Come rendere le nostre città più verdi

Il verde urbano offre grandi occasioni di riconciliazione tra uomo e natura. È fondamentale però che questi strumenti producano realizzazioni coerenti con una visione degli infiniti mondi presenti nei territori e nelle città. Città più verdi non significa automaticamente sostenibilità all’interno del sistema.
Cristina Da Rold, 26 Novembre 2017
Micron
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Giornalista scientifica

Si fa un gran parlare oggi di città sane, di verde urbano e dei benefici che la sua presenza può portare alla salute della popolazione. Un tema discusso anche durante la recente sesta Conferenza Ministeriale su Ambiente e Salute, che si è tenuta a metà giugno a Ostrava, in Repubblica Ceca, che fa seguito alla Conferenza di Parma del 2010 e che ha riconfermato con la Dichiarazione di Ostrava l’impegno da parte dei ministri di ambiente e salute dei Paesi europei di lavorare insieme per migliorare la sostenibilità delle nostre comunità da tutti i punti di vista. Compreso l’accesso agli spazi verdi delle città.
Città più verdi però non significa automaticamente sostenibilità dell’intero sistema. Non basta piantare alberi o portare piante sui nostri tetti per aiutare l’ambiente: dipende che piante scegliamo, sia da un punto di vista tecnico – dal momento che non tutte le piante hanno la medesima capacità di assorbire per esempio gli agenti inquinanti, o di drenare le acque piovane – ma anche in un’ottica che comprenda il rispetto delle piante stesse e un’attenzione al costo complessivo del mantenimento delle specie verdi. Una prospettiva dunque più ampia di sostenibilità e di conservazione.
«Per secoli scienziati, poeti e filosofi hanno compreso l’importanza della diversità per mantenere ecosistemi sani e stabili. Un habitat diversificato produce equilibrio, consentendo alla biosfera di essere adattabile al cambiamento, nonché bellezza, favorendo l’estrinsecarsi delle migliori qualità dell’uomo. Il verde urbano offre grandi occasioni di riconciliazione tra uomo e natura. È fondamentale però che questi strumenti producano realizzazioni coerenti con una visione degli infiniti mondi presenti nei territori e nelle città diversissime e stratificate e non assurgano a divenire oggetti per la costruzione di una visione unica ed omologata del mondo». A parlare è Patrizia Menegoni, ricercatrice presso l’ENEA – Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile, che da anni studia questi temi da un punto di vista scientifico, cercando di fornire risposte sia sul piano della lotta a fenomeni sempre più diffusi di inquinamento che sul piano della riproduzione di cenosi naturali in una logica di habitat template, approccio che prevede l’inserimento di specie presenti in natura in condizioni analoghe a quelle dell’impianto da realizzare.
Un lavoro di ricerca che – spiega Menegoni – non può prescindere da una stretta collaborazione con le aziende florovivaistiche, che rappresentano oggi il primo punto di accesso del cittadino, ma anche degli architetti e degli urbanisti, all’universo delle scelte vegetali.

PERCHÉ DOBBIAMO SCEGLIERE LE PIANTE GIUSTE
«Le infrastrutture verdi sono strumenti di comprovata efficacia per ottenere benefici ecologici, economici e sociali ricorrendo a soluzioni “naturali”, e possono contribuire in maniera significativa al raggiungimento di molti obiettivi delle principali politiche nazionali e dell’Unione Europea soprattutto negli ambienti urbani, in cui si concentra oltre il 60% della popolazione» spiega Menegoni. Dal punto di vista ecologico infatti, tetti verdi estensivi e intensivi, siepi e giardini in città, boscaglie e viali alberati, oltre che assolvere alla funzione di contenimento del dispendio delle risorse in città sempre più “energivore”, sono in grado di svolgere anche una funzione specifica nel miglioramento della qualità dell’aria. Tetti verdi, siepi e giardini urbani possono influenzare molto positivamente la vita delle persone nelle città, accumulando l’acqua piovana e restituendone una parte all’atmosfera, mitigando le escursioni termiche, filtrando le polveri captando le particelle fini presenti nell’atmosfera, e fornendo nuovi ambienti di vita per altre piante e animali all’interno delle nostre città.
Molto importante poi, specie ora che il riscaldamento globale incombe, è anche il problema delle piogge e di riuscire a limitarne il ruscellamento. «In questo senso progettare tetti verdi prevendendo l’inserimento corretto di specie vegetali è importantissimo – spiega Menegoni – anche per limitare i danni delle copiose ed improvvise piogge che caratterizzano i recenti fenomeni climatici».
C’è poi la questione culturale, non meno importante; la logica del genius loci che tanto stiamo dimenticando. Come scrive Lidia Zitara, autrice del noto blog Giardinaggio Irregolare nel suo libro Giardiniere per diletto, «Il credo che il giardino debba dire qualcosa che vada oltre la cura delle piante (quella dovrebbe essere data per scontata!), che debba suggerire un’argomentazione culturale che parta da se stessa per spingersi al’indietro […] che debba contenere un riflesso della storicità dei luoghi in cui si trova, dei loro caratteri, della loro vocazione culturale».

