Commercio della fauna selvatica, nuove preoccupanti stime

Una delle cause che sta mettendo a rischio migliaia di specie animali, oltre al restringimento dei loro habitat naturali dovuto all’antropizzazione  e alle modificazioni del clima, è il commercio di animali selvatici. Un nuovo studio, apparso di recente su Science, ha indagato le dimensioni e il peso di questo fenomeno.
Marco Boscolo, 10 Ottobre 2019
Micron
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Giornalista scientifico

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Nel 2008, il WWF utilizzò delle immagini pixellate per una campagna che voleva sensibilizzare sulle specie a rischio di estinzione. Più le immagini perdevano di risoluzione, e venivano cioè pixellate, più alto era il rischio per la specie rappresentata. Recentemente un utente di Imgur, una comunità online di condivisione di immagini, gif e meme, ha approfondito l’approccio. JJSmooth44 ha realizzato 22 nuove immagini pixellate delle specie più a rischio nella lista diffusa da Animal Planet TV: ogni pixel rappresenta un animale, così meno animali rimasti si traduce in meno pixel e, quindi, minor risoluzione. Per esempio, questa è l’immagine del rinoceronte (5 mila pixel):


JJSMOOTH44 / IMGUR

Mentre la tigre del Bengala ha solo 2500 pixel:


JJSMOOTH44 / IMGUR

E per il leopardo dell’Amur, di cui si stimano ancora in vita 60 esemplari, i pixel sono talmente pochi che l’immagine è solamente un insieme di quadrati colorati:


JJSMOOTH44 / IMGUR

L’effetto è di sicuro impatto e dà un’idea qualitativa e quantitativa immediata del problema.

Le cause di questa situazione sono molto varie, ma primariamente bisogna puntare il dito contro il restringimento dei loro habitat naturali a causa dell’antropizzazione della Terra e alle modificazioni del clima che l’uomo sta inducendo. Un nuovo studio, apparso di recente su Science, sottolinea il peso di un’altra causa, anch’essa da imputare all’uomo, che sta mettendo a rischio migliaia di specie animali: il commercio di animali selvatici.

Secondo l’analisi condotta dall’ecologo conservazionista dell’Università della Florida Brett Scheffers e il resto del team, sulle oltre 31.500 analizzate almeno una specie di vertebrati su cinque è oggetto di compravendita sul mercato della fauna selvatica. Si tratta di una stima del 40-60% più alta delle precedenti, che comprende sia gli animali vivi, venduti come animali da compagnia, che quelli che vengono uccisi e poi commerciati impagliati o di cui vengono vendute parti per diversi scopi (corna, avorio, carni, ecc.).

Delle oltre 31.500 specie di uccelli terrestri, mammiferi, anfibi e rettili presi in considerazione, 5.579 sono già sul mercato. Il nuovo studio non si limita a calcolare la quantità di specie animali in pericolo, ma sviluppa un modello in grado di predire quali specie che oggi non sono ancora sul mercato lo diventeranno in futuro. Sono così da aggiungere 3.196 specie che potrebbero presto entrare sul mercato nel caso dovesse calare l’offerta di quelle già commercializzate (per esempio, per l’estinzione), portando a 8.775 il numero di quelle a rischio estinzione a causa della mercificazione.

La percentuale di specie commercializzate rispetto a quelle analizzate non è però omogeneamente distribuita tra le diverse classi. Le specie di uccelli a rischio sono 2.345, pari al 23%, mentre per i mammiferi la percentuale sale al 27%, e scende al 12,4% per i rettili e al 9,4% per gli anfibi. In media il 18% delle specie animali considerate si trova in qualche forma sul mercato mondiale. Un mercato che vale milioni di dollari ma che, secondo gli autori dello studio, deve essere attivamente contrastato perché costituisce uno stress enorme per queste specie, in alcuni casi già minacciate da altri fattori.

Scheffers, intervistato da Mongabay, ha sottolineato come oggi «la conservazione della natura sia spesso reattiva, con le protezioni che vengono adottate quando una specie è in pericolo, ma una specie può non essere una preoccupazione oggi, ma il nostro modello mostra che questo può cambiare rapidamente con il variare della domanda e dell’offerta”. Una situazione in cui sarebbe saggio prevenire anziché curare. Ma, su questo, la palla passa a chi ha il potere di intervenire.

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