Climate change e salute: passare dalle parole ai fatti

Minaccia o opportunità? Se pensiamo a come definire il cambiamento climatico, il primo termine ci sembrerà sicuramente più adeguato, ma a volte cambiare prospettiva può far nascere delle sorprese. Uno speciale pubblicato da PLOS Medicine ci fa riflettere sul rapporto tra clima e salute globale, facendo il punto sugli ultimi studi e puntando sul fatto che è ora di passare dalla teoria alla pratica.
Micron
Micron
Giornalista Scientifica

Minaccia o opportunità? Se pensiamo a come definire il cambiamento climatico, il primo termine ci sembrerà sicuramente più adeguato, ma a volte cambiare prospettiva può far nascere delle sorprese. È quello che avviene leggendo un lungo speciale dedicato dalla rivista PLOS Medicine al tema dei rapporti tra la salute globale e il cambiamento del clima e che ha un titolo significativo: dalla teoria alla pratica.
Lo speciale prende spunto da un compleanno importante: trent’anni fa nasceva l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il gruppo di lavoro che doveva fornire al mondo politico le conoscenze scientifiche su quello che già in quel 1988 si stava profilando come una gatta da pelare per gli anni a venire: il cambiamento climatico. E, in effetti, l’IPCC in questi trent’anni ha realizzato cinque rapportidettagliati sul tema. In ognuno di essi, tranne che nel primo, è presente un capitolo dedicato alla salute: si è capito presto che si trattava di un nodo importante del problema. Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca su quali siano gli effetti sulla salute del cambiamento climatico si è intensificata enormemente fornendo una conoscenza molto più approfondita dei rischi, tanto che oggi si può dire con PLOS Medicine: basta con le parole, passiamo ai fatti. In sostanza, sappiamo ormai molto, ma finora abbiamo fatto poco e niente: è ora di cambiare.
La stessa cosa, più o meno, sosteneva un lungo articolo uscito a febbraio scorso su un’altra importante rivista medica: The Lancet. L’articolo dava conto del primo rapporto stilato da Lancet Countdown, una collaborazione tra 24 istituzioni accademiche e organismi internazionali presenti in ogni continente per mettere fine a “25 anni di inerzia”.
L’organismo è nato in seguito al lavoro svolto nel 2015 dalla Commissione su Salute e cambiamenti climatici voluta dalla stessa Lancet che, nel suo resoconto finale, tirava due conclusioni:
1) il cambiamento climatico prodotto dall’uomo rischia di farci perdere tutto quello che abbiamo guadagnato in salute pubblica negli ultimi 50 anni;
2) la risposta a questo problema può essere vista come la maggiore opportunità che ci presenta il XXI secolo per migliorare la salute in tutto il mondo.

