Brexit: la posta in gioco per la scienza inglese

L’epilogo della Brexit non poteva essere più caotico. Sempre che si tratti di un epilogo e non di un nuovo atto dalle conseguenze imprevedibili. La scienza inglese si sta giocando l’accesso a un miliardo di fondi UE, all’Erasmus e a network e consorzi di ricerca internazionali. Ecco cosa c’è sul piatto.
Stefano Porciello, 10 Aprile 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

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Non abbiamo la più pallida idea di come finirà la saga – o la tragedia, nel senso teatrale del termine – della Brexit. Nel momento in cui mandiamo in stampa questo giornale la situazione è ancora troppo ingarbugliata. Ma di una cosa siamo certi: il mondo della scienza non ha mai smesso di fare pressioni per evitare un’uscita senza accordo, scenario che ha da sempre considerato il più catastrofico di tutti e che solo negli ultimi mesi si è trasformato da lontana, improbabile prospettiva, in potenziale realtà.
Come siamo arrivati a questo punto? Che cosa teme il mondo della ricerca inglese e cosa si sta giocando di voto parlamentare in voto parlamentare sul filo di questa scommessa che sembra sempre più azzardata? «I leader delle università sono uniti nel considerare [la prospettiva che] il Regno Unito lasci l’UE senza un accordo sia una delle maggiori minacce che le nostre università abbiano mai dovuto affrontare […] I collegamenti vitali della ricerca saranno compromessi, dai nuovi trattamenti contro il cancro alle tecnologie che combattono i cambiamenti climatici. Il prezioso scambio di studenti, personale e conoscenze sarebbe seriamente danneggiato. E condividiamo le preoccupazioni del mondo, degli affari sull’impatto di un no-deal su tutto: dalle catene di approvvigionamento, alla sicurezza e ai viaggi. Non è esagerato suggerire che si tratterebbe di una battuta d’arresto accademica, culturale e scientifica da cui ci vorranno decenni per riprendersi». Iniziava così una lettera aperta del 4 gennaio scorso spedita dalle più importanti associazioni di università del Regno Unito (Universities UK, Russell Group, Guild HE, Million Plus e University Alliance) ai parlamentari inglesi; una lettera che preparava il terreno per gli ultimi mesi di pressing per sventare il pericolo di una Brexit senza accordo.
Sono state ascoltate? A leggere i giornali, gli articoli e i reportage di oggi non potremmo essere più confusi. Negli ultimi tempi il Parlamento inglese ha svolto una serie di votazioni fondamentali: ha rigettato per due volte l’accordo negoziato (e poi revisionato) stretto tra il governo e l’Unione Europea. Il 13 marzo si è espresso contro la prospettiva di un no-deal e il 14 marzo ha chiesto al governo un rinvio della data d’uscita del 29 marzo. Nel momento in cui andiamo in stampa, Theresa May è ancora decisa a presentare il suo accordo in Parlamento per una terza volta, mentre come ha scritto Politico «Ora i leader dell’UE27 hanno davvero tutte le carte [nelle loro mani]». A pochi giorni di distanza da quella che doveva essere la data d’uscita dall’Unione – fissata, è bene ricordarlo, proprio dagli inglesi a novembre 2017 – la Brexit non ha trovato un suo epilogo e definitivo chiarimento e si è invece ingarbugliata ancora più di prima.
Nel suo piccolo, il mondo della scienza inglese si sta giocando una partita determinante per il suo futuro sulla scena internazionale. Potevamo aspettarci di finire in questa situazione? Forse. Quello che però era difficile aspettarsi solo un paio di anni fa, però, è che la sola prospettiva della Brexit potrebbe già aver contribuito a indebolire l’attrattività dell’accademia inglese. Secondo gli ultimi dati pubblicati dalla Higher Education Statistics Agency, anche se i cittadini UE continuano a iscriversi in forze alle lauree triennali e magistrali inglesi, le iscrizioni dei postgraduate research students – cioè i giovani ricercatori che vanno nelle università del Regno Unito per proseguire la loro carriera (come i dottorandi, per intenderci) – stanno lentamente diminuendo dal 2016. Meno 1,44% nel 2016-2017 e meno 2,76% nel 2017/2018: sono poche centinaia di persone, si dirà. Vero, ma il dato è in controtendenza rispetto agli anni preceden­ti, in cui le iscrizioni dei postgraduate research students sono generalmente aumentate, passando dai 12.500 iscritti circa del 2007-2008 agli oltre 15.000 dell’A.A. 2015-2016.
