Brexit e dottorato: che succederà?

Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, cosa devono aspettarsi i dottorandi con cittadinanza europea delle università inglesi? Cosa accadrà a chi vuol fare domanda per un Ph.D. in Inghilterra? Sebbene al momento la situazione sia molto, molto confusa, proviamo a fare il punto sugli effetti della Brexit sul dottorato in UK.
Stefano Porciello, 17 Agosto 2018
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

«Neanche il Primo Ministro sa effettivamente quello che sta facendo» mi dice Francesca Troiani in una sala conferenze dell’Imperial College. «Io sono arrivata al punto in cui ho detto “ok, basta”. Aspetto che decidano e ci dicano: “È così”, e poi vedo cosa avranno detto. Perché star dietro a tutti i comunicati che hanno fatto nel giro dell’ultimo anno non ha avuto nessun senso», dice. Le constatazioni di Francesca sono simili a quelle dei tanti giovani italiani che studiano o fanno ricerca in Regno Unito: secondo i dati della Higher Education Statistic Agency gli studenti italiani in Gran Bretagna nell’A.A. 2016/17 sono stati 13.455. Di questi, 2.835 sono impegnati in un progetto di ricerca post-laurea.
Da quando, due anni fa, un referendum ha deciso che il futuro del Regno Unito sarebbe stato fuori dall’UE, è cominciato un carosello politico che ha dell’incredibile: dimissioni del primo ministro, nuove elezioni, continui cambi di posizione, rese dei conti tra le correnti dei partiti, nuove dimissioni e nuovi annunci. Già soltanto avere un’opinione su quanto sta accadendo risulta difficile. In caso di Brexit, secondo Francesca «Ci saranno comunque meno persone che verranno dal resto d’Europa in Inghilterra, non soltanto perché sarà più difficile e avrai bisogno di un visto. […] È più che altro la coscienza del non essere voluti», racconta. «Per quale motivo devo andare a portare la mia conoscenza e comunque quello che il mio governo ha speso per formarmi, in un Paese che non mi vuole?», si chiede. David Bogle, Pro-Vice Provost della Doctoral School della UCL, ci racconta, invece, che secondo lui la situazione dei ricercatori in Gran Bretagna non dovrebbe cambiare granché, almeno per quanto riguarda la sua università. È un’opinione – informata – altrettanto valida, e che bisogna tenere di conto quando si cercano di capire le conseguenze della Brexit sul mondo del dottorato in Regno Unito.

UN PO’ DI CHIAREZZA: IL PUNTO SULLA BREXIT
Nonostante il referendum del 23 giugno 2016 e l’invocazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona quasi un anno dopo, il Regno Unito è ancora uno stato membro dell’UE a tutti gli effetti. Quindi, almeno per il momento, nulla è cambiato rispetto a due anni fa. Comunque vadano le negoziazioni, la situazione rimarrà tale almeno fino al 29 marzo 2019, giorno che il primo ministro inglese Theresa May ha indicato come data di uscita del Regno Unito dall’Unione europea. In seguito alle dimissioni di David Davis e Boris Johnson di luglio 2018 (rispettivamente Ministro per la Brexit e Ministro degli Esteri), il panorama politico intorno al tema della Brexit è – se possibile – ancora più imprevedibile di prima. Ogni tanto rispunta la possibilità di un secondo referendum, di una bocciatura della Brexit, così come di piani, idee e accordi per portarla a termine attraverso un accordo che sia vantaggioso per tutti. Ma la domanda di fondo, nonostante il dramma politico, è sempre la stessa da almeno due anni: cosa accadrà dopo? Purtroppo, al momento, nessuno può offrirci una risposta definitiva.
Regno Unito e UE hanno stabilito che dopo il giorno della vera e propria Brexit ci sarà un periodo transitorio di 21 mesi, fino al 31 dicembre 2020, nei quali i cittadini europei dovrebbero essere liberi di stabilirsi, lavorare e studiare sul territorio nazionale. Presumibilmente, quindi, chi intende candidarsi a un Ph.D., dovrebbe poterlo fare alle stesse condizioni in vigore oggi. Per gli anni successivi, molto dipenderà da che tipo di accordo (se ci sarà un accordo) Unione europea e Regno Unito riusciranno a stringere entro marzo 2019, o successivamente entro dicembre 2020. Non ci sono certezze al riguardo, comunque.

