Caso Xylella: la scienza al banco degli imputati

Anche nel caso Xylella, scienza e magistratura dimostrano un rapporto controverso: Roberto Defez del CNR spiega il perché di questa complessità e indica la strada da percorrere per la comunità scientifica italiana.

Caso Xylella: la scienza al banco degli imputati

Giuseppe Nucera, 14 Gennaio 2016
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Lo scorso 11 gennaio l’editoriale del Corriere della Sera a firma Paolo Mieli titolava “Un Paese che odia la scienza”, riferendosi alla gestione da parte della magistratura italiana del caso “Xylella fastidiosa”, il batterio fitopatogeno che sta colpendo intere coltivazioni di ulivi secolari nel territorio salentino, provocandone, presumibilmente in concomitanza con altre infezioni, il dissecamento precoce.
Mieli si riferisce all’opposizione attuata dai magistrati leccesi i quali, attraverso un decreto di sequestro preventivo d’urgenza, avevano bloccato lo sradicamento di tutti gli ulivi salentini interessati dal piano per l’emergenza Xylella. Operazione questa non solo ritenuta necessaria dai ricercatori, ma richiesta dall’Europa.
L’inchiesta ha travolto in prima persona una decina di ricercatori che stanno studiano il batterio negli enti di ricerca baresi. Secondo i PM di Lecce, infatti, i ricercatori sarebbero i responsabili della diffusione del batterio, a seguito della sua introduzione in Italia per convegni e sperimentazioni, nonostante sembrerebbe che il batterio riscontrato negli ulivi salentini sia di specie diversa e assolutamente peculiare rispetto a quelle già conosciute in altri parti del mondo come Costa Rica o Stati uniti.
L’accusa ai ricercatori rimane, ossia quella di diffusione colposa della malattia delle piante, violazione dolosa delle disposizioni in materia ambientale, falso materiale e ideologico, getto pericoloso di cose, distruzione di bellezze naturali.
L’editoriale di Paolo Mieli, in cui si legge che «l’Italia sta diventando sempre più un Paese ostile al metodo scientifico e amante delle teorie del complotto», giunge poche settimane dopo la chiamata alle armi lanciata alla comunità scientifica italiana a firma di Roberto Defez, biologo e genetista del CNR, e Gilberto Corbellini, storico della medicina dell’Università la “Sapienza” di Roma.
Nel loro messaggio pubblicato sulla La Stampa subito dopo l’azione della Procura di Lecce, Defez e Corbellini esortano la comunità scientifica italiana a ribadire il proprio ruolo “a difesa dei valori di libertà e indipendenza della scienza”, scagliandosi con voce autorevole contro quello che sembra un Processo al metodo scientifico costruito “sulla scia di un immaginario collettivo che ricorda i processi per inquisizione o i linciaggi pubblici per accontentare gli umori rabbiosi di una popolazione alla ricerca di capri espiatori, di far parte di qualche complotto sovranazionale inteso a distruggere la tradizione agricola salentina, iniziando dagli ulivi”.
Con Roberto Defez si è voluto così fare il punto sul difficile e controverso rapporto che scienza e magistratura ancora oggi hanno nel nostro Paese.

Professor Defez, Lei e Corbellini avete invitato la comunità scientifica italiana a “battere un colpo” in merito alla vicenda Xylella fastidiosa. Dalle colonne della La Stampa parlate di “scelte autoreferenziali di un pubblico ministero nell’esercizio dei suoi poteri, che seleziona un ristretto manipolo di esperti scientifici”. A suo parere come dovrebbero esser scelti i consulenti scientifici da parte della magistratura?
Come succede nelle grandi democrazie scientificamente più evolute: mediante la redazione dei cosiddetti position paper. Ovvero anche in Italia le accademie, le società scientifiche e le organizzazioni dei professionisti in campo dovrebbero redigere in maniera attenta, sistematica e costantemente aggiornata dei documenti scientifici che rappresentano il punto di vista imprenscindibile della comunità scientifica. Ciò implica una condivisione in termini di qualità più che numerica da parte della stessa, costituendo ossia un unico parere autorevole da cui la magistratura possa attingere per poter scegliere i suoi consulenti.
Se al contrario nel nostro Paese la comunità scientifica non è in grado di organizzarsi e di avere un ruolo forte nel dialogo con la società, non ci si può lamentare se il magistrato di turno sceglie i suoi consulenti individualmente, con il rischio che possa sceglierli in linea con le tesi e le argomentazioni che in qualche modo si è andato formando individualmente.

