Cambiamenti climatici: il negazionismo è veramente al capolinea?

Sembravano un ricordo lontano, invece i negazionisti non hanno gettato la spugna. Anzi, negli ultimi tempi le critiche alle evidenze scientifiche sul riscaldamento globale e l’innalzamento dei mari sono più vive che mai. Lo dimostra uno studio su Global Environmental Change.
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

I climatologi hanno oramai smesso di considerarle una reale minaccia. Le critiche dei negazionisti ai dati sul riscaldamento del pianeta, sullo scioglimento dei ghiacci e l’innalzamento del livello del mare da qualche tempo a questa parte sembra abbiano perso la loro forza. L’eco dei vecchi conflitti tra sostenitori e contestatori dei cambiamenti climatici è sempre più debole. Alle orecchie degli scienziati di oggi non arrivava più il rumore assordante delle prime convinte contestazioni, ma un quasi impercettibile ronzio con cui tutto sommato la comunità scientifica ha imparato a convivere. E dopo l’ultimo Rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), ma ancora di più dopo la Conferenza di Parigi, sembra che sia giunto il momento di archiviare definitivamente le vecchie discussioni per aprirne di nuove: non c’è più tempo da perdere intorno ai dubbi sul cambiamento climatico, semmai ci si deve confrontare sulle strategie per ridurne le conseguenze.
Siamo sicuri, però, che i contestatori abbiano gettato veramente la spugna? E che l’era del negazionismo sia veramente al capolinea? A leggere i risultati di un recente studio pubblicato su Global Environmental Change si direbbe di no. Anzi, gli attacchi alla scienza sembrano addirittura aumentati negli ultimi tempi.

A VOLTE TORNANO
Una così vasta rassegna delle opinioni contrarie ai cambiamenti climatici non era mai stata fatta prima: Constantine Boussalis del Trinity College di Dublino e Travis G. Coan dell’Università di Exeter hanno passato al vaglio 16.000 documenti provenienti da 19 organizzazioni statunitensi pubblicati tra il 1998 e il 2013. I testi analizzati erano composti da 8.300 articoli, 3.000 rapporti, 100 interviste scritte, 680 lettere aperte, e 3.400 review “scientifiche”.
Ed ecco ciò che hanno scoperto: «Abbiamo trovato ben poche prove valide a sostegno della tesi che l’era del negazionismo sia conclusa. Piuttosto sembra che le discussioni sul clima siano aumentate nel periodo preso in esame». Sotto la lente dei ricercatori sono finiti i principali promotori del negazionismo, quelli che si alternano alla guida di una inarrestabile macchina che diffonde incessantemente messaggi antiscientifici in giro per il mondo. Si tratta dei cosiddetti “think tank”, quei serbatoi di analisi e di opinioni sulle politiche pubbliche che influenzano i governi dei loro Paesi. Tra questi ci sono istituzioni conservatrici come l’Heartland Institute, il Cato Institute e l’American Enterprise Institute.
Sui loro siti web si possono acquistare manuali che offrono argomenti da sfoderare all’occorrenza per tenere testa agli “allarmisti del clima”, oppure leggere gli articoli “accomodanti” di chi, al limite, accetta la possibilità di un pianeta un po’ più tiepido, ma certamente non più caldo.
Il grafico che accompagna l’articolo sul Global Environmental Change, e che sintetizza l’intera ricerca, è molto eloquente: la linea che rappresenta le discussioni sulle questioni scientifiche è visibilmente in salita negli ultimi tre, quattro anni, mentre quella che indica il dibattito sulle politiche di intervento scende vertiginosamente. Ciò significa che attaccare gli scienziati è ancora in voga. Ma fino a quando continuerà a esserlo?

LO SCETTICISMO È DURO A MORIRE
Il periodo di riferimento della ricerca inglese termina nel 2013. E’ lecito quindi immaginare che qualcosa possa essere cambiato da allora ad oggi. Soprattutto dopo la Conferenza COP21 che sembra aver segnato il momento di consenso più alto dell’opinione pubblica nei confronti del cambiamento climatico da tanti anni a questa parte.
E’ così? Il negazionismo si è veramente fermato a Parigi? Secondo quanto Travis Coan dell’Università di Exeter, uno dei due autori dello studio, ha dichiarato al Guardian, l’era delle contestazioni scientifiche non è affatto alla fine: «Stiamo avviando una ricerca sui temi relativi alla scienza e alle strategie politiche in 50 blog scettici nel 2015.
La struttura del discorso è molto simile, a volte identica, a quella utilizzata dai think tank, tanto che è lecito sospettare che i due filoni si muovano insieme.
Per quanto riguarda i blog abbiamo constatato che lo scetticismo nei confronti delle tesi scientifiche è proseguito per tutto il 2015. Questi sono risultati preliminari, ma suggeriscono che la fine del negazionismo, almeno in questi ambiti, è poco più che una speranza». Lo studio di cui parla Coan è condotto in collaborazione con John Cook, l’autore del sito Skepitcal Science pensato per “diventare scettici sullo scetticismo climatico”, dove, già in home page, vengono demoliti uno dopo l’altro i dieci principali miti dei negazionisti: il riscaldamento c’è sempre stato, è colpa del sole, non va poi così male, non c’è consenso, c’è raffreddamento non riscaldamento, i modelli non sono affidabili, i sistemi di rilevamento della temperatura non sono affidabili, le piante e gli animali si possono adattare, non c’è stato alcun riscaldamento dal 1998, in Antartide aumenta il ghiaccio.

TUTTE LE ARMI DEGLI SCETTICI
Il decalogo degli scettici contestato da Cook sul suo sito è lo stesso che Coan e Boussalis hanno trovato sui siti delle 19 istituzioni oggetto della loro indagine.
La strategia per convincere l’opinione pubblica è ben studiata: prima si costruisce la credibilità degli scienziati scettici, poi si organizzano conferenze pseudo-scientifiche sui cambiamenti climatici facendo passare i relatori per interlocutori autorevoli. Più che di una vera e propria opera di convincimento, si tratta di un piano ben architettato per seminare il dubbio.
A finanziarlo ci pensano le industrie dei combustibili fossili, secondo uno schema già rodato dalle multinazionali del tabacco per destare sospetti sulle affermazioni degli oncologici riguardo ai danni del fumo. Le prove di un legame a lungo sospettato sono venute fuori in uno studio pubblicato su PNAS dello scorso ottobre: gli istituti che avevano ricevuto finanziamenti dalla Exxon e dalla Kochs, due giganti del petrolio, erano molto impegnati a mettere zizzania tra gli scienziati e alimentare le discussioni sui cambiamenti climatici.
Coan e Boussalis hanno anche individuato il periodo “caldo” del negazionismo, durante il quale le discussioni scientifiche hanno preso il sopravvento su quelle politiche. Lo scetticismo sembra infittirsi intorno al 2010. Perché? Senza dubbio i negazionisti hanno cavalcato a lungo lo scandalo, poi rientrato, del Climategatescoppiato nel 2009. L’ipotesi della falsificazione di dati da parte di un gruppo di scienziati per aumentare le responsabilità umane nel global warming gli era stata servita su un piatto d’argento. Come rinunciare a quell’opportunità? Era molto facile lanciare il sospetto di un complotto scientifico per ingannare il mondo. Ma, anche dopo che le indagini hanno restituito autorevolezza agli scienziati coinvolti il negazionismo non ha mai abbandonato il campo di battaglia e ancora oggi continua, inaspettatamente, a sferrare nuovi attacchi.

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