma ne restano fuori milioni che sono effettivamente in pericolo.
Ciascuno Stato protegge la propria fauna e flora a modo proprio e con le proprie leggi, e coordinare a livello normativo così tanti Paesi non è semplice. Insomma, CITES da solo non basta.
L’UNODC afferma che il primo passo per fermare i trafficanti è che i Paesi rendano i crimini contro le specie un vero e proprio reato punibile con la reclusione di almeno quattro anni. Questo tipo di sanzione innescherebbe l’applicazione della Convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale e permetterebbe una cooperazione maggiore tra Paesi di tutto il mondo.
Ciascun Paese dovrebbe inoltre proibire con legge nazionale il possesso di risorse naturali raccolte o commercializzate illegalmente in qualsiasi parte del mondo. Solo una piccola parte degli Stati europei, infatti, ha un piano nazionale per contrastare il traffico di specie protette. Servono infine norme che permettano un monitoraggio più attento del commercio transnazionale per impedire alle merci illegali di penetrare nei flussi del commercio legale.
C’è ancora molta strada da fare, quindi, ma sia l’UNODC che l’UE hanno stilato dei piani di azione contro questi crimini. E insieme al miglioramento del World Wildlife Seizures database, che permette di tracciare e conoscere le reti commerciali illecite, la lotta ai trafficanti sarà sempre più efficace.

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