E se i dati non sono poi così gravi in generale, la storia è diversa per le università del Russell Group, quel club di 24 istitu­ti d’eccellenza che annovera tra i propri membri la UCL, l’Imperial College, Oxford e Cambridge. Grazie ai dati raccolti a dicembre 2018 in 22 delle 24 istituzioni, si scopre un calo del 5% degli studenti iscritti a un master nell’A.A. 2018-2019, e addirittura del 9% di studenti-ricercatori per il secondo anno di fila. «È giusto ipotizzare che l’incertez­za sulla Brexit e le future relazioni del Regno Unito con l’Europa potrebbero essere un fattore significativo. Il calo nei corsi di ricerca post-laurea è particolarmente preoccu­pante: questi studenti contribuiscono direttamente alla capacità di ricerca del Regno Unito» aveva commentato al riguardo Hollie Chandler, Senior Policy Analyst del Russell Group. «Se lasciamo l’UE senza un accordo», aveva aggiunto all’epoca «l’incertezza percepita dai futuri studenti europei non farà che peggiorare».
Con il dibattito in pieno svolgimento sulla strada che la Brexit dovrebbe intraprendere, è davvero difficile fare una previsione di quale sarà l’impatto per il mondo della ricer­ca inglese in ognuno dei possibili scenari. Per il momento, dacché se ne stavano discutendo solo tre (uscita il 29 marzo con l’accordo May, no-deal o breve rinvio), oggi gli scenari sono ben sette. Come abbiamo detto, il no-deal è ancora possibile. E siamo a uno. Mentre le altre prospettive sono: accettazione dell’accordo May, presentato per la terza volta al Parlamento; una rinegoziazione; un nuovo referendum; nuove elezioni legislative; un voto di sfiducia contro il governo (con la nomina di un nuovo governo di maggio­ranza) e – infine – la cancellazione della Brexit tout-court. Gli avvenimenti che si susseguiranno nei pros­simi giorni dovranno necessariamente semplificare il quadro, ma nel frattempo queste prime settimane di marzo hanno solo contribuito a rendere difficilmen­te prevedibile il futuro anziché offrire le certezze tan­to attese. E il mondo della ricerca, che si era davvero preoccupato all’idea di venir travolto dal no-deal, at­tende di capire cosa lo aspetta.
L’accordo di Theresa May e le diverse garanzie offerte dal suo governo a studenti, ricercatori e staff universitario sembra dare un’opportunità al mondo accademico: davvero poco dovrebbe cambiare almeno fino al 2021 e il paese po­trebbe continuare a far parte tanto del programma Erasmus che di Horizon 2020. Si tratta, inutile dirlo, di risorse importanti. È stato calcolato che il Regno Unito riceve ogni anno circa 1 miliardo/1 miliardo e mezzo di sterline di fondi diretti della Commissione europea per la ricerca e l’innovazione. Tra questi, gioca un ruolo di primo piano proprio l’assegnazio­ne dei finanziamenti del programma Horizon 2020, che include le Azioni Marie Skłodowska-Curie e i prestigiosi grant dell’European Research Council. Quando questi fondi sono assegnati a ricercatori basati in Regno Unito servono spesso a supportare ricerche internazionali e vengono quindi distribuiti tra i diversi partecipanti dei progetti di ricerca, ma la quantità di denaro che l’accademia inglese è stata in grado di attrarre sinora dall’Europa è davvero ele­vata. Horizon 2020 ha un budget totale di circa 77 miliardi di euro spalmati in sette anni (2014-2020). Bene: un working paper del parlamento inglese ripor­ta che circa il 14% dei fondi allocati fino ad oggi sono stati assegnati a istituzioni inglesi e quattro universi­tà di punta (UCL, Oxford, Cambridge e Imperial) hanno ricevuto da sole circa un miliardo di euro tra il 2014 e maggio 2018. Già nel Framwork Programme 7 (2007-2013) il paese era stato il secondo maggior be­neficiario di fondi europei per la ricerca e l’innovazione, subito dopo la Germania, ottenendo ben 6,94 miliardi di euro sui 55,4 stanziati. In altre parole, il 12,5% dei fondi del programma. Allo stesso modo, grazie alle proposte di ricerca di quegli scienziati e ricercatori ospitati nelle sue università (e quindi sia inglesi che europei), tra il 2007 e il 2013 ha ricevuto 1,66 miliardi dai grants ERC (il 22,4% dell’intero budget del programma) e 1,08 miliardi dalle Azioni Skłodowska-Curie, sbaragliando la concorrenza di tutti gli altri paesi europei.
La prospettiva di un no-deal, insomma, aveva spaventato tanti big della scienza inglese. Venki Ramakrishnan, Presidente della Royal Society, ave­va fatto un appello ai parlamentari lo scorso 13 marzo, di­chiarando: «Una Brexit senza accordo sarebbe un disastro per la scienza e l’innovazione del Regno Unito. Questa non sarà l’unica considerazione dei parlamentari quando voteranno oggi, ma senza un forte settore di ricerca e inno­vazione il futuro del Regno Unito sarà desolante». Il governo inglese ha promesso sin dal 2016 che qualora università e centri di ricerca dovessero rimanere esclusi dai programmi europei a causa della Brexit, interverrà per co­prire i costi dei programmi di ricerca che hanno già vinto un finanziamento europeo e per questo motivo sta facen­do raccogliere a UK Research & Innovation (UKRI) dati su tutti i progetti già finanziati. Tuttavia, la garanzia del governo – almeno per il momento – non copre i finanzia­menti per le organizzazioni di altri paesi che sono consor­ziate con i partecipanti inglesi e sottoscriverà, quindi, solo gli impegni finanziari delle istituzioni britanniche. Anche in caso di no-deal, quindi, il governo si è impegnato a co­prire le spese dei ricercatori, ma in questo scenario – ed è davvero il colmo – l’accademia inglese rischia di non ave­re più accesso proprio ai grant dello European Research Council o ad alcune Azioni Marie Skłodowska-Curie.