Quindi, più che nella magistratura, Lei intravede maggiori responsabilità nell’atteggiamento di distanza che, su alcuni temi caldi, la comunità scientifica ha dimostrato nel rapporto con la società?
Il problema è proprio questo: ci deve essere, da una parte, un organismo in qualche modo terzo e scientificamente affidabile e costantemente capace di aggiornamento e di documentazione che svolga un ruolo autonomo e autorevole e indipendente, che sia di riferimento alla magistratura per inchieste e processi in cui la materia scientifica è centrale. Dall’altra parte, tutto ciò non può prescindere da un attivismo permanente da parte di chi appartiene alla comunità scientifica su tematiche di scottante attualità: sto parlando di cellule staminali, vaccini, OGM, Xylella ma anche uranio impoverito o scie chimiche. Qualunque storia che ogni tanto emerge nel dibattito tra scienza e società deve conoscere la posizione autorevole della comunità scientifica italiana.

Da dove nasce la difficoltà di questo rapporto scienza e società in Italia?
Il centro della questione sta proprio nella condivisione dei position paper all’interno di una comunità scientifica seppur complessa e mai strutturata gerarchicamente, come lo sono tutte d’altronde. Soprattutto in Italia e soprattutto davanti a queste emergenze, la comunità deve far conoscere il suo punto di vista scientifico. Ma questo richiama i vertici delle accademie a un ruolo e a un lavoro che non sempre è stato svolto in questi anni ma che, a mio avviso, al contrario risulta centrale. La comunità scientifica non si è fatta sentire con una voce unica e autorevole su troppe tematiche ed è rimasta intimidita e paralizzata in un dibattito all’interno dei media, che rappresenta un sistema non facile da gestire, soprattutto se lo si fa solo sporadicamente: qui, infatti, si deve trovare costantemente un compromesso tra la correttezza scientifica e la velocità dell’apparizione e di discussione delle notizie degli organi di stampa.
Questo il vero problema del mondo della ricerca italiana: il tempo necessario per riunire i comitati, mettere tutti d’accordo e di orchestrare documenti è incompatibile con l’esigenza dell’uscita degli articoli giornalistici sui media. Questo il grande dissidio per cui la scienza arriva mesi dopo rispetto al momento in cui avrebbe dovuto intervenire.

Lei parla di un organo terzo che dia riferimenti scientifici e tecnici come strumenti per la magistratura. Lo ritiene sufficiente a eliminare definitivamente il rischio di vedere conoscenze scientifiche verificabili e opinioni prive di alcun fondamento scientifico poste sullo stesso piano anche nelle indagini della magistratura?
Secondo me questo evento è casuale. Ci è andata male per il caso Di Bella nel passato come ora con Xylella: ma anche qui la procura di Lecce si è mossa in modo distinto dalla procura di Bari, almeno nelle parole del suo ex presidente del tribunale di Bari Vito Savino. Questo è indice che anche la magistratura non sempre si muove con voce univoca.
Grazie alla magistratura al contrario si è risolto il caso Stamina, che era andato per vie tremende quando in Parlamento stava passando una certa linea anche a causa di una certa debolezza del Governo.
Il punto è questo: non è che la magistratura è buona o cattiva, ma a volte agisce in maniera individuale. Qualche volta funziona usando i giusti metodi e referenti scientifici, altre volte si affida un po’ al pubblico, al sentire comune; al sentire locale in questi casi. Se non c’è una modalità strutturata di intervento questa opzione è semplicemente lecita ma allo stesso tempo estremamente fragile.
Per questo motivo io punterei per primo il dito verso la comunità scientifica e solo in seguito verso una magistratura: la magistratura dovrebbe esser posta nella posizione di poter ascoltare un opinione fortemente strutturata e di grande impatto da parte della comunità scientifica, che si basi non solo sul position paper, ma un suo aggiornamento costante ogni 4 mesi, quindi su un comitato d’esperti a cui far pervenire documentazione scientificamente fondata di obiezioni o integrazione. Allora sì, che sarebbe difficile per una magistratura ignorare la posizione della comunità scientifica.

