Come parlare della carne sintetica?

Il consumo di carne, per il pianeta, rappresenta un problema dal punto di vista della sostenibilità. In un futuro abbastanza prossimo potremmo essere in grado di produrla in massa direttamente dalle cellule animali, ma la vera domanda è: le persone vorranno mangiarla?
Giulia Negri, 08 Luglio 2019
Micron
Micron
Comunicatrice della scienza

Il consumo di carne, per il pianeta, rappresenta un problema dal punto di vista della sostenibilità. In un futuro abbastanza prossimo potremmo essere in grado di produrla in massa direttamente dalle cellule animali, ma la vera domanda è: le persone vorranno mangiarla? Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Frontiers in Nutrition, molto dipenderà dal modo in cui viene presentata, e questo carica i media di una grande responsabilità. Se infatti si continuerà a parlarne come di un’innovazione high-tech, il rischio è che faccia la fine degli OGM, o che venga vista alla stregua del cibo di Frankenstein.
“La carne artificiale ha il potenziale per ridurre gli oneri etici, ambientali e per la salute pubblica associati con l’allevamento convenzionale”, sostiene Christopher Bryant dell’Università di Bath, primo autore dello studio. In un libero mercato, questo potenziale potrebbe essere raggiunto solo tramite la domanda da parte dei consumatori. Ma, sempre secondo Bryant, “i sondaggi mostrano che l’esitazione verso la carne artificiale è incentrata sulla sua ‘innaturalezza’ percepita, che può portare preoccupazioni sulla sicurezza del cibo. Approfondite ricerche hanno mostrato che la copertura da parte dei media sui cibi OGM ha avuto un significativo impatto negativo sulla percezione di, e sul comportamento verso, questa tecnologia.” Nell’immaginazione delle persone, la carne sintetica lascerà mai il laboratorio? Proprio perché la maggior parte delle persone ha sentito poco o niente di questo argomento, l’autore della ricerca sottolinea come sia il momento cruciale per valutare come l’inquadramento di questa innovazione possa avere un impatto sulla percezione dei consumatori.

Insieme al coautore Courtney Dillard, della Portland State University, Bryant ha valutato come tre diversi modi di inquadrare la carne sintetica influenzassero l’atteggiamento e le intenzioni di un campione di 480 adulti statunitensi, ampiamente rappresentativo per l’intera nazione in termini di età, sesso, distribuzione geografica e dieta (l’88% di loro consuma carne). Le tre alternative erano: a) un’innovazione con benefici per la società, b) uno sviluppo ad elevato contenuto tecnologico, o c) qualcosa di molto simile alla normale carne. “Abbiamo scoperto che quelli che si erano imbattuti nella carne sintetica attraverso l’inquadramento ‘high-tech’ hanno un atteggiamento significativamente più negativo verso il concetto e sono molto meno desiderosi di consumarla”, ha riportato Bryant. Le persone di questo gruppo, basato sulla descrizione b), avevano meno probabilità di ritenere la carne sintetica sicura, sana o ecosostenibile. Si classificavano in media con una probabilità del 14% inferiore rispetto agli altri due gruppi, quando si trattava di volerla provare. Anche prima che gli inquadramenti venissero presentati, le associazioni di parole più comuni con la carne sintetica, per tutti  480 partecipanti, erano “artificiale” e “scienza”. “In modo preoccupante, la carne sintetica vista come sviluppo ‘high-tech’ è stata una delle descrizioni dominanti nella prima copertura mediatica, che frequentemente mostrava foto a ‘tema scientifico’, come della carne all’interno di una piastra Petri in un laboratorio. Questo potrebbe indurre i consumatori a sviluppare un atteggiamento più negativo verso la carne sintetica di quello che potrebbero avere altrimenti.” I risultati sono in linea con quanto trovato anche da altri ricercatori della stessa area: “ci piacerebbe sfuggire dall’etichetta ‘cresciuta in laboratorio’”, ha spiegato Natalie Rubio, ricercatrice della Tufts University, che si occupa di carne sintetica di insetti. “Quando la carne sintetica sarà pronta a partire, non sarà per niente prodotta in un laboratorio, ma in una azienda agroalimentare, come già avviene per le esistenti alternative alla carne o altri cibi.”

Il Good Food Institute, in particolare, ha dimostrato come i consumatori abbiano più probabilità di trovare invitanti termini come “clean meat” (letteralmente “carne pulita”, o, più liberamente, “carne sana”) rispetto a definizioni più tecniche. Il suggerimento dei ricercatori, perciò, è quello di normalizzare non solo il nome, ma anche il concetto stesso: si tratta di carne con lo stesso gusto, gli stessi nutrimenti e gli stessi elementi di base di quella allevata in maniera convenzionale. A breve – si spera – dovrebbe avere anche la stessa consistenza e lo stesso prezzo. Proprio questa “genuinità” è stata presa come punto focale dai media australiani, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti e da noi in Europa.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X