Consigli, idee e considerazioni sul dottorato in Regno Unito

Cosa potete aspettarvi da un dottorato in UK? È difficile arrivare alla discussione? Cos’è importante durante il percorso? E soprattutto: cosa offre l’accademia inglese che – forse – non potreste avere in Italia? Sono alcune delle domande che ci siamo posti in quest’ultimo capitolo della nostra guida al dottorato nel Regno Unito.
Stefano Porciello, 08 Ottobre 2018
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Relazioni internazionali e Studi europei

Se trovare un dottorato in Regno Unito non sembra poi così difficile, un’altra storia è riuscire a portarlo a termine. Se è vero che alla UCL più dell’80% dei dottorandi completa il suo percorso, questo vuol dire anche che circa 1 su 5 non arriverà mai alla discussione. Nelle nostre ricerche, non siamo riusciti a trovare dei dati aggiornati e completi sul tasso di abbandono dei dottorandi in Gran Bretagna, ma uno studio del 2012 stimava che solo 7 studenti su 10 – tra gli iscritti a programmi di ricerca post-laurea – sarebbero arrivati a ottenere il titolo in un tempo ragionevole. Questi dati sono più rassicuranti per quanto riguarda i Ph.D. finanziati dai Research Council inglesi: gli ultimi dati dicono che il 77% dei dottorandi finanziati dall’Economic and Social R.C. riesce a completare il suo percorso, proporzione che sale fino al 98% di chi viene sostenuto dal Medical R.C.
Sulle pagine del The Guardian, Daniel K. Sokol ha scritto alcune raccomandazioni su cosa ciascuno di noi dovrebbe tenere in considerazione prima di lanciarsi in un Ph.D.: secondo lui, la scelta dell’argomento di tesi e del supervisor sono gli aspetti in assoluto più importanti. Idee condivise anche dai dottorandi che abbiamo intervistato: «So di persone che non si sono trovate bene e il fallimento del dottorato secondo me è da attribuire principalmente al rapporto professore-studente», racconta Michele Mak, che a Cambridge sta svolgendo un Ph.D. in ingegneria. E aggiunge: «Il colloquio [di selezione] avviene in realtà in entrambi i sensi: non sei solamente tu ad essere valutato, ma sei tu, allo stesso tempo, a valutare il professore. Quindi [consiglio di] parlare col potenziale supervisor, cercare di capire qual è il suo approccio, il suo atteggiamento, e se possibile di parlare con degli studenti che hanno lavorato con lui in passato». E anche Francesca Troiani, che è una dottoranda in fisica all’Imperial College, avverte: è il caso di «Informarsi molto bene sul gruppo in cui volete andare a fare ricerca e capire se potreste trovarvi bene con loro. Perché comunque la vita accademica non è facile: è estremamente stressante e non riesci mai a staccare veramente la spina. Quindi anche se torni a casa alle 7 la sera, al 90% stai ancora pensando a quello che stavi facendo», dice.

COSA VI ASPETTA NEGLI ANNI DI Ph.D.?
Nei tre o quattro anni in cui sarete impegnati nel percorso di dottorato, dovrete studiare molto e lavorare sodo, incontrare il vostro supervisor con una certa frequenza e sostenere alcuni esami che vi permetteranno arrivare a discutere la tesi. Tra le cose più interessanti, comunque, le università inglesi offrono spesso dei corsi specifici per sviluppare le cosiddette soft skills, cioè tutte quelle capacità di cui un ricercatore avrà bisogno durante la sua carriera. «Come presentare un argomento di ricerca a un’audience, come organizzare una presentazione o un poster, come affrontare un colloquio. Tutte quelle cose che non riguardano l’aspetto scientifico [del dottorato]», racconta Michele Mak. Sono capacità fondamentali per partecipare a una conferenza o per scrivere un articolo scientifico, ma che possono essere facilmente riutilizzate se doveste decidere di lasciare l’accademia e intraprendere un’altra carriera.
Le università del Regno Unito attraggono tanti studenti stranieri e non solo, se sarete scelti, avrete la possibilità di lavorare in inglese e di fare un’esperienza fuori dal comune: sarete anche inseriti, moto probabilmente, in un ambiente davvero internazionale. «Il fatto di per sé che ci siano persone che vengono da molti Paesi diversi dà qualcosa di più a un gruppo. Quindi il fatto di trovarti a lavorare con persone italiane, francesi, americane, polacche, giapponesi, cinesi, comunque fa in modo che la cultura all’interno del gruppo, anche proprio il modo di approcciarsi alle cose, sia diverso [rispetto a] un ambiente in cui tutti vengono dallo stesso Paese», dice Francesca Troiani, secondo la quale questa è la principale differenza rispetto al dottorato italiano.
Tra le altre attività connesse con il vostro Ph.D., vi potrebbe essere chiesto anche di insegnare. Come spesso avviene, università e dipartimenti si organizzano abbastanza autonomamente al riguardo e dovreste controllare se siete tenuti a fare lezione nel momento in cui riceverete la vostra offerta. In alcuni casi potreste anche essere pagati in funzione delle ore spese a fare teaching. Come ha scritto Desiree Arbo parlando della sua esperienza su Phd Life, un blog dell’università di Warwick, «se state pensando ad una carriera nel mondo accademico, acquisire esperienza nell’insegnamento arricchirà sicuramente il vostro CV». E se non aspirate a diventare professori, insegnare sarà sicuramente d’aiuto per migliorare la vostra comunicazione, organizzazione e creatività.