Cosa dovrebbe mutare nella comunità scientifica italiana? E’ semplicemente una difficoltà organizzativa o c’è altro?
Dovrebbe esserci un cambiamento radicale in termini di percezione del ruolo e del valore del lavoro di ricercatore: bisogna smettere di pesare alle pubblicazioni scientifiche come qualcosa che ti permettono di aumentare di grado in un iter verso la dirigenza di qualche ente. Qua non si sta avvalorando la propria carriera scientifica, si sta facendo un lavoro di interfaccia tra comunità scientifica, media e società.
E’ un lavoro più complesso in cui le pubblicazioni scientifiche valgono quanto quelle giornalistiche e la costante presenza dei ricercatori nella discussione pubblica. Secondo alcuni ricercatori questo rappresenta ancora uno spreco di tempo, secondo altri è, invece, un investimento in termini di credibilità della comunità scientifica. Non è la pubblicazione scientifica di altissimo livello che cambierà la posizione, il dialogo, l’avanzamento della scienza. Queste vanno tradotte in termini e in approcci comprensibili; bisogna conoscere le argomentazioni di chi ci sta di fronte. La scienza non deve essere usata come se fosse una nuova religione. Il dato scientifico deve entrare in un ambitoentra in ambito che è più complesso.
Gli scienziati devono essere capaci, insomma, di coprire tre ruoli contemporaneamente: formazione, tradurre la conoscenza e trovare delle vie di mediazione e di dialogo.
Non c’è niente di facile in questa vicenda; e soprattuto in Italia abbiamo cumulato decenni di ritardo, perché le storie da Di Bella a Stamina, dalla prima sentenza di primo grado dell’Aquila fino ad arrivare a oggi al caso Xylella ci dicono tutte che siam proni al processo di piazza, alle sentenza a furor di popolo.

Nella vostra lettera parlate di emergenze che possono essere capite solo tramite gli strumenti scientifici, dall’altra parte, la stampa locale riporta il timore della cittadinanza salentina che i ricercatori sotto inchiesta siano implicati in un complotti per la diffusione di un pesticida prodotto da una multinazionale oppure per favorire l’inserimento di ulivi OGM di origine israeliana inattacabili dallo Xylella. Tesi queste senza alcuna valenza e verifica scientifica. Che cosa pensa?
Anche se esistessero questi ulivi OGM, la loro coltivazione sarebbe vietata dall’Europa. Se uno ha il minimo polso per avere idea di quanti decenni e quante decine di milioni di euro ci vogliono per fare approvare una coltivazione di OGM in Europa queste tesi le dovrebbe smontare in maniera violenta oltre che categorica. Non si può coltivare l’OGM in Europa, c’è solo una coltivazione in Europa la cui autorizzazione non è stata rinnovata e quindi esiste perché ancor in deroga, in proroga dal 2008 quando è scaduta l’autorizzazione. Il rimedio a questo problema è fornire i dati, i fatti e rimanendo legati ai documenti. Chiunque può raccontare anche che ci sono i marziani o le scie chimiche, ma le risposte da parte della comunità scientifica non possono essere mai balbettate.

Perché in Italia spesso si cade nella tendenza a credere a teorie complottistiche, di cui non si hanno prove?
Perché nessuno ha la voglia di “immergersi” nelle documentazioni scientifiche, ma non è solo con l’evidenza della pubblicazione scientifica che si può risolvere questa vicenda. I dati certi sono tali solo per la comunità scientifica. La comunità scientifica si deve assumere l’onere di leggere tutto, di raccogliere tutte le pubblicazioni, pesarle e valutarle e sintetizzarle in qualche cosa che risulti leggibile a chi non appartiene alla comunità.
Nature non vale nulla se non è come dire “tradotto” in termini comprensibili: bisogna fare uno sforzo di mediazione culturale. Purtroppo viviamo in un momento in cui le redazione dei giornali sono quasi prive di giornalisti scientifici, l’incidenza e l’abitudine della stampa italiana di avere una capacità di intervento scientifico sui temi è ridottissima. Non è così sul New York Times oppure sui giornali economici come il Wall Street Journal o l’Economist: ci sono documenti scientifici serissimi altrove, ma non qui. E questo incide su tutto.

