C’erano una volta l’Amazzonia e 25 ragazzi colombiani

La vicenda di un gruppo di giovani colombiani che, con il supporto di una Ong, hanno intentato un’azione legale contro il governo e le autorità locali, chiedendo di garantire il diritto per le generazioni future alla vita e a un ambiente sano.
Simona Re, 22 Maggio 2019
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Tag

L’immenso patrimonio forestale, la ricchezza della biodiversità e l’eredità culturale custodita da centinaia di tribù indigene fanno dell’Amazzonia un fiore all’occhiello del nostro pianeta. Eppure, la più grande foresta pluviale subisce ancora i peggiori tassi di deforestazione al mondo. Secondo il Global Forest Watch, nel solo 2018 abbiamo perso ben 12 milioni di ettari di foresta tropicale a livello globale. L’equivalente di trenta campi di calcio al minuto. Brasile e Colombia sono tra i paesi più colpiti. Nell’era della lotta al cambiamento climatico, i governi finiscono ora sotto le accuse dei giovani attivisti. Raccontiamo qui la coraggiosa iniziativa di un gruppo di ragazzi colombiani.

LA PRIMA BATTAGLIA PER L’AMAZZONIA COLOMBIANA
È il 2015. Con l’allora presidenza di Juan Manuel Santos, la Colombia ratifica l’Accordo di Parigi, impegnandosi a una drastica riduzione delle emissioni di gas serra e dei tassi di deforestazione. Come se non bastasse, firma una Joint Declaration of Intent con Norvegia, Germania e Regno Unito per azzerare la deforestazione entro il 2020. Nel Piano di Sviluppo Nazionale 2014-2018 (NDP, National Development Plan), è fissata una perdita massima di 90.000 ettari all’anno. Poi viene il 2016 e, secondo l’agenzia governativa IDEAM (Istituto di Idrologia, Meteorologia e Studi Ambientali), scompaiono 179.000 ettari di foresta. Il doppio di quanto previsto. Nel 2017, altri 220.000.
In molti, naturalmente, non digeriscono la notizia. Men che meno un gruppo di giovani colombiani che, con il supporto della ONG Dejusticia, decidono di intentare un’azione legale contro il governo e le autorità locali, chiedendo di garantire il diritto per le generazioni future alla vita e a un ambiente sano. Le accuse sono state rivolte a Presidenza, Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, Parchi Nazionali, enti regionali, governatori e municipalità dell’Amazzonia, chiamati ad agire tempestivamente per rispettare gli impegni presi.
Risultato dell’impresa? Per lo Stato colombiano, alla violazione degli accordi internazionali, il 5 aprile 2018 si è sommata la sentenzaSTC4360-2018 della Corte Suprema di Giustizia. I giudici, oltre a riconoscere le mancanze delle autorità nella lotta contro la deforestazione e il cambiamento climatico, hanno dichiarato che l’Amazzonia costituisce un soggetto di diritto, e hanno ordinato: al Presidente Iván Duque Márquez e al Ministro dell’Ambiente, di provvedere entro quattro mesi a un’adeguata ridefinizione del NDP; alle istituzioni, agli scienziati e alle comunità, di creare un “Patto intergenerazionale per la vita dell’Amazzonia colombiana”; alle autorità regionali competenti e ai comuni, di contrastare le cause della deforestazione attraverso piani territoriali e azioni amministrative e giudiziarie ad hoc, da iniziarsi entro cinque mesi. Secondo quanto affermato nella sentenza, spetta alle autorità intervenire con misure urgenti per “la conservazione di questo ecosistema vista la sua importanza nel regolare il clima mondiale”. Per gli ambientalisti, una bella vittoria.

LA SECONDA BATTAGLIA
Cosa è stato realizzato a un anno di distanza dalla sentenza? Purtroppo, non molto. Fatta eccezione per la convocazione di alcuni workshop regionali per favorire la comunicazione con le comunità locali, i compiti ordinati dalla corte, rimandati in una sfilza di proroghe, si sono tradotti nella definizione di un NDP 2018-2022 con un ‘tasso di crescita’ della deforestazione invariato, senza alcuna soluzione mirata alle cause del fenomeno o alla riduzione delle emissioni. Cioè si continuerà ogni anno a deforestare di più, superando così i 220.000 da record del 2017.
Nelle dichiarazioni dell’ex ministro dell’Ambiente Murillo sul quotidiano El Tiempo, a spiccare sono le riflessioni in merito alla debolezza istituzionale degli enti regionali, e sulla necessità di provvedere a un importante rafforzamento delle misure di sicurezza e sorveglianza del territorio.
Visti i mancati progressi nel rispetto di accordi e sentenza, per gli attivisti ha avuto quindi inizio una seconda battaglia. Lo scorso 5 marzo i giovani, supportati da Dejusticia, da un gruppo di genitori, e dall’ex Ministro dell’Ambiente Manuel Rodríguez Becerra (il primo a ricoprirne la carica nel 1993), insieme a Parques Cómo Vamos, Greenpeace, Fundación Natura e Amazon Conservation Team, hanno indirizzato una lettera al Congresso colombiano, denunciando la mancata osservanza degli accordi internazionali e della sentenza 4360-2018, e chiedendo di tornare a fissare unmassimo di deforestazione di 90.000 ettari.
Da quella lettera è nata la petizione #LetsStopDeforestation sulla piattaforma Change.org che, in due mesi, ha raccolto oltre centomila firme. A seguire, il 30 aprile è stata organizzata una manifestazionenella Plaza de Bolívar di Bogotá, che ha visto mobilitarsi Dejusticia, Greenpeace, OpEPA, Universidad de los Andes, Parques Nacionales Cómo Vamos, e la Clínica Jurídica de Medio Ambiente y Salud Pública (MASP) dell’Università delle Ande.
Lo stesso giorno è stato finalmente presentato il nuovo NDP 2018-2022.
Come illustra il ministro dell’Ambiente Ricardo José Lozano su El Espectador, il nuovo NDP colombiano prevede ora un abbattimento annuo di circa 252.000 ettari per il 2020 e una progressiva riduzione del ‘tasso di crescita’ della deforestazione. Cioè, è confermato: il numero di ettari deforestati continuerà ad aumentare ogni anno. Le iniziative del NDP per contrastare la deforestazione e il cambiamento climatico fanno riferimento alla creazione di un consiglio nazionale incaricato di proporre e coordinare i piani di intervento – ovvero ministri della Difesa, della Giustizia e dell’Ambiente – e alla destinazione del 15% della carbon tax alla conservazione delle foreste in Amazzonia.