SPONTANEO È MEGLIO
Una ricetta comune che vada bene per tutte le zone però non esiste, neanche all’interno di un unico Paese. Dobbiamo prima di tutto conoscere l’ambiente in cui viviamo e partire da lì per progettare bene senza sprechi. In questo senso un riferimento importante è la Direttiva 92/43/CEE detta informalmente “Direttiva Habitat” del 1992, che definisce specie ed habitat di interesse conservazionistico fornendo utili suggerimenti per l’individuazione e la selezione di set di specie e modelli per aggregare le piante in consorzi specifici.
«Il nostro gruppo lavora nell’area laziale – continua Menegoni – in particolare in questo momento stiamo studiando i tetti del nostro centro di ricerca in area Casaccia, nei pressi di Roma. Le ghiaie utilizzate come protezione ed il limitato strato di terriccio accumulatosi nel tempo, hanno permesso infatti la colonizzazione da parte di una ricca compagine di specie erbacee mediterranee che sono l’oggetto dei nostri interessi sia sul piano della composizione floristica che per i modelli naturali di successione che si innescano che, infine, per la possibilità di confrontare la capacità di bioaccumulo di metalli pesanti in campioni di popolazioni raccolte in aree molto trafficate (tangenziale, mura Aureliane) ed inquinate nella città di Roma e campioni raccolti nelle stazioni che stiamo studiando nel centro Casaccia in un’area con tassi di inquinamento molto limitati.»
Lo studio, che fa parte di un filone di attività di ricerca del gruppo, prevede l’analisi delle comunità spontanee, con la possibilità di imitare caratteristiche e comportamenti nella progettazione di tetti verdi estensivi in clima mediterraneo nonché la valutazione della loro capacità di contribuire al miglioramento della qualità di vita in città.
«Stiamo studiando le capacità di bioaccumulo di specie vegetali anche in altre comunità, come ad esempio l’asta fluviale del fiume Mignone, nell’alto Lazio, che intercetta aree inquinate da depuratori civili. Abbiamo osservato anche qui che alcune specie spontanee molto comuni sul territorio, sono in grado di accumulare molto bene i metalli pesanti nocivi come ad esempio l’alluminio, limitando il danno lungo la catena alimentare fluviale» prosegue Menegoni.

COSA PIANTARE A MILANO…
La superficie su cui si sviluppa la maggior parte della città del nord Italia come Milano (tranne l’estremo nord), appartiene al climax della farnia, che è caratterizzato da buona disponibilità idrica dovuta alla superficialità della falda. Il riferimento in termini di specie appartenenti ad ambiti boschivi è quello dei Querco-carpineti, fra cui svetta quello che Mauro Corona ne Le voci del Bosco (Mondadori, 1998) chiama “Il duro dei duri”: il carpino bianco (Carpinus betulus) «di carattere testardo, cresce storto, ossuto, inquieto e ramingo. È un solitario e ama fissare l’orizzonte. Non chiede nulla e di nulla ha bisogno». «A esso si accompagna la farnia (Quercus robur) – che per gli antichi romani era simbolo di forza e gloria – e raramente la rovere, albero che fin dall’antichità simboleggiava sacralità e giustizia, e il cerro (Quercus cerris), molto utile per combattere l’erosione del terreno. A questi si associano bene ad esempio Acer campestre, Crataegus monogyna ed Euonymus europaeus. I Querco-carpineti e le boscaglie derivate hanno in comune la fioritura delle numerose neofite di indubbio valore estetico specie in primavera, fra cui specie afferenti ai generi Anemonoides, Convallaria, Corydalis, Erythronium, Galanthus, Leucojum, e Scilla» spiega Menegoni.

