Come il cambiamento climatico guiderà le estinzioni

Il cambiamento climatico ha già colpito, secondo il rapporto IPBES del 2019, l’habitat del 47% dei mammiferi (esclusi i pipistrelli) e del 23% degli uccelli. Con l’aumento della temperatura media, moltissime specie di piante e animali saranno messe in pericolo, trovandosi di colpo a dover fronteggiare un clima diverso da quello a cui erano adattati da migliaia o milioni di anni. Quello che non sappiamo ancora di preciso è come e quanto questo contribuirà alla loro estinzione, quali specie saranno più o meno vulnerabili, quali strategie potranno usare per sopravvivere.
Massimo Sandal, 09 Aprile 2020
Micron
Photo by Sandy Millar on Unsplash
Micron
Biologo e giornalista scientifico

La crisi ecologica che stiamo vivendo ha molte origini e molti volti, ma quello che preoccupa di più noi esseri umani è quella climatica dovuta al riscaldamento medio globale. Perché mette a rischio il nostro habitat: allagando le regioni costiere, riducendo la produzione agricola e la disponibilità di acqua in molte regioni del mondo, per esempio. Eppure, siamo noi a essere particolarmente vulnerabili: il cambiamento climatico infatti al momento ha un ruolo importante ma non dominante nell’andamento della Sesta Estinzione, rispetto ad esempio allo sfruttamento del suolo per agricoltura e allevamento.

Questa situazione però sta evolvendo rapidamente. Il cambiamento climatico ha già colpito, secondo il rapporto IPBES del 2019, l’habitat del 47% dei mammiferi (esclusi i pipistrelli) e del 23% degli uccelli. Con l’aumento della temperatura media, moltissime specie di piante e animali saranno messe in pericolo, trovandosi di colpo a dover fronteggiare un clima diverso da quello a cui erano adattati da migliaia o milioni di anni. Quello che non sappiamo ancora di preciso è come e quanto questo contribuirà alla loro estinzione, quali specie saranno più o meno vulnerabili, quali strategie potranno usare per sopravvivere.

A questa domanda cerca di rispondere uno studio di Cristian Román-Palacios e John J. Wiens, dell’Università dell’Arizona, pubblicato a febbraio da Proceedings of the National Academy of Science of USA. L’idea di fondo è semplice: se non abbiamo la sfera di cristallo per prevedere il futuro, possiamo però registrare cosa è successo alle specie che hanno già sofferto o si sono scomparse da una specifica località a causa del cambiamento del clima di quel luogo. Recuperando dati da numerosi studi precedenti che analizzano il rapporto tra clima e scomparsa di popolazioni animali o vegetali, i due ricercatori hanno sommato dati su un totale di 581 siti geografici e 538 specie. Hanno poi recuperato in dettaglio i dati climatici delle località di interesse per identificare i fattori di rischio, confrontando come è cambiato il clima dove le specie hanno sofferto di più e di meno.

Ne deriva che il principale pericolo non sarebbe l’aumento della temperatura media in una località, ma l’aumento delle temperature massime annuali. In generale, scrivono i ricercatori, “le estinzioni accadono nelle località con cambiamenti maggiori delle temperature massime annuali ma cambiamenti minori delle temperature medie”. Questo perché, proseguono, sembra che i climi locali possano reagire in due modi al riscaldamento globale: o aumentando la propria temperatura uniformemente durante tutto l’anno, o mantenendo circa la stessa temperatura media ma accentuando gli estremi. È quest’ultimo il fenomeno che mette a rischio specie animali e vegetali. Probabilmente è più facile adattarsi a un leggero intiepidirsi generale rispetto a picchi insostenibili di caldo durante un breve periodo. L’altro fattore, seppure meno importante, sembra essere la siccità: i siti più pericolosi per le specie sono anche quelli dove le piogge diminuiscono.

La domanda successiva è: come e quanto le specie sopravviveranno all’ulteriore cambiamento futuro del clima? Delle 538 specie analizzate, la maggior parte a prima vista sembra in gran parte condannate all’estinzione. Entro cinquant’anni da oggi infatti, secondo i due ricercatori, le temperature massime raggiunte durante l’anno saranno – in teoria – insostenibili per il 78-86% di queste specie. Questa però è una stima pessimista, perché ci sono due modi in cui una specie può reagire al mutamento del proprio clima. La prima è la dispersione, ovvero spostandosi in una regione dove il clima è nuovamente adatto. Per esempio, una specie di montagna può spostarsi a un’altitudine superiore per sfuggire all’aumento di temperatura. La seconda è il niche shift, cambiamento di nicchia: ovvero riuscire a sopravvivere in una nicchia ecologica diversa rispetto a quella attuale: evolvendo rapidamente tolleranza a un clima differente, o sfruttando nuove risorse (ad esempio, nuove fonti di cibo) se quelle precedenti scompaiono.

Considerando sia il cambiamento di nicchia sia la dispersione, le specie in serio pericolo scendono al 15-30%. Lo studio suggerisce che delle due strategie il cambiamento di nicchia sia la più importante per sfuggire all’estinzione da riscaldamento globale. Un risultato estremamente utile se confermato, perché finora molte stime dell’impatto ambientale della crisi climatica tenevano invece conto solo della dispersione.

Come molti studi di questo tipo, ci sono dei limiti. Il campione di specie analizzato è dominato da piante, insetti e uccelli, e quindi non è rappresentativo delle specie marine o di altre categorie tassonomiche. In secondo luogo, prende in esame quasi esclusivamente specie che vivono in altura. Ci sono comunque due lezioni importanti suggerite dal lavoro di Román-Palacios e Wiens e che sarebbe interessante veder confermate in futuro. La prima è che riscaldamento globale non significa tanto un mondo leggermente più caldo, ma un mondo con più eventi estremi, e saranno questi la vera minaccia esistenziale tanto per noi che per le altre specie. Anche noi infatti, come suggerivano previsioni pubblicate nel 2017, saremo soggetti a ondate di caldo estreme che metteranno in pericolo la nostra sopravvivenza in molte parti del globo. La seconda è che la vera chiave per la sopravvivenza delle specie è nella loro flessibilità e capacità di adattamento. Comprendere i meccanismi alla base di questa plasticità potrebbe essere fondamentale per guidare i nostri sforzi futuri di conservazione della biosfera.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

tre × uno =

    X