Clima, una questione anche di genere

Gli effetti del cambiamento climatico colpiscono in modo diverso gli individui e le comunità, acuendo le disuguaglianze. Quelle di genere non fanno eccezione, soprattutto in alcune zone: lo spiega un gruppo di ricercatrici in un recente studio apparso su Nature Climate Change.
Marco Boscolo, 26 Novembre 2019
Micron
Foto di eveliendm da Pixabay
Micron
Giornalista scientifico

Il cambiamento climatico non è democratico e i suoi effetti colpiscono in modo molto diverso gli individui e le comunità. Il primo fattore a fare la differenza è la ricchezza: paesi e comunità più ricche hanno più risorse da investire in azioni di mitigazione e gestione degli impatti. Come sottolineano alcuni osservatori, ad esempio delle Nazioni Unite, il cambiamento climatico agisce, quindi, acuendo la disuguaglianza.

Un fattore meno immediato da tenere in considerazione è il genere. Se nei paesi occidentali essere maschio o femmina non fa alcuna differenza di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico, così non sembra essere in alcune zone identificate come hotspot: le donne subiscono maggiormente le difficoltà legate agli impatti locali e ne viene condizionata la loro capacità di prendere decisioni utili per la sopravvivenza. Lo spiega in un recente studio apparso su Nature Climate Change un gruppo di ricercatrici guidato da Arabinda Mishra dell’International Centre for Integrated Mountain Development di Kathmandu in Nepal.

Si tratta di uno studio qualitativo, e per questo non per forza conclusivo ma capace di aprire qualche squarcio conoscitivo, che parte da una considerazione semplice, ma inequivocabile: nelle regioni africane e asiatiche prese in considerazione gli uomini, rispetto alle donne, hanno più spesso la possibilità di lasciare la comunità per cercare lavoro fuori dall’agricoltura di sussistenza. La conseguenza diretta è che una serie di incombenze di gestione famigliare e comunitaria che sarebbe loro toccata ricade sulle spalle delle donne, aggravandone il peso di responsabilità di fronte agli impatti di inondazioni, siccità prolungate e il resto di problemi che il surriscaldamento globale sta riversando sulle comunità agricole più povere.

MINOR BENESSERE E PIÙ RESPONSABILITÀ PER LE DONNE
Le situazioni prese in esame dalle ricercatrici comprendono tre diverse regioni agro-ecologiche: le zone semi-aride, i delta di grandi fiumi e bacini fluviali montani alimentati da ghiacciai in scioglimento. Le comunità esaminate, che comprendono migliaia di persone, vivono soprattutto di agricoltura di sussistenza o per il mercato locale, pesca e allevamento e sono al di fuori del mercato del lavoro salariato. In queste condizioni, anche le rimesse di mariti e figli adulti lontani per lavorare – sia che abbiano emigrato o che si siano spostati all’interno dello stesso paese per lavorare a salario – non sono sufficienti a compensare le   di lavoro e vita che le donne sono costrette a subire. Molte intervistate, per esempio, lamentano la diminuzione del tempo libero da dedicare al divertimento e al riposo, con conseguenze marcate sul benessere personale.

IL FALLIMENTO DELLE ISTITUZIONI
Ma c’è di più. A peggiorare la vita delle donne in queste zone c’è quello che le autrici del paper indicano come un generale fallimento delle istituzioni. Già prima dell’impatto del cambiamento climatico, queste comunità sono ai margini della capacità dei rispettivi governi (nazionali e locali) di intervenire per alleviarne le difficoltà. E la povertà di partenza sembra spesso incanalarsi verso una spirale irreversibile. Lo mette in evidenza, per esempio, una donna che vive in una regione semi-arida. Intervistata dalle ricercatrici, ha raccontato l’estrema difficoltà della sua comunità nel trovare braccianti agricoli che aiutino per il raccolto: con molti degli uomini lontani, quelli che rimangono chiedono prezzi troppo alti. A povertà sembra che si possa aggiungere solo altra povertà.

IL RUOLO CONDIZIONANTE DELLE CULTURE
Un altro fattore che influenza negativamente la condizione delle donne intervistate è il complesso di restrizioni culturali alla loro libertà di azione imposte. Le ricercatrici sottolineano come tutte le diverse culture prese in esame, da quelle delle zone montane dell’India a quelle delle regioni aride africane, prevedono forme di limitazione dell’azione delle donne nel contesto socio-economico. Ma si tratta di restrizioni che, in assenza della maggior parte degli uomini e sotto l’ulteriore stress delle catastrofi climatiche, dovrebbero allentarsi. Purtroppo, però, non si tratta di libertà sufficienti a compensare le condizioni di povertà. O meglio: è vero che le donne si trovano de facto a ricoprire il ruolo decisionale degli uomini, ma la povertà estrema e l’assenza di welfare sono comunque ostacoli che le intervistate non riescono a superare. La conseguenza è che una donna di 35 anni commenta così la condizione in cui si trova la propria comunità: «nonostante i nostri sforzi, qui c’è un alto livello di malnutrizione. Non possiamo permetterci la carne, mangiamo solamente riso e patate. Ma anche così non è sufficiente». La combinazione di povertà e stress ambientale a cui sono esposte si presenta come un ostacolo troppo grande da poter essere superato, aggravando la sensazione di impotenza.

Lo studio di Arabinda Mishra non propone soluzioni: non era questo lo scopo. Indica, invece, come l’indifferenziato insieme dei problemi legati alle conseguenze del cambiamento climatico in atto debba essere analizzato e compreso più in profondità. Come sottolinea il filosofo Timothy Morton, acuto osservatore del dibattito sui temi ambientali ed ecologici, è necessario che superiamo lo shock che ci paralizza di fronte alle questioni che il cambiamento climatico pone all’umanità. Studi come questo, che permettono di capire meglio gli impatti su piccola e media scala, sono essenziali per aggredire l’ammasso informe di problemi che altrimenti rischia, sempre parafrasando Morton, di farci scivolare verso atteggiamenti di rassegnazione. Non se la possono permettere le donne intervistate per questo paper, che nonostante le frustrazioni dei loro sforzi continuano a resistere, e non possiamo permettercelo tutti noi.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X