Minaccia e opportunità nello stesso tempo, quindi. Una contraddizione solo apparente. Vediamo perché. Gli ultimi studi dimostrano che la nostra salute è fortemente a rischio a causa del cambiamento del clima. Il pericolo si manifesta in particolare con una maggiore frequenza delle ondate di caldo, con un aumento delle condizioni meteo estreme, con l’aumento dell’inquinamento atmosferico, con una crescita dei casi di alcune malattie infettive e un cambiamento dei loro bacini di diffusione, con l’aggravarsi della malnutrizione, con le migrazioni forzate e i conflitti che sono conseguenza delle peggiorate condizioni di vita di alcuni popoli.
Ma la novità è che la minaccia alla salute della popolazione mondiale si esprime seguendo schemi che fino a qualche tempo fa non immaginavamo. Ad esempio si è visto che il rischio è maggiore per le donne e i bambini, che le ondate di caldo producono picchi più alti di inquinamento da ozono, che le ondate di caldo hanno un effetto negativo sulle capacità cognitive delle persone e che le piogge estreme contribuiscono alla contaminazione dei sistemi fognari nelle città. Mentre l’aumento di anidride carbonica induce la crescita di piante che presentano un deficit nutrizionale in zinco e ferro. Un deficit che, secondo le ultime stime, causerà nel mondo la perdita di oltre un milione di anni di vita in buona salute (DALYs –disability-adjusted life years) dovuta a disabilità o morte prematura entro il 2050.
Contemporaneamente, però, sappiamo che le azioni che devono essere intraprese per affrontare il problema del riscaldamento globale sono anche la più grande opportunità che ci si presenta in questo secolo per migliorare la salute degli abitanti di questo pianeta.
Consideriamo infatti questi due elementi: l’Organizzazione mondiale della sanità stima che ogni anno ci siano 7 milioni di morti premature nel mondo a causa dell’inquinamento dell’aria che è un problema strettamente legato all’immissione di gas serra nell’atmosfera. Inoltre, obesità e malattie croniche sono in aumento in tutto il mondo e si calcola che altre 5,3 milioni di morti premature ogni anno siano da attribuire agli stili di vita sedentari che sono dovuti soprattutto all’uso eccessivo di quei mezzi di trasporto che sfruttano i combustibili fossili. Insomma, un circolo vizioso. Che però potrebbe trasformarsi in un circolo virtuoso.
L’energia pulita, dice l’editoriale che accompagna lo speciale su PLOS medicine, può avere un effetto sul clima e contemporaneamente salvare quelle vite minacciate dall’inquinamento atmosferico. Inoltre, l’incidenza di obesità, diabete, malattie cardiovascolari e cancro, che sono almeno in parte correlate all’inattività, potrebbe essere ridotta dal passaggio all’utilizzo di trasporti a basse emissioni di carbonio, in pratica se invece di prendere l’auto anche per andare a comperare il pane utilizzassimo di più i piedi o la bicicletta. Un esempio? Un articolo pubblicato sul numero speciale della rivista presenta un modello applicato all’Inghilterra secondo cui se la popolazione inglese che va regolarmente in bicicletta passasse da meno del 5% del totale, come è oggi, al 25%, si otterrebbe un 2% di riduzione delle emissioni di gas serra per passeggero, ma anche una percentuale simile di riduzione degli anni di vita persi per morte prematura legata principalmente alla maggiore attività fisica.
Si calcola che i benefici per la salute dovuti solo all’aria più pulita potrebbero superare di molto i costi di investimento per le tecnologie in grado di fornire energie pulite, questo produrrebbe incentivi economici addizionali per le attività di mitigazione, ovvero per abbattere le emissioni. Ecco quello che chiamavamo un circolo virtuoso.
Ora, però, c’è il fatto che se anche mettessimo in atto le strategie vincenti per abbattere le emissioni di gas serra, sappiamo che l’inerzia del sistema clima sulla Terra farà sì che le conseguenze ci saranno comunque. Quindi insieme al lavoro di mitigazione bisogna pensare a quello di adattamento: come prepararsi a un cambiamento che sarà inevitabile, benché più o meno pronunciato? Il fatto è che se la mitigazione è un problema globale, l’adattamento è una necessità locale.
Gli abitanti delle piccole isole non avranno gli stessi problemi di quelli dell’entroterra continentale, per dire. Ma anche sull’adattamento ci sono molti studi e PLOS medicine ne riporta alcuni recenti. Ad esempio si è visto che in Spagna, a fronte di un aumento del numero di ondate di caldo, la mortalità diminuisce. Un risultato frutto di comportamenti più “adattivi” della popolazione? È probabile, ma tra i comportamenti adattivi ce ne potrebbero essere alcuni che hanno un risvolto negativo, come usare di più l’aria condizionata. Uno studio americano dimostra infatti che se l’aria condizionata utilizza energia prodotta da combustibili fossili, produrrà più malattie e più morti. Inoltre, bisognerà vigilare perché si è visto che un’economia a bassa emissione di carbonio potrebbe essere svantaggiosa per alcune popolazioni molto più che per altre.
Insomma la cosa è complessa, proprio come il clima. Quello che è certo è che in molti si sono accorti che il binomio clima-salute sarà centrale nei prossimi anni, tanto che stanno nascendo nuove coalizioni come il Global Climate and Health Alliance, il Medical Society Consortium on Climate and Health, il Global Green and Healthy Hospitals (un network di Health Care Without Harm). E arrivano anche nuovi finanziamenti come quelli di Our Planet our Health programma della fondazione inglese Wellcome Trust.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X