Non è solo, quindi, il vuoto normativo, di cui parlate nella lettera, o il silenzio della comunità scientifica il fulcro della questione: la mancanza di una cultura scientifica nei media e nel pubblico sembrerebbe avere un certo peso
Credo che la puntata centrata sui vaccini del programma Presadirettadi Riccardo Iacona, andata in onda su Rai3 lunedì scorso, sia stata rappresentativa in questo senso: una buona puntata, in cui però i giornalisti si sono assunti le loro responsabilità per non esser stati sempre capaci di segnalare alcune truffe mediche con tante prove di conflitti di interessi, di medici coinvolti sulla vicenda vaccini e autismo.
I media stanno cominciando a prendersi le loro responsabilità; e questo credo sia il punto che vale per tutti i comunicatori che trattano di scienza, così come per gli scienziati. Solo a valle per politici e magistrati. E’ inutile cominciare da loro, cominciamo da noi.

In una precedente intervista sull’alfabetizzazione scientifica degli italiani, Andrea Grignolio definì di tipo “post it” la conoscenza scientifica di parte del pubblico italiano, una conoscenza composta cioè da informazioni semplici e frammentate, non duratura nel tempo. Può essere la mancanza di una forte cultura scientifica l’origine della distanza tra scienza e pubblico secondo Lei?
Penso che questa sia una conseguenza del problema, una conseguenza della scarsa presenza e abitudine al confronto scientifico. Una riprova è stato secondo me, l’ultimo anno del nostro Parlamento in cui è stata nominata una scienziata vera come senatrice a vita, Elena Cattaneo, e improvvisamente il dibattito è cambiato sulle questioni scientifiche: abbiamo assistito a una clamorosa apertura e alla nascita di nuovo dialogo sulle tematiche scientifiche, il tutto grazie alla presenza di una sola persona su oltre 900 tra senatori e deputati. Questo la dice lunga sul fatto che da un lato c’è fame di avere dati scientifici, ma dall’altro le necessità di un veroapproccio scientifico.

In conclusione, secondo Lei gli scienziati escono allo scoperto e assolvono a questi compiti solo nel momento in cui si sentono messi alla gogna?
E’ esattamente questo: escono solo quando il caso diventa incandescente e si è costretti non solo a leggere la pubblicazione scientifica o fare la domanda di finanziamento per il proprio gruppo di ricerca, ma preoccuparsi dell’articolo giornalistico, di leggere questo o quel documento in cui, spesso, molte cose sono scritte in maniera incompetente, noiosa oltre che approssimativa.
Ma chi lo deve fare questo lavoro? Lo possiamo mai chiedere ai ragazzi che sono in tesi o che muovono i primi passi nel mondo della ricerca? Ecco questa è la mia vera domanda: lo deve fare il vertice o lo deve fare l’ultimo dei peones?
Secondo me lo deve fare il vertice! Questa è la parte difficile di questa vicenda. Chi ha raggiunto alcune posizioni dovrebbe decidere di spendere parte del suo tempo in questa attività.
Abbiamo esempi virtuosi come Silvio Garattini o Alberto Mantovani i quali, pur avendo posizioni e compiti di un certo tipo, si spendono su temi che non sono di loro strettissima competenza: investono la loro credibilità scientifica su tematiche che non sono popolari e che non sono facili. Sto parlando di rari ed encomiabili esempi virtuosi. Ma è questo il punto della questione: su queste cose possiamo fare solo pochi nomi e non centinaia come dovrebbe essere.
Io non mi vorrei occupare di Xylella, vorrei che quelli che studiano Xylella mi bombardassero di notizie e di fatti su queste tematiche, che assumessero tale onere e che io avessi la certezza che c’è qualcuno che se ne occupa dalla mattina alla sera in permanenza, con affidabilità e che agisca nelle modalità canoniche della comunità scientifica e con la neutralità del metodo scientifico, per cui è pronto in tutti i minuti a cambiare idea di fronte a nuove prove scientifiche.

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