QUALI ESAMI DOVRETE SUPERARE?
La frequenza obbligatoria di corsi accademici dipende dal regolamento interno dell’università o del dipartimento in cui farete il vostro dottorato. È possibile che dobbiate sostenere veri e propri esami universitari, ma in generale i dottorati inglesi sono più simili a quelli italiani che non a quelli statunitensi, in cui sono previsti un paio d’anni di corsi.
Dovrete invece stare molto attenti alle revisioni del vostro lavoro che avverranno durante il percorso di ricerca: ce ne saranno almeno due, e in entrambe dovrete dimostrare che il vostro progetto sta progredendo nella direzione sperata. «Il primo esame viene fatto dopo 9 mesi che è iniziato il dottorato», racconta Francesca Troiani parlando del suo Ph.D. all’Imperial College. «Si chiama “Early stage assessment”. Sostanzialmente devi scrivere un report […] Il tuo esaminatore legge il tuo report, c’è una discussione e si cerca di capire se sei effettivamente “materiale da dottorato”». «Il secondo esame è tra i 18 e i 24 mesi», continua Francesca. Si tratta dell’«esame più importante, nel senso che […] la direzione dovresti averla già decisa e l’idea è capire se sei sulla strada giusta per poter arrivare a finire il tuo dottorato in tempo», dice. Se tutto va bene passerete entrambe le revisioni, ma se invece il vostro lavoro non sta procedendo come dovrebbe, «ti può essere chiesto di rifare l’esame perché magari c’è qualcosa che preferiscono tu approfondisca meglio, oppure ti può essere chiesto di andartene e lasciare tutto», racconta Francesca. «Ufficialmente vieni eliminato dal dottorato e non ti è permesso proseguire» ci spiega Michele Mak: «Di fatto – da quello che ho capito – si cerca di “salvare il salvabile” e quindi, se possibile, questi uno o due anni di ricerca vengono considerati per un master. Quindi ti viene dato forse un Master di ricerca o un Master in Philosophy, qualcosa del genere», dice. Non è il caso di spaventarsi, comunque: essere esclusi da un programma di dottorato sembra essere abbastanza inusuale.
Se volete approfondire, vi consigliamo di consultare questa pagina, dove potete leggere com’è organizzata al riguardo la Staffordshire University.

E DOPO IL DOTTORATO?
Come abbiamo scritto, non è chiaro cosa succederà dopo la Brexit. In ogni caso, per qualche anno la situazione non dovrebbe cambiare radicalmente e le opportunità per restare a far ricerca in Regno Unito sono molte. «Ci sono tutta una serie di schemi, organizzati soprattutto dal governo» spiega Michele Mak: «Quindi dai Research Councils, simili al Consiglio Nazionale delle Ricerche in Italia, oppure da enti come la Royal Society, o la Royal Academy of Engineering, […] che lanciano degli schemi a concorso chiamati fellowship. Ai vincitori viene finanziata la proposta di ricerca da 1 a 3 a 5 anni all’interno di un ateneo. Sono ottime opportunità, […] perché si riesce a stabilire il proprio argomento di ricerca in giovane età, appena finito il dottorato», racconta.
Nelle università inglesi gli incarichi vengono spesso affidati attraverso contratti a termine, ed è abbastanza difficile assicurarsi in breve tempo una posizione a tempo indeterminato. Come spesso avviene, tuttavia, durante il vostro dottorato potreste cambiare idea, scoprire che la ricerca non è la vostra vocazione, o non riuscire ad ottenere il posto che desiderate. In questo caso, avere delle alternative non è necessariamente un male: si può fare ricerca anche nel settore privato, o cambiare radicalmente strada.
«Devo dire che Cambridge ha un ottimo ufficio di career service, dedicato ad aiutare gli studenti a trovare lavoro, e alcune persone si occupano proprio di dottorandi nello specifico», racconta Michele, che col tempo si è reso conto dell’esistenza di moltissime opportunità al di fuori del mondo universitario. «Fare – non so – da editor per le riviste che pubblicano articoli scientifici, o occuparsi di brevetti. Ci sono tutta una serie di servizi connessi al mondo della scienza e dell’innovazione che hanno bisogno di persone che comunque ricerca l’hanno fatta, l’hanno vista», dice. «Altre alternative possono essere occuparsi di investment banking, o fare management consulting: tutte queste aziende in realtà non fanno ricerca, però hanno bisogno di persone con determinate capacità analitiche e di problem-solving, che abbiano quantitative skills, quindi che vengano dalla scienza, dall’ingegneria, e che siano capaci di analizzare dati per business», racconta. Si tratta di carriere che all’inizio di un dottorato si conoscono poco, ma che dopo tre o quattro anni di ricerca possono trasformarsi in vere e proprie opportunità.

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