E molte preoccupazioni sono sorte anche in riferimento all’Erasmus, che ogni anno coinvolge più di 15.000 ragaz­zi e ragazze inglesi. «È ormai chiaro che se non riu­sciranno a garantirlo, non ci sarà un’alternativa na­zionale che consenta agli studenti di studiare all’este­ro in Europa. Se perdiamo Erasmus, non ci saranno schemi per sostituirlo» aveva scritto Vivienne Stern, Direttrice di Universities UK International. Per que­sto il 6 febbraio Universities UK (UUK) ha lanciato la campagna social nazionale #SupportStudyAbroad per chiedere al governo di impegnarsi a finanziare le opportunità di studio all’estero dei suoi studenti anche in caso di esclusione dal programma Erasmus Plus. Possiamo sperare. Sperare che queste preoccu­pazioni vengano presto superate dagli eventi, ma non è ancora il momento di tirare un sospiro di sollievo. Anzi, in qualsiasi scenario che non sia l’accordo May o la revoca dell’uscita del paese dall’UE, queste cam­pagne d’informazione e lobbying sulla politica conti­nueranno a essere fondamentali nel definire il futuro non solo dei colleghi e dei compagni d’Oltremanica, ma anche dei consorzi, delle collaborazioni, dei le­gami accademici e di ricerca che si sono stabiliti in questi anni.
Come europei, saremo sicuramente investiti dalla Brexit. Comunque vada a finire, potremo ancora andare a lavorare e a studiare in Regno Unito. Così come i nostri ricercatori partono per paesi extraeuro­pei come gli Stati Uniti o il Canada, così si potrà con­tinuare a viaggiare e a lavorare da una parte all’altra della Manica. Certo è che, rispetto alla facilità con cui questo poteva essere fatto sino ad oggi, l’uscita dall’UE comporterà la necessità di visti e permessi soprattutto in caso di no-deal – scenario in cui, come è stato chiarito dal governo a fine gennaio, sarà neces­sario ottenere sin da subito un European Temporary Leave to Remain per permanenze superiori ai tre mesi.
Le università si sono impegnate in ogni modo per supportare il loro staff, i loro ricercatori e gli stu­denti europei. Dovunque si trovano guide aggior­nate per rispondere agli interrogativi su cosa fare in ogni possibile scenario, e alcune università – come l’Imperial College – hanno messo a disposizione di studenti e lavoratori pagine web, gruppi di sostegno ed esperti che possano aiutarli nella svolta crucia­le della Brexit. Chi ha già fatto domanda per l’EU Settlement Scheme potrà continuare a risiedere e a lavorare in Regno Unito, e il programma continuerà ad essere implementato anche se l’accordo May non dovesse essere accettato.
Non ci sono vincitori in questa guerra per la Brexit. Di certo, difficilmente scienziati e ricercatori inglesi che, oltre a rischiare di perdere soldi e prestigio, ve­dono messi a repentaglio anche i collegamenti, i con­sorzi e i network costruiti in anni di lavoro possono dirsi soddisfatti dalle premesse sull’epilogo di questi anni di negoziazioni. Il referendum del 2016 aveva già mostrato quanto distanti fossero le città dalle campagne, i mondi dentro e fuori dall’accademia, i ricchi e i meno ricchi, le generazioni anziane e quel­le giovani. E, qualunque sia il verdetto finale, questa spaccatura della società britannica non si risolverà con un voto o con la firma di un accordo. Come ha scritto The Guardian in un editoriale di gennaio: «Non c’è nessuna delle opzioni sul tavolo […] che non sarà divisiva negli anni a venire». Né un no-de­al, né una “soft Brexit” secondo l’accordo negoziato dalla May, né un nuovo referendum. Né, aggiungia­mo noi, un completo ribaltamento della situazione.
Speriamo solo che scienza e ricerca inglesi possano essere risparmiate dalle prospettive più fosche di questi ultimi atti della Brexit. Perché senza Regno Unito, senza le loro università, i loro studi e la loro collaborazione nelle ricerche internazionali sarem­mo tutti quanti un passo indietro rispetto a dove siamo oggi. Ed è un peccato, perché la scienza vuole – e deve – andare avanti: regredire non è nella sua natura.

[Pubblicato in originale a marzo 2019 sul n.42 di micron]

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