COSA È GIÀ STATO DECISO PER STUDENTI, DOTTORANDI E RICERCATORI
L’unica cosa certa in questo momento è che quegli studenti e dottorandi che avranno iniziato il loro percorso di studi nell’A.A. 2018/2019 potranno portarlo a termine alle stesse condizioni in cui lo hanno iniziato. Di conseguenza, se anche dovessero cambiare gli schemi che regolano le tasse universitarie, chi ha già iniziato un percorso formativo e di ricerca potrà portarlo a termine senza perdere i finanziamenti o pagare tasse aggiuntive.
Per gli studenti che desiderano svolgere una mobilità oltremanica, il Regno Unito dovrebbe continuare a partecipare al programma Erasmus+ almeno fino alla sua chiusura naturale nel 2020. Sarà quindi possibile ottenere una borsa per studio o tirocinio in Regno Unito almeno fino alla fine dell’A.A. 2020/2021.
Parallelamente, secondo quanto stabilito dal report (vedi capitolo 71, ndr) pubblicato da Regno Unito e UE alla fine della prima fase delle negoziazioni, la Gran Bretagna continuerà a far parte dei programmi dell’Unione finanziati dal Multiannual Financial Framework 2014-2020 fino alla loro chiusura definitiva. Questo significa, per esempio, che non ci saranno cambiamenti sostanziali nelle ricerche finanziate nel quadro del programma Horizon 2020, e addirittura che tutti quei progetti già avviati con fondi europei – ma che si concluderanno dopo la fine del programma – dovrebbero continuare a svolgersi senza problemi. La notizia rassicura soprattutto quei post-doc già impegnati in progetti di ricerca avanzata finanziati dall’UE o chi, finito il dottorato in corso, vorrebbe continuare almeno una parte della sua carriera in Regno Unito.

QUALI SONO I PRINCIPALI RISCHI PER L’UNIVERSITÀ INGLESE?
«Tutte le persone con le quali ho parlato ritengono [la Brexit] un errore madornale. Quindi, perlomeno nell’accademia, si capisce quanto sia importante far parte dell’Europa, essere uniti» racconta Michele Mak da Cambridge. Il mondo accademico non è affatto entusiasta della Brexit. University UK, l’organizzazione che rappresenta le università del Regno Unito, ha individuato come i principali rischi l’indebolimento della reputazione delle università, la perdita dell’accesso a risorse finanziarie chiave per supportare l’eccellenza (in particolare quelli del programma che succederà a Horizon 2020), nonché la perdita – già accertata – di talenti e studenti provenienti dall’UE. Come ci ha detto il Professor Bogle, il problema principale non è tanto quello di perdere i fondi europei in quanto tali, ma la possibilità di collaborare facilmente con le altre istituzioni del continente.

IL NODO DELLE TASSE
Per chi è interessato a studiare o a fare un Ph.D. in Regno Unito, il problema delle tasse universitarie è un nodo fondamentale di tutta la questione. Come abbiamo visto, le fees sono molto più alte di quelle italiane, anche se non eccessive. Al momento gli studenti europei sono equiparati agli studenti inglesi, mentre cittadini extraeuropei devono pagare un prezzo maggiorato. A titolo d’esempio, il primo anno di Ph.D. alla London School of Economics costa 4.260£, mentre un ricercatore extraeuropeo deve pagare ben 17.904£. Quattro volte tanto.
Per i Ph.D. che inizieranno prima del 29 marzo 2019 tutti gli studenti europei saranno equiparati a quelli inglesi fino alla fine del corso di dottorato, ma già dall’anno accademico 2020/2021 non è chiaro cosa deciderà di fare il governo. Tuttavia, studenti e dottorandi extraeuropei già godono di numerosi schemi di finanziamento che sono dedicati proprio a loro. Come ci ha detto David Bogle, molto probabilmente quei dottorandi italiani ed europei che vorranno fare ricerca in Regno Unito saranno comunque sostenuti in qualche modo: sia che vengano attivati nuovi schemi di finanziamento, sia che restino in vigore quelli attuali, è nel miglior interesse delle università inglesi fare in modo che i gli studenti dell’UE continuino a recarsi in Regno Unito.

