Contadini e genetisti uniti per nutrire il pianeta

Tradizione e scienza unite per creare il grano migliore. Gli agricoltori mettono la loro antica sapienza al servizio dei genetisti per aiutarli a identificare nel DNA i fattori chiave per sviluppare nuove qualità di grano, sempre più produttive e resistenti al clima che cambia. Accade in Africa, dove contadini degli altopiani etiopi hanno dato vita a una collaborazione scientifica con l'Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, l'organizzazione internazionale Bioversity International, l'Università di Bologna e varie istituzioni di ricerca del paese africano.
Marco Boscolo, 20 Settembre 2017
Micron
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Giornalista scientifico

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Trenta uomini e trenta donne, senza una preparazione scientifica specifica, alcuni anche sacerdoti: sono i membri di due comunità rurali etiopi diventati co-autori di un recente studio scientifico sulla selezione delle varietà di grano duro locale pubblicato su Scientific Reports, il giornale open access del gruppo di Nature. È il riconoscimento dell’importanza delle loro conoscenze tradizionali nel processo di selezione alla ricerca di varietà che siano più capaci di sopportare le conseguenze dei cambiamenti climatici e possano garantire la sicurezza alimentare della regione.
“Non mi risulta che sia mai successo per un paper scientifico, magari è successo in alcuni studi più di tipo antropologico, ma non in riviste di questo tipo. Di solito i contadini vengono messi nei ringraziamenti, ma non vengono indicati come autore”. Lo sottolinea Carlo Fadda, uno degli ideatori della ricerca e direttore dell’ufficio di Addis Abeba di Bioversity International, un’organizzazione internazionale affiliata a CGIAR che si occupa principalmente di studiare e promuovere l’agrobiodiversità in ottica di sicurezza e sovranità alimentare. Fadda e Bioversity lavorano da anni con le comunità rurali etiopi all’interno di un’iniziativa chiamata Seeds for Needs che si propone proprio di integrare le conoscenze accademiche con quelle tradizionali in campo agricolo.
I sessanta “autori” dei distretti di Hagreselam e Meket che hanno partecipato allo studio sono piccoli agricoltori, che spesso praticano un’agricoltura di sussistenza e non comperano le sementi moderne presenti sul mercato, ma utilizzano le varietà locali e tradizionali che si scambiano tra loro. Non si tratta solamente di una questione economica – per evitare il costo delle sementi industriali – ma una scelta dettata dal fatto che i terreni che coltivano sono profondamente diversi da quelli dell’agroindustria.
Sono appezzamenti spesso in cosiddette zone marginali, dove le sementi commerciali non rendono bene e dove invece varietà tradizionali, adattate alle condizioni locali in anni di selezioni garantiscono raccolti più soddisfacenti. “Solitamente il miglioramento genetico si occupa di aumentare la resa, mentre i contadini, che pure la apprezzano, hanno bisogno di grano che sia adatto alle condizioni locali. Quindi, per esempio, considerano molto importante la precocità, perché permette di ridurre il rischio legato a una siccità tardiva”, spiega Matteo Dell’Acqua, ricercatore in genetica che lavora all’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa con Mario Enrico Pè, uno degli altri ideatori dello studio.
Nel paper in esame, 400 varietà di grano duro, una delle colture fondamentali in Etiopia, sono state individuate nelle collezioni dell’Ethiopian Biodiversity Institute, la banca del seme nazionale di Addis Abeba, in modo che rappresentassero la variabilità genetica del grano etiope. “L’idea era di rendere disponibile ai contadini una vasta collezione di diversità da cui poter selezionare le caratteristiche preferite”, continua Dell’Acqua. “I caratteri che i contadini selezionano non si sovrappongono completamente ai caratteri che un agronomo misura. Esiste una “conoscenza tradizionale” che fa sí che i contadini scelgano varietà sulla base di una combinazione di caratteri fenotipici che difficilmente si possono ottenere numericamente, ovvero con misurazioni classiche”.
Ovvero, i contadini e gli agronomi selezionano in modo diverso, perché non del tutto coincidenti sono le esigenze che li guidano.
C’è comunque un grado di sovrapposizione, poiché a entrambi i gruppi interessano varietà resistenti alle malattie, con un’alta resa, precoci, che non tendano ad allettare. Ma “quello che un breeder non considererebbe è, per esempio la biomassa, che per un contadino invece è importante come foraggio”, aggiunge Carlo Fadda.
Si tratta di aspetti che derivano dall’esperienza diretta di coltivatori che attraverso questo tipo di selezione partecipativa entrano direttamente nel patrimonio di tratti e caratteristiche che possono aiutare a migliorare la produzione agricola delle comunità rurali. Dalle 400 varietà iniziali, e dopo le analisi e le scelte sia degli agronomi che degli agricoltori, i ricercatori hanno prodotto una lista di ventuno varietà che presentano le caratteristiche migliori per i climi della regione. Ora sono state distribuite a 900 famiglie in 24 villaggi per procedere a una seconda fase di test direttamente nelle reali condizioni per cui sono state selezionate.
Il coinvolgimento degli agricoltori nelle fasi di ricerca, come avvenuto in Etiopia, non è una novità assoluta, ma non era mai stato così esplicito e riconosciuto formalmente. Come sottolinea Matteo Dell’Acqua, “dischiude nuove prospettive sull’uso degli strumenti genomici per sfruttare quantitativamente la conoscenza tradizionale”, con i contadini che giocano un ruolo determinante. Carlo Fadda, pur lavorando da anni su progetti di questo tipo, è rimasto sorpreso dalle profonde conoscenze dei contadini: “sembra che siano in grado di vedere mille più cose, come si evince dal numero di marcatori molecolari associati alla loro conoscenza”.

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