Brexit, ora cosa succede alla ricerca UK?

I ricercatori del Regno Unito possono continuare a partecipare ai bandi per i fondi Ue? I postdoc inglesi avranno difficoltà ad assumere posizioni sul continente e viceversa? Quale sarà il futuro delle strutture dell’Unione europea presenti sul suolo inglese? Un viaggio in quello che potrebbe essere la ricerca UK senza l’aiuto dell’Europa.
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

E ora sale l’ansia. La comunità scientifica inglese, dopo l’esito del voto del referendum che porta il Paese fuori dell’Unione Europea, comincia a domandarsi cosa accadrà. In realtà nessuno sa se la ricerca del Regno Unito soffrirà o al contrario prospererà quando il divorzio sarà ufficiale. Né il governo inglese, né tantomeno la Commissione Europea hanno pensato prima d’ora a come sbrogliare la matassa e quindi non ci sono simulazioni al riguardo. La giustificazione è semplice: nessuno pensava che sarebbe accaduto davvero. “Per noi era semplicemente inimmaginabile che veramente abbandonassero l’Unione”, ha dichiarato alla rivista Science Robert-Jan Smits, capo della Direzione generale per la ricerca e l’innovazione dell’Ue.
In attesa di sapere come andranno i negoziati per gestire l’uscita, qualcuno crede che ancora ci possa essere un ripensamento, ma intanto gli scienziati (che, secondo alcuni sondaggi, per lo più si sono espressi contro Brexit) hanno alcune questioni pratiche e pressanti a cui dare risposta. Le sintetizza Science in un articolo appena pubblicato: “Brexit casts pall on future ok U.K. science”. Eccone alcune: I ricercatori del Regno Unito possono continuare a partecipare ai bandi per i fondi Ue? I revisori che esamineranno una proposta in cui sono coinvolti scienziati inglesi si porranno degli interrogativi sull’impegno di questi scienziati? I postdoc inglesi avranno difficoltà ad assumere posizioni sul continente e viceversa? Quale sarà il futuro delle strutture dell’Unione europea presenti sul suolo inglese?

LA QUESTIONE “MONEY”
Una cosa che gli scienziati inglesi perderanno quasi sicuramente sono i soldi dell’Ue. Non è cosa di poco conto perché gli inglesi di solito si piazzano bene nella competizione prevista dai programmi europei come Horizon 2020 (7 anni di durata, circa 80 miliardi di euro da spendere per la ricerca e l’innovazione entro il 2020). Inoltre, il Regno Unito nel corso degli anni è riuscito a racimolare parecchi miliardi per la scienza anche dai Fondi Strutturali, un salvadanaio che dovrebbe appianare le differenze tra i Paesi più poveri e quelli più ricchi all’interno dell’Unione.
Nei 7 anni precedenti al 2014, il Regno Unito ha finanziato tutti e due i programmi con circa 5,4 miliardi di euro, secondo un rapporto della Royal Society datato 2015. Però ha avuto indietro da quegli stessi programmi 8,8 miliardi di euro. Insomma, ha preso più di quanto ha dato. In realtà, dicono i sostenitori di Brexit, non è un grande guadagno rispetto alla spesa del Paese per ricerca e sviluppo. Ad esempio, il settimo Programma Quadro, il predecessore di Horizon 2020, aveva contribuito solo per il 3% agli investimenti del Regno Unito in scienza e innovazione tra il 2007 e il 2013. I sostenitori di Brexit dicono che non è una grande perdita e che sarebbe inoltre compensata dal risparmio sui contributi annuali versati dal Paese all’Ue: circa 17 miliardi di euro al momento.
Tuttavia le cifre non sono così semplici. Ad esempio, dice la rivista Nature, i finanziamenti europei oggi forniscono il 16% dei fondi per la ricerca delle università inglesi. E la European Investment Bank (EIB) dal 2005 ha dato più di 2,8 miliardi di euro a università e istituti di ricerca britannici, il 28% di quello che EIB ha sborsato in generale per alta formazione e ricerca.
C’è inoltre chi pensa che l’Inghilterra potrebbe continuare a partecipare ai programmi di finanziamento europei diventando un membro associato di Horizon 2020. In questo caso pagherebbe un contributo annuale corrispondente al Pil. Già 15 Paesi che non sono membri Ue partecipano in questo modo al programma, tra gli altri Norvegia, Turchia, Israele, Tunisia. Tuttavia, si tratta di Paesi piccoli, non certo di giganti potenti come l’Inghilterra. Difficile, sostengono gli oppositori del Leave che l’Ue possa consentire questa scappatoia.

ADDIO CERVELLI STRANIERI?
Ma c’è un altro aspetto che preoccupa molto la comunità scientifica: il futuro delle collaborazioni internazionali e la possibilità per studenti e ricercatori di muoversi liberamente una volta che l’Inghilterra sia fuori. “Sul lungo termine – sostiene James Wilsdon, un sociologo ed esperto di politica della ricerca dell’Università di Sheffield – è difficile non pensare che questo porti a una riduzione del numero degli studenti e dei ricercatori che scelgono di venire in Inghilterra”. In effetti, già ora in un sondaggio di Nature molti ricercatori stranieri hanno detto di sentirsi meno benvenuti nel paese come risultato sia del voto che delle campagne precedenti anti-immigrazione. Tutto questo si risolverebbe in una perdita, dunque, di menti e capacità.
C’è poi l’incubo Svizzera. Nel 2014, quando questo Paese tentò di imporre misure restrittive all’immigrazione dai Paesi Ue, l’Unione sospese il suo stato di membro associato e minacciò così di far uscire la Svizzera da Horizon 2020. La questione non è ancora risolta e sta diventando un incubo per i ricercatori inglesi: potrebbero a causa di politiche sconsiderate del loro governo fare la fine della Svizzera? Non è escluso visto che i sostenitori del Leave sono gli stessi che chiedono restrizioni della libertà di movimento dei cittadini europei.

ISTITUZIONI A RISCHIO
Inoltre, l’esito del referendum minaccia la vita di alcune istituzioni europee ospitate sul suolo inglese: l’Ema, ad esempio (European Medical Agency) che si trova a Londra, potrà rimanere li? Lo stesso vale per Jet (Joint European Torus), un reattore che lavora in Inghilterra per conto di Euratom.
“Abbiamo bisogno di un qualche tipo di sorveglianza rapida per capire precocemente quali sono i problemi che sorgeranno e mettere in atto misure correttive”, ha detto Mike Galsworthy, a capo della campagna “Scientists for EU”. La campagna ha riunito moltissimi ricercatori del Regno Unito sotto la bandiera del Remain. Ma senza successo. E qui arriviamo all’altra faccia della medaglia. Secondo Wilsdon, oltre alle questioni che riguardano l’accesso ai fondi Ue e la politica della ricerca, c’è un problema più fondamentale con cui bisogna fare i conti: la maggior parte degli accademici, dei ricercatori e degli esperti si è espressa pubblicamente a favore del restare in Europa, ma le loro parole sono state ignorate: “Sul quesito del referendum sono state prodotte solide analisi e prove empiriche, ma il 52% della popolazione le ha rigettate. Questo deve farci riflettere seriamente”.

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