Cinque parole per un programma

È un medico epidemiologo con un trentina d’anni di esperienza nella global health Flavia Bustreo, la candidata italiana alla direzione dell’OMS. Il suo programma si fonda su cinque parole: equità, diritto alla salute, risposta efficace alle emergenze sanitarie, evidenza scientifica e partnership. Micron l’ha intervistata.
Tina Simoniello, 21 Gennaio 2017
Micron
Micron
Giornalista freelance

Tag

«Cinque parole chiave contraddistinguono il mio programma», ovvero equità, diritto alla salute, risposta efficace alle emergenze sanitarie, evidenza scientifica e partnership. Il programma è quello che applicherà Flavia Bustreo, la donna che il Governo italiano lo scorso settembre ha candidato alla guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, se passerà la selezione del prossimo 25 gennaio (quando gli stati membri del consiglio esecutivo OMS porteranno il numero dei candidati dai sei attuali a tre) e poi quella di maggio, quando  potrebbe essere eletta prima donna e primo cittadino italiano direttore dell’OMS.
Il medico epidemiologo Bustreo ha quasi 30 anni di esperienza nella global health, dal 2010 è vicedirettore generale dell’OMS per Salute della famiglia delle donne e dei bambini, un settore che concentra un terzo circa del budget e, più in generale, dell’impegno dell’OMS. È una d’azione Bustreo, con una bella storia d’impegno sul campo: ha lavorato in sud America e in Africa, dall’Argentina allo Zambia. Era con i Beati costruttori di pace a Sarajevo, a Baghdad durante la guerra del Golfo. In Sudan nel 1997 era l’unico medico italiano.
Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, nel corso della presentazione ufficiale della sua candidatura all’Istituto Superiore di Sanità il 12 gennaio scorso, ha definito Bustreo  «una donna di grandi capacità e con una straordinaria esperienza in campo internazionale, che la rendono la candidata ideale per affrontare le nuove complesse sfide che l’Organizzazione Mondiale della Sanità è chiamata a fronteggiare». Walter Ricciardi, presidente dell’ISS, ne ha sottolineato il valore delle strategie sanitarie, ma anche sociali che ha portato avanti finora in Oms. «In passato – ha detto – ci siamo presentati ad appuntamenti come questo con grandi personalità ma che non avevano dietro il “sistema Paese”, ora è diverso».  «Siamo certi», ha aggiunto, «che la sua guida rafforzerebbe la nostra collaborazione e la renderebbe ancora più profonda e incisiva per la tutela della salute collettiva. L’identità di vedute sul valore dell’evidenza in medicina e sull’equità dell’accesso alle cure e ai servizi sanitari rappresentano infatti un presupposto imprescindibile e prezioso per la costruzione e lo sviluppo di strategie comuni nel segno della tutela della salute di tutti e, in particolare, dei più fragili».
Micron ha raggiunto Flavia Bustreo, per parlare con lei delle ragioni che sottostanno al suo programma e delle modalità con cui prevede di applicarlo.

Dottoressa Bustreo, sono cinque i cardini del suo programma: equità, diritto alla salute, risposta alle emergenze sanitarie, evidenza scientifica e partnership. Perché ha scelto proprio quei cinque punti di forza?
«Il diritto alla salute e l’equità nell’accesso ai servizi sono due pilastri necessari a garantire e tutelare la prerogativa alla salute di ogni persona su questo pianeta. Un diritto che in Italia conosciamo molto bene ma che nel resto del mondo è spesso e volentieri sottovalutato. L’OMS deve poi affrontare delle priorità come quella di dare risposte efficaci e tempestive alle emergenze sanitarie. Rinforzare la sorveglianza è fondamentale per non far sì che un’infezione diventi un’emergenza globale, come è successo per Ebola. I ritardi, la scarsa capacità di sorveglianza e l’inefficacia nel coordinamento, hanno fatto perdere del tempo prezioso che avrebbe invece potuto fare la differenza per contenere l’emergenza Ebola. Ecco perché uno dei punti principali del mio programma prevede una sostanziale riforma nella gestione delle emergenze sanitarie. Altro punto da tenere in grandissima considerazione è quello del cambiamento climatico e dell’impatto che questo può avere sulla nostra salute. Bisogna infine focalizzare l’azione dell’OMS sulle fasce di popolazione più vulnerabili, tra queste donne bambini e minori non accompagnati, soprattutto in situazioni fragili e in contesti di immigrazione».

