Cento esperte per comunicare la voce delle donne nella scienza

Ancora oggi quando si richiede il ‘parere dell’esperto’ solo in due casi su dieci i media si rivolgono a donne. Uno schema che, ovviamente, non riflette affatto l’attuale composizione della comunità scientifica in termini di genere. Cominciamo noi a farlo, parlando di questi temi con alcune esperte e con le protagoniste della piattaforma online “100 donne contro gli stereotipi”, nata proprio per dare visibilità alle scienziate nei mezzi di informazione.
Sara Mohammad, 17 Novembre 2016
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

Patrizia Azzi, Elisabetta Dejana, Simonetta Di Pippo, Barbara Ensoli e tante altre sono le protagoniste di “100 donne contro gli stereotipi”, la banca dati a cui è possibile accedere visitando il sito www.100esperte.it per interpellare le eccellenze italiane nelle aree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Pensata in particolar modo per i professionisti della comunicazione, la piattaforma online “100 donne contro gli stereotipi” raccoglierà i profili di alcune tra le voci più autorevoli della scienza italiana, con l’obiettivo di aumentare la visibilità delle donne nei mezzi di informazione e in tutte le occasioni in cui si richiede ‘il parere dell’esperto’.
«In Italia la presenza quotidiana femminile nei media è del 21%, ma se consideriamo le persone che vengono intervistate in qualità di esperte, questa percentuale si abbassa al 18%», spiega Monia Azzalini, ricercatrice all’Osservatorio di Pavia Media Research e fondatrice, insieme a Giovanna Pezzuoli e Luisella Seveso, giornaliste dell’associazione Gi.U.Li.A (Giornaliste Unite Libere e Autonome), del progetto che ha portato alla realizzazione della banca dati “100 donne contro gli stereotipi”. Significa che, su dieci esperti contattati da TV, radio e stampa italiane, appena due sono donne, un numero che non rispecchia affatto l’attuale composizione della comunità scientifica in termini di genere.
Anche nel resto del mondo la visibilità delle scienziate nell’informazione si ferma a percentuali basse (intorno al 19%), come riporta il Global Media Monitoring Research Project (GMMP), il progetto internazionale che ogni cinque anni monitora la presenza delle donne nei mezzi di informazione tradizionali (radio, stampa e TV) e, a partire dall’anno scorso, anche sul web. Ma come funziona il GMMP? «In tutto il mondo si sceglie una giornata campione e, rispetto a quella giornata campione – per il 2015 è stato scelto il 25 marzo –, si fa un’analisi dell’informazione quotidiana, con il presupposto che l’informazione quotidiana metta in campo modalità di selezione delle fonti e delle notizie che si ripetono tutti i gironi», chiarisce ancora Azzalini. Si tratta, dunque, di un campione di dati estremamente affidabile, che viene analizzato sulla base dei criteri e delle linee guida indicati per ogni paese dalla World Association for Christian Communication, un’organizzazione non governativa che si batte per i diritti nella comunicazione per promuovere la giustizia sociale. Il criterio fondamentale è che i mezzi di informazione inclusi nello studio siano nazionali e abbiano un forte impatto in termini di ascolto o lettura oppure, per quanto riguarda il web, un numero elevato di contatti.
Il GMMP è stato istituito nel 1995 in occasione della conferenza mondiale sulle donne a Pechino, dove, come spiega Azzalini, l’ONU stabilì che quello dei media era uno dei dodici settori strategici su cui era necessario agire per migliorare la condizione femminile nel mondo. Da allora, le iniziative per includere le donne nell’informazione hanno permesso di ottenere qualche miglioramento, per lo meno in Italia, dove, nel 1995, la presenza delle donne nei media non superava il 7%.
Specchio di una visione della società stereotipata e vecchia di parecchi decenni, oggi, all’interno e fuori dalle redazioni, si preferisce contattare un uomo quando è indispensabile il parere di una persona esperta nelle discipline scientifiche, e non solo. «Questo progetto combatte la percezione della donna», dichiara Ewelina Jelenkowska, responsabile del settore stampa e media della Commissione europea in Italia, che, insieme alla Fondazione Bracco, ha creduto fortemente nel progetto e l’ha reso possibile grazie ai necessari finanziamenti. «Abbiamo iniziato con le scienziate perché la scienza è un settore più oggettivo e meno controverso, ma il progetto ha l’ambizione di allargarsi a tutte le altre professioniste», aggiunge.