E COSA INVECE NELL’AREA MEDITERRANEA
«L’idea di base per la costruzione di tetti verdi per la biodiversità in area mediterranea consiste nel creare mosaici di micro-habitat diversi e contigui tra loro che possano ospitare specie vegetali con caratteristiche morfo-funzionali diverse» spiega ancora Menegoni. «Le possibili specie adatte alle condizioni sui tetti estensivi sono quelle che in natura crescono in condizioni simili: spessore di substrato ridotto e povero di sostanze nutritive, esposizione ai venti, elevata insolazione ed evapotraspirazione, lunghi periodi di aridità. Questo approccio è noto come habitat template o habitat analoghi, in cui ecosistemi analoghi, come pareti rocciose, rupi e ghiaioni, vengono presi a modello per la selezione delle specie vegetali. Il metodo fitosociologico applicato ai tetti verdi mediterranei, prevede l’individuazione di habitat presenti in aree climaticamente simili non solo come riferimento da cui estrapolare le specie, ma come modello per aggregare le piante in consorzi specifici. Inoltre, individuare gli habitat analoghi tra quelli di interesse comunitario (Direttiva 92/43/CEE, Allegato I) come modello per la realizzazione di tetti verdi, è coerente con l’intenzione di implementare la connettività tra le aree di importanza conservazionistica.
Gli habitat della Direttiva 92/43/CEE adatti per questo fine nell’area mediterranea sono anzitutto quelli dei substrati sabbiosi tra cui gli habitat delle dune marittime delle coste mediterranee (dune fisse del litorale e le dune con prati dei Malcolmietalia, dune con prati dei Brachypodietalia e vegetazione annua, e dune con vegetazione di sclerofille dei Cisto-Lavanduletalia) ma anche – continua a raccontarci l’esperta – quelle dei substrati con ghiaia, ciottoli e sabbia tra cui boscaglie termo-mediterranee e pre-desertiche, i ghiaioni del Mediterraneo occidentale e termofili oltre alle pareti rocciose con vegetazione casmofitica. Non ultimi gli habitat dei suoli xerici con garighe e prati aridi tra cuihabitat dei percorsi substeppici di graminacee e piante annue dei Thero-Brachypodietea»

BASTA BEI BALCONI FIORITI CON VITA BREVE
Certo, la maggior parte dei cittadini non può per ovvie ragioni piantare carpini o mirto, ma si deve accontentare di pochi vasi sul balcone. Anche questi però non sono da sottovalutare. Un elemento centrale del florovivaismo urbano è che siamo tutti responsabili nella costruzione di aree verdi più rispettose e ragionate, a partire proprio da noi cittadini che, con l’arrivo della primavera, siamo spinti a riempire i nostri balconcini e i nostri tetti grigi di fiori e arbusti.
Surfinie fucsia, geranei rossi, primule gialle e viola: le fioriere italiane sono piene di piante che durano al massimo un’estate e che richiedono molte cure per rimanere ricche e colorate, e che poi sono destinate a essere sostituite non appena arriva il primo freddo. «Al loro posto sarebbe molto meglio optare per specie erbacee pluriennali come le bellissime lavandule o i convolvoli, od ancora le profumate lonicere e molte altre senza dimenticare l’importanza di acquistare vasellame durevole in modo da produrre meno rifiuti. Va precisato poi che non è vero che esistono delle piante fiorite e altre che non fioriscono: tutte le piante fioriscono, è solo che solitamente desideriamo avere sul balcone i fiori che conosciamo e che troviamo a poco prezzo nei vivai.
Qui è centrale il ruolo delle aziende florovivaistiche – conclude Menegoni – che hanno il compito di produrre in modo responsabile ed informato e che possono fornire un importante contributo nel consigliare i cittadini nell’acquisto. Stiamo per esempio lavorando per la promozione della vendita di quelle che chiamiamo “piante vestite”, l’idea è che ogni pianta possa “viaggiare” con un corredo di informazioni, un racconto di se che la renda interessante, bella,“rispettabile”. Ogni pianta necessita del proprio habitat, e delle cure adatte affinché viva il più possibile senza comportare un eccessivo dispendio di risorse, ed ogni pianta porta con se un patrimonio di ricchezze per aver viaggiato con l’uomo nelle sue opere, nelle sue espressioni artistiche e nei suoi saperi locali. Una dimensione importante, una nuova visione, tutta da realizzare e condividere. Invitiamo dunque la cittadinanza, prima ancora che urbanisti e architetti, a prestare attenzione anche alle piccole scelte e a chiedere più informazioni possibile al proprio florovivaista. Gli spazi verdi urbani sono di tutti e tutti possono dare il proprio contributo».

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