COSA STANNO FACENDO LE UNIVERSITÀ INGLESI IN FAVORE DEI CITTADINI EUROPEI?
In molti siti istituzionali sono state pubblicate delle schede per chiarificare e seguire giorno dopo giorno gli aggiornamenti sulla Brexit, mentre gli uffici delle università inglesi si sono attivati per rassicurare gli studenti e per lanciare segnali incoraggianti verso chi è orientato a trasferirsi in Regno Unito per studiare. «Il Vice-Chancellor ha rilasciato diverse dichiarazioni, affermando che l’università rimaneva fiera di essere una comunità globale, impegnata nella cooperazione internazionale, che riconosce il valore di studenti e collaboratori che vengono dall’Europa e dal resto del mondo. Quindi ci hanno sicuramente rassicurato», racconta Michele Mak parlando della reazione di Cambridge. «Devo dire che dall’università c’è un supporto totale verso gli studenti europei», puntualizza.
Al di là dei comunicati, comunque, le università inglesi stanno portando avanti un’azione coordinata e molto concreta di lobbying sul governo. Gli istituti stanno facendo pesare tutta la loro importanza sull’economia per portare avanti quelli che – secondo loro – sono le istanze politiche fondamentali da difendere. Universities UK ha pubblicato a marzo 2018 un briefing mettendo in luce che le università non solo supportano il “soft power” e la levatura globale dell’intero Paese, ma generano un giro d’affari di 95 miliardi di sterline, supportano l’export per ben 13,1 miliardi, e offrono 940.000 posti di lavoro.
Nello stesso documento, l’organizzazione ha anche sottolineato quali dovrebbero essere le azioni da portare avanti per assicurare un futuro di prosperità alle università inglesi. Tra le istanze più importanti, si richiede di confermare agli studenti europei che potranno continuare a pagare le stesse tasse dei britannici e ad avere diritto a borse di studio e prestiti d’onore almeno fino alla fine del periodo transitorio (31 dicembre 2020); di assicurare una partnership di lungo periodo per la collaborazione, cooperazione e gli scambi accademici con i partner europei; di continuare a far parte dei programmi europei come Horizon 2020 o Erasmus+. Un altro punto fondamentale portato avanti dall’organizzazione è quello di costruire un quadro per l’immigrazione che consenta alle università di «attrarre talenti globali con le minori barriere possibili».
Come ci ha raccontato David Bogle, inoltre, anche il Russel Group – che rappresenta le 24 università più importanti della Gran Bretagna – sta facendo pressioni affinché gli studenti non siano considerati come “immigrati”. Se quest’azione avrà successo, i dottorandi non dovrebbero quindi essere soggetti alle limitazioni numeriche sull’entrata nel Paese di cittadini stranieri che potrebbero essere fissate dal governo, e forse potranno addirittura rimanere a lavorare alcuni anni dopo aver ottenuto il dottorato attraverso un regime di visto speciale. A questo riguardo, è già stato organizzato un nuovo schema generale per l’immigrazione dei cittadini europei in Regno Unito, che – se approvato dal parlamento – dovrebbe andare a regime nel 2021 e si chiamerà “EU settlement scheme”.
Se il vostro sogno è andare a fare un dottorato in Regno Unito, quindi, l’impressione generale è che molto poco cambierà dopo la Brexit e che – almeno per ora – potete continuare a rincorrerlo. Tuttavia, non è il caso di abbassare la guardia sull’argomento perché cosa succederà precisamente dopo le fatidiche date del 29 marzo 2018 e del 31 dicembre 2020 è una storia ancora tutta da scrivere.

I prossimi capitoli della nostra guida al dottorato in UK:
# Consigli, idee e considerazioni sul dottorato in Regno Unito (1/10/2018)

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