Da Bucarest a Perugia indagando la materia oscura

Ad intervistare Maria, fisica sperimentale dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Perugia, si resta affascinati: gli esperimenti e le ricerche alle quali lavora sono di quelle che contribuiscono a compiere i piccoli passi in avanti dell’umanità nella spiegazione dell’universo.
Stefano Porciello, 22 Settembre 2016
Micron
Micron
Relazioni internazionali e Studi europei

Mi capita spesso. Apro un giornale, o un link su Facebook, e leggo di una nuova scoperta sull’antimateria. Leggo articoli sulle ultime ricerche che riguardano le particelle elementari, o le attività a bordo della ISS, la Stazione Spaziale Internazionale, e magari non capisco i dettagli, afferro solo i concetti più grossolani, grazie a quelle nozioni di fisica imparate sui banchi del liceo. Ma la sensazione che provo è potente: ho l’impressione che l’umanità abbia fatto un altro piccolo passo in avanti nella spiegazione dell’universo, e so che anche se io non posso capire esattamente cosa sia stato scoperto, qualcuno l’ha fatto al posto mio.
Per questo, intervistando Maria Ionica, fisica sperimentale dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Perugia, resto affascinato dal racconto di una vita che non solo ha contribuito a rendere possibili queste scoperte, ma che è stata scandita, e a volte modellata, dagli esperimenti.
Maria Ionica ha 46 anni, ed è romena. È arrivata a Perugia nel 1994 attraverso un dottorato in co-tutela e da allora, insieme ai suoi colleghi, costruisce e sviluppa rilevatori al silicio, cioè strumenti in grado di raccogliere dati sulle particelle che li attraversano. «Sono una fisica sperimentale – mi spiega Maria – e appunto per questo sono anche un tecnologo, perché la mia attività è praticamente legata allo sviluppo dei rilevatori. Lavoro nel laboratorio, in camera bianca: li costruiamo, li testiamo, ne studiamo e ne vediamo le performance, insomma, costruiamo rilevatori di grande prestigio». Il progetto più importante al quale ha partecipato è stato sicuramente l’AMS, l’Alpha Magnetic Spectrometer, un lavoro che è durato più di quindici anni: «Il suo scopo – spiega Maria – è di cercare l’antimateria nello spazio, quindi è il sogno di questa ricerca che mi piace molto. Trovare qualche nucleo di antimateria sarebbe meraviglioso».
L’AMS è un esempio di cosa significhi costruire strumenti complessi per la ricerca nei nostri tempi. Solo il rilevatore al silicio, che non è che una parte componente dello spettrometro, è stato disegnato in Italia e i singoli pezzi sono stati realizzati in una fabbrica di microelettronica in Svizzera, per l’80%, e dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) a Trento, per il restante 20%. Solo alla fine sono arrivati a Perugia per essere testati e assemblati nei 192 moduli che compongono il tracciatore. Quella dell’AMS «è stata una bella e grande collaborazione internazionale: eravamo 16 Paesi, più di 50 istituzioni e più di 600 ricercatori che hanno lavorato dal ’94/’95 fino al 2011, quando [lo spettrometro] è stato trasportato e installato sulla Stazione Spaziale Internazionale e da allora prende dati, misura e analizza i raggi cosmici». «Sapere che [il rilevatore] funziona, raccoglie dati e si pubblicano articoli scientifici sono dei risultati fantastici» mi dice Maria, entusiasta.
Del resto, se non fosse stata così coinvolta nel progetto, la sua vita avrebbe probabilmente preso una strada diversa. Il suo professore l’ha mandata a Perugia ad appena 24 anni: «Io non volevo partire, non volevo cambiare in quel momento la mia vita», racconta. «Però venire a Perugia, conoscere questo gruppo, scoprire un laboratorio ben dotato, bellissimo, questa collaborazione, è stato entusiasmante. Effervescente, direi […] Visto che ero anche molto giovane, integrarmi, venire qua, è stato facile e bello. Stavo in affitto in Piazza Morlacchi insieme a delle ragazze dell’Università per Stranieri. Imparavo l’italiano in cucina. C’erano un americano, un australiano, una tedesca, una croata e imparavo l’italiano così, giorno per giorno».
Parliamo degli anni ‘93/‘94 e l’istituto di Bucarest dal quale Maria è partita era comunque relativamente nuovo: il professor Dan Dascalu aveva cercato, riuscendoci, di recuperare una parte di una fabbrica di microelettronica che, dopo il 1989, rischiava di cadere in disuso, avviando un processo che avrebbe portato il Centro di Microtecnologia di Bucarest nel bel mezzo di importanti collaborazioni internazionali e a produrre in loco rilevatori al silicio.
Nel frattempo, Maria era appena arrivata a Perugia, già coinvolta nel progetto AMS, raccogliendo i dati per la sua tesi di dottorato. «In quegli anni abbiamo costruito un prototipo di piccole dimensioni», racconta. Quel prototipo, l’AMS-01, avrebbe volato su una navicella spaziale per soli 10 giorni, nel 1998, riportando a terra una gran quantità di dati. L’idea di portare uno spettrometro nello spazio, il laboratorio e la sorgente di particelle elementari più imponente che si possa avere, aveva dato ottimi risultati. «Dopo quel periodo sono tornata in Romania, ho scritto la tesi di dottorato, ho fatto la presentazione, un figlio, e poi mi sono candidata per una borsa post dottorato a Perugia, perché si continuava la costruzione per la ‘fase due’ dell’esperimento, che praticamente è continuato fino al 2011 quando AMS-02 è stato messo in orbita».
Oggi Maria continua a lavorare nel laboratorio di Perugia, i progetti si susseguono. Tra gli ultimi, un rilevatore costruito in collaborazione tra Italia, Svizzera e Cina è stato lanciato a dicembre 2015 a bordo di un satellite cinese. Si tratta del progetto DAMPE (DArk Matter Particle Explorer), un nuovo tentativo di indagare la materia oscura.
Il suo laboratorio italiano è ormai un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale nella produzione di rilevatori al silicio, mentre il Centro di Microtecnologia di Bucarest è confluito nell’affermato National Institute for Research and Development in Microtechnologies, coinvolto in un gran numero di progetti di ricerca europei.
Sono passati ventidue anni dal 1994. La mobilità di studenti e ricercatori grazie al programma Erasmus, a Schengen, all’Unione Europea è oramai parte del nostro quotidiano, ma non è sempre stato così. All’epoca, con la Romania che aveva appena smesso di essere “dall’altra parte della storia”, arrivare in Italia per fare ricerca era complicato come lo è oggi trasferirsi fuori dall’Europa. Serviva un invito, i visti, diverse procedure burocratiche. All’inizio degli anni ’90 cambiare Paese poteva essere una scelta molto più radicale di quanto non appaia oggi, una scelta che Maria e molti altri studiosi hanno fatto spinti dallo stimolo della ricerca scientifica.
Lo stesso stimolo, forse, che ha permesso oggi a “piccole” realtà come Perugia o Trento di giocare un ruolo così profondo, così sostanziale, in progetti di ricerca di altissimo livello. E i macchinari che anni fa i diversi gruppi di ricerca hanno immaginato, e poi costruito, sono ora nello spazio cercando di scoprire e di spiegare la realtà.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X