“100 donne contro gli stereotipi” è solo il punto di partenza per un piano di lavoro più ambizioso, come ribadisce ancora una volta Azzalini: «Questa banca ora riporta i profili di professioniste nelle aree STEM, un settore importante per il progresso del Paese, ma in cui purtroppo si investe poco, un settore in cui è importante dare voce alle donne sui media perché queste donne possono essere dei cosiddetti role model, possono cioè rappresentare un modello di identità, di ruolo e di carriera per le nuove generazioni».
Allo stato attuale il sito riporta i profili di ottantadue esperte, ma si tratta ancora di un work in progress, sostiene Daniela Falcinelli, professoressa di pari opportunità e carriere scientifiche e coordinatrice di GENDERS (Gender & Equality in Research and Science), il centro di ricerca italiano che si è occupato di selezionare le esperte.
Falcinelli ci spiega che la selezione si è basata sulla combinazione di tre criteri che, nell’ordine, sono: rilevanza scientifica (che è stata valutata attraverso l’indice H, un indice che combina il numero di pubblicazioni su riviste internazionali con la quantità di volte in cui sono state citate), rappresentatività territoriale (ogni università italiana ha tantissime esperte, per cui si è cercato di rappresentare il maggior numero possibile di università) e attualità (si è dato maggior rilievo ai temi maggiormente presenti sui media). A questi va aggiunto un quarto criterio, cioè la disponibilità delle esperte selezionate di essere incluse nel database, un criterio che, seppure implicito, ha comunque contribuito a circoscrivere il campione iniziale.
E le esperte cosa ne pensano? Claudia Sorlini, professoressa ordinaria di microbiologia agraria presso l’Università degli Studi di Milano, dichiara di aver accettato molto volentieri di essere inclusa nel database, perché «qualunque iniziativa serva a far avanzare le pari opportunità per me è meritoria e mi sta particolarmente a cuore se riferita al mondo della scienza». E, nonostante le esperte donne siano in realtà molte di più di quelle contattate dai giornali o dalle TV, nell’accademia oggi si è ben lontani dal raggiungere una reale parità di genere.
Basti pensare che al vertice della carriera universitaria, cioè alla posizione di professore ordinario, in Italia vi arriva solo il 25% delle donne. Ma non è detto che le altre non siano in grado di dare informazioni autorevoli: il percorso per diventare professori (e professoresse) ordinari è lungo e certamente non favorisce le donne, perché richiede un numero alto di pubblicazioni, tempo per scrivere, oltre che per fare ricerca, tempo che le donne, di solito, hanno meno degli uomini per impegni nei quali non sono insostituibili, ma che non vengono loro riconosciuti ai fini della carriere. Sorlini si augura che «le tante ragazze giovani brave e competenti che si occupano di temi avanzati vengano interpellate di più, anche se la loro posizione è quella di un ricercatore, magari anche a tempo determinato».
Come Paola Santini, 34 anni, ricercatrice all’Osservatorio Astronomico dell’Istituto Nazionale di Astrofisica di Roma e una delle cento esperte. «L’iniziativa, secondo me, è un segnale importante perché il problema c’è: i dati dimostrano che la stragrande maggioranza degli esperti interpellati sono uomini», dice Santini, e aggiunge che «la disparità in numero tra uomini e donne nel mondo della scienza purtroppo c’è ancora, ma non è così marcata come sembrerebbe basandosi sulle apparizioni nei media». Santini studia come si sono formate e come evolvono le galassie e nel 2015 ha anche vinto il premio Giovani Ricercatori italiani del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica. Insomma, è una delle tante eccellenze della ricerca italiana, ma sono pochi i giornalisti che l’hanno interpellata. Anche lei, come tutti, si augura che un giorno la banca dati con i nomi delle esperte non serva più.

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