Caldo e aggressività: un nuovo modello spiega la relazione

Per spiegare la relazione positiva tra clima e violenza un gruppo di ricercatori ha elaborato un nuovo modello che, oltre a utilizzare la temperatura media come determinante del clima di una regione, si concentra soprattutto sulle variazioni di temperatura tra una stagione e l’altra, analizzando le conseguenze in termini di strategie di vita.
Sara Mohammad, 22 Luglio 2016
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

«Ti prego, buon Mercuzio, ritiriamoci. Fa molto caldo, i Capuleti sono in giro. Se li incontriamo non sfuggiremo ad una rissa. In questi giorni di fuoco il sangue pazzo ribolle». L’avvertimento che Benvolio rivolge a Mercuzio nel terzo atto di Romeo e Giulietta rivela come ai tempi di Shakespeare fosse nota la relazione positiva fra alte temperature e crimini violenti.
In effetti, tra i determinanti climatici in grado di incidere sui comportamenti aggressivi, l’associazione fra temperatura e conflitto è la più forte. Già negli anni Novanta il criminologo John Walkeraveva individuato una tendenza generale nell’aumento di crimini violenti man mano che ci si sposta verso le regioni più vicine all’equatore, chiaramente contraddistinte da climi caldi.
L’ultimo rapporto mondiale sugli omicidi, pubblicato nel 2013 dall’ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, sembrerebbe confermare questa tendenza: su centomila persone, si registra un tasso di omicidi più alto nelle regioni dell’America centrale e dell’Africa meridionale rispetto alle nazioni europee e del nord America.
Perché temperature elevate dovrebbero indurre le persone a comportarsi in maniera violenta? Tra i modelli che cercano di spiegare la relazione positiva tra clima e violenza, il Modello Generale dell’Aggressività (General Aggression Model), degli psicologi Craig Anderson e Brad Bushman, e la Teoria dell’Attività di Routine (Routine Activity Theory), dei criminologi Marcus Felson e Lawrence Cohen, sono i più accreditati.
Secondo Anderson e Bushman, temperature più alte renderebbero gli individui più inclini a reagire in modo aggressivo e violento perché amplificano la rabbia e i pensieri aggressivi e contribuiscono a mettere il soggetto in uno stato di “eccitazione fisiologica” (il battito cardiaco aumenta, così come la pressione sanguigna e la sudorazione). Questo spiegherebbe perché eventi provocatori banali (l’occhiata sgarbata di uno sconosciuto) in condizioni di normalità, potrebbero degenerare in risse violente se si verificassero in contesti dall’atmosfera rovente (come l’interno di un locale troppo affollato e dove fa molto caldo).
Invece Felson e Cohen hanno concettualizzato l’influenza positiva del clima sul tasso di reati violenti in termini di frequenza di contatti sociali: in giornate più calde le persone sarebbero predisposte a passare più tempo fuori casa, dove avrebbero maggiore probabilità di manifestare comportamenti “accesi” e aggressivi nelle interazioni con gli altri.
Adesso un gruppo di ricercatori della Vrije Universiteit Amsterdam, in collaborazione con l’Ohio State University, ha messo a punto un nuovo modello per spiegare le differenze nei comportamenti aggressivi tra e all’interno dei vari Paesi alla luce delle diversità climatiche. Il modello si chiama CLASH (acronimo di CLimate Aggression and Self-control in Humans) e si distingue dai primi due perché, oltre a utilizzare la temperatura media come determinante del clima di una regione, si concentra soprattutto sulle variazioni di temperatura tra una stagione e l’altra. Nella versione prestampadell’articolo (che verrà pubblicato sulla rivista scientifica Behavioral and Brain Sciences) gli autori scrivono che il modello CLASH contribuisce a dare un punto di vista innovativo sul perché le aree geografiche più vicine all’equatore tendono ad avere livelli più alti di aggressività e violenza rispetto a regioni più lontane.