UNA SCONFITTA A METÀ
Un fallimento? César Rodriguez Garavito, direttore di Dejusticia e avvocato dei querelanti, si dice preoccupato per “la mancanza di volontà politica”. Come dargli torto? Resta il fatto che un gruppo di venticinque ragazzi colombiani, di età compresa tra i sette e i venticinque anni, sono riusciti finalmente a suscitare un dibattito politico nazionale sulla deforestazione e sulla questione climatica.
Si tratta di un risultato importante; per i colombiani, e per quanti assistono oggi alla vicenda. Come spiega Garavito, riconoscere all’Amazzonia colombiana la condizione di soggetto giuridicosignifica consentire ai cittadini di “ricorrere alla sua protezione quando viene minacciata”.
D’altra parte, come evidenzia il magistrato della Corte Suprema Luis Armando Tolosa, dobbiamo prendere coscienza del fatto che è l’ambiente stesso a costituire un nostro diritto fondamentale. Un diritto collettivo. Tolosa ritiene inoltre che la sentenza sia da considerarsi un atto tutt’altro che simbolico, e anzi afferma: «È imperativo per sostenere la costruzione di una legge statale sull’ambiente». Nuove battaglie avranno dunque a venire per raggiungere questi importanti obiettivi. E si attendono le reazioni del Congresso.
I giovani colombiani sono coraggiosi, e non sono soli. Negli Stati Uniti, sono decine di migliaia i ragazzi a sostegno della causa Juliana v. United States, partita nel 2015, anche in questo caso dall’iniziativa di un piccolo gruppo di giovani querelanti. I ragazzi americani chiedono al loro governo di adottare misure adeguate per la riduzione dei gas serra e per tutelare il futuro delle nuove generazioni. A proposito di questa causa, sono parole storiche quelle espresse nel 2016 dal giudice federale Ann Aiken, la quale ha dichiarato che “un sistema climatico in grado di sostenere la vita umana” costituisce un diritto fondamentale.

È TUTTA COLPA DEI GOVERNI?
Parlare di ambiente e di diritti fondamentali, oggi è d’obbligo. I cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità stanno mettendo a repentaglio il benessere e la sopravvivenza della nostra specie. Per quanto riguarda la deforestazione in Amazzonia, è chiaro quanto questo fenomeno rappresenti l’ennesima pesante aggravante nella già difficile lotta contro il riscaldamento globale.
Tuttavia, parlando di accuse ai governi, è lecito e doveroso a questo punto proseguire la lista dei colpevoli, e parlare quindi della responsabilità della comunità. Tanto è semplice accusare i nostri governi, tanto è arduo additare noi stessi. Percepire i nostri effetti sulla natura è qualcosa di estremamente difficile; eppure, ciò non toglie che è proprio dai gesti quotidiani di ognuno di noi che si generano i problemi e le soluzioni per l’ambiente in cui viviamo. Talvolta, anche, in modo inaspettato. È quanto suggeriscono alcuni ricercatori dell’Università di Torino. Tra questi, al Dipartimento di Economia e Statistica Cognetti de Martiis, troviamo la giovane Maria Giovanna Lahoz, attivista ambientale del gruppo R-Eact.
Come afferma Maria Giovanna, oggi impegnata nel primo studio sull’impronta italiana di deforestazione, «le cause della deforestazione in Amazzonia le conosciamo bene, e sono prima di tutto le coltivazioni di soia e gli allevamenti.
Ma se in Europa la domanda di soia, che è utilizzata per lo più come mangime per i bovini, non fosse così alta e se non consumassimo in media, nel nostro continente, circa 80 kg di carne pro capite all’anno, il problema della deforestazione sarebbe sicuramente inferiore. Le foreste colombiane sono messe a rischio anche dalle piantagioni di olio di palma e, in alcune regioni, dall’agricoltura illegale, quindi dalla cocaina. Ancora una volta la domanda che sorge spontanea è “ma questa cocaina poi dove viene consumata?”. Anche in questo caso, a parte il consumo in loco, il grosso del narcotraffico è diretto ai paesi sviluppati, come gli Stati Uniti e l’Europa».
Come ha affermato la Corte Suprema, le cause di deforestazione in Colombia sono innanzitutto “accaparramento di terre (60-65%), coltivazioni illecite (20-22%), attività minerarie illegali (7-8%)”. Ed ecco la preoccupazione del governo per il rafforzamento dei controlli.
È un’epoca, la nostra, fatta di contraddizioni, e anche di sorprese. “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna”. Vale per la soia, per la carne e per la cocaina in viaggio verso l’Occidente. Vale anche per il richiamo all’ordine di tanti, giovani, ambientalisti. In ballo ci sono le responsabilità dei nostri governi; e quelle delle nostre comunità.

“Exercising my ‘reasoned judgment,’ I have no doubt that the right to a climate system capable of sustaining human life is fundamental to a free and ordered society.”

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X