Climate change e città europee ovvero il bisogno di diventare resilienti

Le città di tutta Europa devono intensificare i loro sforzi di adattamento, se si vuole affrontare le sfide sempre più complesse causate dai cambiamenti climatici, quali inondazioni più estreme o ondate di calore prolungate. Il modo migliore per affrontare queste sfide è quello di assumere un approccio sistemico più ampio.
Tina Simoniello, 14 Luglio 2016
Micron
Micron
Giornalista freelance

Trasformarsi in sistemi resilienti, capaci cioè di resistere, assorbire, adeguarsi, reagire agli effetti di un evento avverso, in tempi utili e in modo efficiente, e di ristabilire un nuovo equilibrio. L’evento avverso a cui ci stiamo riferendo in realtà è un fenomeno: il cambiamento climatico. E i sistemi di cui parliamo sono le città europee. La resilienza al clima che cambia è infatti la sfida che i centri urbani del nostro continente devono affrontare. E non poche sono le città che lo stanno già facendo, per rimanere quello che da secoli sono: centri di innovazione e crescita, motori di sviluppo economico, luoghi di vita e di lavoro accoglienti per chiunque viva dentro e al di là delle mura, qualsiasi sia la sua provenienza, la sua età, la sua condizione. A che punto siamo in questo processo di necessario adattamento al clima, cosa fare, perché e a chi compete fare, c’è un po’ tutto questo nel rapporto dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) pubblicato il 5 luglio scorso dal titolo Urban adaptation to climate change in Europe 2016 — Transforming cities in a changing climate.
Attraverso sei capitoli la relazione EEA sottolinea i vantaggi di investire in misure di prevenzione a lungo termine per migliorare la capacità delle città del continente di adattarsi al clima, e fornisce input utili a governi locali, istituzioni regionali o nazionali per farlo. Perché le città europee – si legge nel rapporto – sono sempre più sensibili alle ricadute negative dei cambiamenti climatici, in particolare agli eventi meteorologici avversi.

ABBRACCIARE IL CAMBIAMENTO. L’ADATTAMENTO INCREMENTALE
Il cambiamento climatico è un fenomeno che va letto, interpretato e affrontato in maniera sistemica perché interagisce, in modo complesso, con lunga una serie di elementi di per se stessi complessi: fattori socio-economici, geopolitici, conflitti, crisi economiche, fenomeni di segregazione sociale, urbanizzazione, migrazione (anche interna).
Per Eurostat in Europa la popolazione urbana continua a crescere, mentre il numero di persone che dimora abitualmente in molte zone rurali è in diminuzione.
In un sistema complesso di relazioni, come quello tra il clima e tutto il resto (è il caso di dirlo), è chiaro che le soluzioni per adattare le città e prepararle a gestire rischi futuri devono prevedere sia risposte immediate a fenomeni estremi, ovvero soluzioni che affrontano il danno contemporaneamente al suo verificarsi e recuperano, efficacemente e immediatamente dopo che si il danno si è verificato, sia prevedere che il danno si verifichi pianificando soluzioni di adattamento incrementale. Un concetto, quello dell’adattamento incrementale, che semplificando consiste nelle misure da adottare nel tempo, per aumentare via via la capacità delle città di mantenere bassi i livelli di rischio, insomma la loro resilienza. Solo la combinazione di queste soluzioni può dare risposte adeguate e consentire alle città di abbracciare – leggiamo proprio così sul documento – il cambiamento.

A SPASSO PER VÁC
Un esempio tra i tanti che riassume quanto appena detto è Vác. Nel 2002 e nel 2013 questa città ungherese di circa 500 mila abitanti che sorge sulle rive del Danubio proprio dove il fiume fa un ansa, è riuscita con successo a proteggersi dalle inondazioni utilizzando sacchi di sabbia. Ma ha stabilito anche un piano per l’utilizzo di dighe mobili. Il che naturalmente ha richiesto una visione più ampia del problema che ha implicato cambiamenti strutturali e richiesto la cooperazione con altri centri urbani limitrofi. La seconda delle inondazioni, quella di tre anni fa, è stata a Vàc più intensa della prima. Questa osservazione rimanda a un’altra riflessione, che non riguarda solo il Danubio o la città ungherese, ovvero come rendere le città resilienti sul lungo periodo. L’approccio al ri-disegno delle città deve cioè avere una prospettiva sistemica in senso globale. 

CENTO CITTÀ RESILIENTI NON POSSON BASTARE
Secondo il rapporto EEA, un centinaio città, tra cui Copenhagen, Rotterdam, Barcellona, e anche la nostra ​​Bologna hanno già messo in atto piani di adattamento al clima. Bologna ha avviato da qualche tempo BLUE AP che sta per Bologna Local Urban Environment Adaptation Plan for a Resilient City.
Quello di Bologna può servire come esempio pratico e a noi vicino, di cosa si intende per trasforming e resilient cities. Tra le azioni previste a Bologna c’è quella di inserire nel Regolamento urbanistico edilizio misure per implementare l’efficienza energetica degli edifici, e quella di incentivare partnership pubblico/private informando imprese e cittadini sulle possibilità di stipulare assicurazione ad hoc per i rischi derivanti da eventi climatici estremi. C’è la stesura di linee guida per migliorare la capacità di funzionamento delle infrastrutture a rischio in previsione di eventi meteo estremi. C’è l’idea di ripavimentare aree asfaltate con coperture che migliorino il drenaggio delle acque piovane, limitando il deflusso nella rete fognaria e diminuendo il rischio di allagamenti. Di realizzare sistemi di raccolta delle acque piovane che può essere una risorsa se impiegata per usi come lo scarico dei servizi igienici o l’irrigazione di aree verdi. Ma c’è anche la promozione dei cosiddetti tetti verdi: che poi significa invitare la cittadinanza a quella semplice usanza molto diffusa qualche tempo fa di mettere in balcone, in terrazza,  sui tetti delle piante, che contrastano la concentrazione in atmosfera di CO2, di particolato, e ombreggiano gli edifici.

Urbanisti, amministratori, tecnici e cittadini. Nelle città resilienti d’Europa c’è da fare per tutti.

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