Nello specifico il modello fa due previsioni. Innanzitutto prevede che, nei climi dove le temperature sono più basse e le variazioni stagionali maggiori, siano più avvantaggiati gli individui che adottano strategie di vita più lente, che sono orientati verso il futuro e che hanno un maggior autocontrollo. Una delle prove più solide a sostegno di questa tesi deriva dalla teoria evolutiva, secondo la quale le risorse per la sopravvivenza e la riproduzione non sono infinite e, di conseguenza, la selezione naturale favorisce tra tutti gli individui in grado di mettere in atto la migliore strategia di stanziamento delle risorse. Il modello CLASH accentua il ruolo della prevedibilità come fonte di controllo da parte dell’uomo sugli stress ambientali: se si considerano le variazioni nella temperatura tra una stagione e l’altra (variazioni prevedibili), l’alternanza di inverni rigidi e di estati calde (come nei paesi distanti dall’equatore) promuoverà una cultura nella quale le persone adottano una prospettiva a lungo termine (per prepararsi all’arrivo della stagione fredda) ed esercitano maggiore autocontrollo (per esempio evitando di mangiare tutti i semi ottenuti dal raccolto della bella stagione per piantarli in un secondo momento). Al contrario, nelle società vicine all’equatore il clima è più caldo e la temperature stagionali hanno variazioni minori, perciò gli individui potranno permettersi di vivere il momento presente, senza pianificare eccessivamente le attività quotidiane in previsione del futuro. In società come queste, le strategie di vita sono caratterizzate da ritmi più veloci (l’età riproduttiva si abbassa, si hanno più figli e si tende a concentrarsi su gratificazioni immediate) e richiedono un minore autocontrollo.
La seconda previsione del modello CLASH è che temperature più basse e variazioni stagionali maggiori aiutino gli individui e le società a evolversi verso comportamenti meno aggressivi e meno violenti, dal momento che l’adattamento a questo tipo di clima richiede maggiore pianificazione e autocontrollo. Numerose ricerche hanno infatti indagato il rapporto fra autocontrollo e orientamento verso il futuro da una parte, e aggressività e violenza dall’altra, confermando che uno dei migliori predittori del comportamento criminale violento è proprio la scarsità di autocontrollo.
Paul Van Lange, primo autore dello studio, ha commentato come il punto di forza del modello CLASH sia quello di combinare un approccio climatologico a studi sulla cultura e sulla psicologia delle strategie di vita, dell’orientamento temporale e dell’autocontrollo, per spiegare comportamenti umani come la violenza e l’aggressività.
Sebbene la lontananza dall’equatore non sia l’unico determinante climatico di una regione (anche la continentalità, cioè la distanza dal mare, influenza l’ampiezza delle variazioni stagionali), Van Lange ha ribadito che è l’approssimazione migliore per descrivere l’abbassamento delle temperature e l’aumento delle variazioni stagionali.
Tuttavia, il clima non è tutto. Come accennato nell’articolo, un tasso più alto di crimini violenti nelle regioni più vicine all’equatore potrebbe essere spiegato anche tenendo conto di ragioni storico-culturali. Lo psicologo olandese ha risposto che la cosa interessante è che il clima non è (fortemente) influenzato da molte cose ma che, d’altra parte, diverse variabili (come le tradizioni culturali, l’economia, l’agricoltura) sono influenzate dal clima. «Queste variabili», ha continuato Van Lange, «possono spiegare a loro volta l’aggressività e la violenza». Inoltre, il clima è rilevante per le circostanze naturaliche uno si trova a dover affrontare: per esempio, «grandi variazioni stagionali minimizzano la sopravvivenza di virus e batteri, e molti animali velenosi non amano inverni rigidi.
Quindi, ci sono più patogeni e stress correlati se uno si trova più vicino all’equatore».
Sarebbe corretto affermare che il cambiamento climatico in atto sta diminuendo le variazioni stagionali e che, se così fosse, in accordo con quanto previsto dal modello CLASH, le persone saranno portate ad adottare strategie di vita più veloci e a comportarsi con maggiore aggressività? Van Lange ha risposto di sì, sottolineando che «bisogna andarci cauti. Primo, perché il cambiamento climatico procede a ritmi molto lenti. Secondo, perché fa aumentare la temperatura e diminuire le variazioni stagionali a livelli minimi, e forse questo significa che quello che vediamo adesso a Palermo potremmo vederlo solo tra decenni più a nord di Roma».

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