Dal diritto universale alla salute, a come ottenerlo. Il passo non è breve, non lo è quasi mai, per la verità. Ci sono disuguaglianze enormi, rispetto all’accesso alla salute tra stati e negli stati, tra classi sociali, tra uomini e donne, tra popolazione residente e migranti.  Affrontare le disuguaglianze richiede danaro…
«Credo che per l’OMS sia fondamentale concentrarsi sulla copertura sanitaria universale. L’Italia ha davvero molto da dire nel campo della salute pubblica, considerata un diritto per tutti a prescindere da origini, religione, opinioni politiche, status economico e sociale. Questo fattore ha permesso al nostro Paese di vantare uno dei tassi di mortalità materna fra i più bassi del mondo e di essere la nazione più longeva dopo il Giappone. Il solo fatto di avere all’interno della nostra Costituzione il diritto alla salute come diritto fondamentale assicura una copertura sanitaria universale. Questo è importantissimo per evitare che ci siano differenze marcate tra i vari Paesi, ma anche all’interno dei Paesi stessi. Le disuguaglianze nella salute stanno aumentando e la forbice si sta allargando. Le faccio un esempio: a New York i dati disaggregati sulla mortalità materna nelle zone più povere della città risultano analoghi a quelli di Haiti. Forte deve essere anche il concetto del Leaving no-one behind, eliminando le disuguaglianze e sviluppando nuovi metodi di identificazione delle persone più bisognose, in particolare coloro che vivono in povertà, i rifugiati e i migranti, gli adolescenti, le persone costrette a fuggire dalle loro case a causa della guerra o delle crisi, e altri soggetti vulnerabili. L’OMS è chiamata a comprendere meglio i determinanti sociali ed economici della salute in tutti i settori. C’è ancora molto da lavorare in questa direzione.
Per quanto riguarda il tema dei finanziamenti, credo che nel mondo in cui viviamo nessun attore possa raggiungere da solo i risultati a cui aspiriamo. Proprio per questo credo che sia tanto necessario quanto urgente un cambiamento del panorama del finanziamento alla salute. Diventa così prioritario creare una rete più efficace con i ministeri della salute e delle finanze e con gli enti finanziatori come la Banca Mondiale, il Fondo Globale, Gavi e la Global Financing Facility. Bisogna coinvolgere attori pubblici e privati, ma lavorare anche con soggetti non istituzionali come ONG che sono sul campo. In questo ambito la mia esperienza come vicepresidente di GAVI (Global Alliance for Vaccine Immunization, una partnership pubblico-privata che ha lo scopo di accelerare nei Paesi poveri l’accesso ai vaccini, ndr) mi ha fornito spunti interessanti e si possono innescare meccanismi innovativi di advance commitment, con Paesi attori e partner finanziatori».

Cambiamenti climatici e salute. Un binomio ormai chiaro a tutti e un tema urgente. Da dove cominciare per affrontarlo in maniera efficace?
«Anche su questo punto ci sarà del lavoro da fare. Prima di tutto bisogna iniziare a ragionare in maniera differente sul tema dei cambiamenti climatici. Ora si guarda a questo tema solamente nella prospettiva della salute del pianeta, sottovalutando l’impatto che questo ha sulla salute delle persone. È un concetto su cui ho lavorato molto durante la COP21 di Parigi, ma non basta ed è necessaria un’azione urgente su questo fronte. Perché il cambiamento climatico ha ripercussioni importanti anche sulla sicurezza alimentare, sulla qualità dell’aria e dell’acqua. Si registrano 7 milioni di morti all’anno per i danni provocati dall’inquinamento atmosferico che rendono questo problema una priorità. Il cambiamento climatico impatta sulla nostra salute a diversi livelli, con l’innalzamento delle temperature che possono creare siccità e inondazioni, ma anche con l’aumento e la presenza di insetti portatori di infezioni a nuove latitudini e altitudini, come è stato per Zika».

Medicina basata sull’evidenza e maggiore circolazione di “scienza” all’interno della comunità scientifica. Come rafforzare le reti della conoscenza tra addetti ai lavori, ricercatori, medici, ma anche nella popolazione generale?
«Viviamo ormai in un mondo globalizzato dove i social media rivestono un ruolo importante nella comunicazione moderna. Purtroppo però, spesso e volentieri, tramite questi canali si diffondono messaggi scientificamente non corretti. Quello delle vaccinazioni è il caso più lampante. La vaccinazione è il nostro strumento di salute pubblica con i migliori risultati scientificamente provati per sconfiggere e proteggerci contro molte malattie. È importantissimo che tutti i Paesi mantengano una copertura vaccinale elevata e che seguano le linee guida che l’OMS ha creato per l’introduzione di vaccini a protezione dei bambini, delle giovani e anche degli anziani. Tramite i social media spesso viaggiano informazioni che enfatizzano una presunta pericolosità dei vaccini, minacciando la copertura vaccinale e quindi paradossalmente favorendo la reintroduzione di malattie che in passato eravamo riusciti a limitare. Ma è fondamentale informare e sensibilizzare la popolazione sui rischi di non vaccinare i bambini per i propri figli, ma anche per gli altri che così sono più esposti. Noi attori scientifici dobbiamo essere in prima linea per diffondere messaggi chiari che possano indirizzare la comunicazione e fornire le giuste informazioni. I medici devono intervenire con decisione sul territorio affinché non si diffondano messaggi sbagliati. Queste sono tutte cose che farò presente nei miei incontri con le rappresentanze delle Associazioni mediche».

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X