Da Israele a Perugia per la chimica verde

Nuova puntata di Galapagos, questa volta vi raccontiamo la storia di Vadym, chimico ucraino che ha svolto i suoi studi universitari in Israele. Oggi PhD in un laboratorio dell'università di Perugia. Con lui abbiamo parlato dei studi sulla chimica verde e di quanto per uno scienziato sia importante viaggiare per internazionalizzare la propria ricerca.
Stefano Porciello, 22 Giugno 2016
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

«Sapevo di questa possibilità di continuare i miei studi in Italia e ho provato a candidarmi per un dottorato» mi dice Vadym Kozell, raccontando come mai un chimico ucraino, che ha svolto i suoi studi universitari in Israele, sia finito a fare il suo PhD in un laboratorio di chimica organica dell’Università di Perugia. «Era una buona opportunità per vivere in Europa. Perché adesso in Ucraina c’è questo movimento per entrare nell’Unione Europea, ed era una buona occasione per vedere, per capire cosa sia in realtà l’Europa». Vadym lavora ormai da un anno e mezzo nel laboratorio di Luigi Vaccaro. «Il nostro è un laboratorio di chimica organica verde: significa che proviamo a compiere le reazioni esistenti, per esempio reazioni organiche usate nell’industria o reazioni che sono utili in chimica, e a perfezionarle, rendendole più green. Sarebbe a dire più sostenibili ed eco-compatibili. Meno scarti e danni alla natura, diciamo».
Fedele alla leggendaria linea di Albert Einstein sulla divulgazione scientifica – che vuole un fenomeno spiegabile anche alla propria nonna – Vadym prova a riassumere il suo lavoro nel modo più semplice. «Io lavoro sui catalizzatori supportati, cioè catalizzatori che sono attaccati a qualcosa di insolubile», dice.
Quel ‘qualcosa’ è un polimero che permette al catalizzatore di non sciogliersi nella soluzione e di essere recuperato alla fine del processo. «È come preparare il tè quando usi i filtri da immergere in acqua. Fai il tè, e quando togli il filtro hai una soluzione pura, solo tè, senza tutte le foglie dentro. È, più o meno, quello che facciamo nel nostro laboratorio. Mettiamo dei catalizzatori in una soluzione, facciamo una certa reazione organica, e poi abbiamo la possibilità di recuperarli, perché sono solidi e in qualche modo possiamo separarli [dalla soluzione finale]». La metafora è molto efficace, ma ha bisogno di qualche puntualizzazione per essere scientificamente esatta: mentre nel tè le foglie rilasciano sostanze nell’acqua calda, i catalizzatori ancorati su polimero usati da Vadym hanno il compito di far reagire molecole già presenti nella soluzione in cui vengono immersi. Dopodiché, la sfida diventa recuperarli tutti, perché se una certa quantità di catalizzatori manca all’appello, non solo qualcosa è stato sprecato, ma – molto probabilmente – ha anche ‘inquinato’ la soluzione finale.
«Tra il nostro laboratorio qui a Perugia e il mio precedente laboratorio in Israele non vedo una grande differenza, perché a Perugia abbiamo un laboratorio molto moderno. È vero che qui abbiamo abbastanza attrezzature, tuttavia, se ci mancano alcune apparecchiature e ne abbiamo bisogno, possiamo spedire dei campioni in Israele, o in Germania o ad un’altra università in Italia», mi spiega Vadym. Ancora una volta, al centro dell’esperienza professionale di un giovane scienziato troviamo questa rete di conoscenze che lega i laboratori di diverse parti del mondo. Una rete che permette lo scambio di informazioni su cui si basa la ricerca, è vero, ma anche un confronto tra conoscenze e tra culture che passa soprattutto attraverso lo scambio di studenti e l’incontro personale tra i ricercatori. Sono proprio le persone che, per “trasformare la competizione in collaborazione”, non solo devono fare i conti con le inefficienze e i problemi del proprio Paese (Vadym non perde l’occasione per ricordarmi quanto sia sorprendente affrontare la nostra burocrazia, le lunghissime procedure e la montagna di firme necessarie a richiedere un documento dall’università), ma si ritrovano incidentalmente coinvolte nei grandi problemi del nostro tempo, e hanno l’opportunità di vedere i fatti da una diversa prospettiva.
«Voi dite solo quello che bisogna fare, non aiutate, non è una partnership: è come se… come se l’Europa fosse un genitore e Israele un piccolo bambino» mi risponde Vadym, quando proviamo a parlare dei rapporti UE–Israele, o delle campagne di boicottaggio che hanno colpito le università israeliane in risposta agli interventi militari, dell’occupazione di Gaza e alla questione dei coloni. Parlando, mi rendo conto che – politicamente – io e Vadym siamo su posizioni diverse. Tuttavia, mi sembra di intuire nel modo più netto quanto la mobilità degli scienziati possa essere un mezzo politicamente potente, quando riesce a superare la semplice collaborazione scientifica e far incontrare popoli diversi. Lima le differenze. Alcune certezze si sbriciolano. E s’iniziano a percepire quelle straordinarie conseguenze dell’esperienza del viaggio: «Qui mi sento a casa», dice lui, «ora ho la sensazione di essere nato in Italia e non posso immaginare il giorno in cui lascerò la mia stanza, Perugia e l’Italia».
Vadym non ha deciso dove andrà in futuro, forse cercherà di vincere una borsa post-doc in Germania. Sicuramente, però, vuole tornare in Israele e continuare a fare ricerca: «A volte passi ore, e giorni, e a volte mesi a lavorare e non vedi risultati. È molto difficile e stressante. Ma a volte vedi giusto un piccolo risultato, qualche miglioramento e sai che puoi cambiare qualcosa in questo mondo. Per esempio renderlo più green, più pulito, più efficiente. È molto importante avere la sensazione di poter cambiare il mondo».

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