Dai Greci alla ricerca della vita su Marte

Un’antichissima grotta vulcanica nei pressi di Napoli, usata come luogo di culto e cure termali, sta per trasformarsi in un avveniristico laboratorio per esplorare l’esistenza di forme di vita in ambienti estremi come quelli che si potrebbero trovare su Marte o in altri luoghi del Sistema Solare.
Romualdo Gianoli, 02 Luglio 2019
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Tag

Gli estremofili sono organismi che riescono a sopravvivere in condizioni ambientali proibitive, dal punto di vista fisico o chimico. Temperature molto alte o molto basse, livelli di acidità particolarmente elevati, concentrazioni di gas molto diverse dalla norma, salinità o pressione eccessive, mettono a dura prova o rendono impossibile la sopravvivenza della maggior degli organismi viventi sulla Terra. Gli estremofili, invece, riuscendo a sopravvivere là dove gli altri organismi falliscono, rappresentano una sfida per la scienza, ma anche una grande opportunità per acquisire conoscenze sulla capacità della vita di adattarsi alle diverse condizioni ambientali. Ecco perché, con la loro capacità di sopravvivere in ambienti simili a quelli extraterrestri noti, gli estremofili suscitano particolare interesse nell’astrobiologia, in vista della possibilità di trovare forme di vita (almeno microbiche) nel Sistema Solare.
Sulla Terra vi sono molti luoghi in cui le condizioni ambientali sono estreme e dove, quindi, è interessante indagare la presenza di eventuali forme di vita. Uno di questi si trova in Italia, precisamente nella vasta area vulcanica dei Campi Flegrei, fra Napoli e Pozzuoli e, come spesso accade in questa zona, è un luogo sospeso tra mito e storia. Si tratta della cosiddetta “Grotta del Cane”, un’antica cavità seminascosta in un angolo delle Terme di Agnano, estrema periferia occidentale di Napoli. In epoche remote è stato luogo di culto e di cure termali ma, nel corso del tempo, anche attrazione turistica e richiamo per scienziati a caccia di nuove conoscenze. Dopo un lungo oblio che ne ha quasi cancellato la memoria, ora sta per trasformarsi in laboratorio per gli scienziati della NASA che cercano forme di vita su Marte.
La Grotta del Cane è un ambiente sotterraneo di circa 30 metri quadrati, scavato alla base del costone meridionale del cratere di Agnano, sulle sponde di un lago che ne occupava il fondo e che fu prosciugato alla fine dell’Ottocento. All’ambiente si accede attraverso una piccola apertura e un corridoio di circa 10 metri che scende nella roccia vulcanica.
Tutta la zona era già stata esplorata dai coloni greci di Cuma e Neapolis ed era nota per le sue sorgenti idrotermali. La grotta è datata tra il III° e II° secolo a.C. ma le tracce più antiche risalgono a un vicino edificio di culto del IV°–III° secolo. L’ipotesi che l’ipogeo fosse usato come struttura termale già in epoca greca, è confermata dalla presenza lungo il perimetro interno, di una sorta di gradino dove ci si poteva sedere. In seguito, però, col passare del tempo, il luogo acquistò una fama sinistra, come testimonia Giuseppe Mormile che, già nel 1670 nel suo Descrittione di tutto l’amenissimo paese di Pozzuolo e luoghi convicini, scriveva: «Grotta chiamata delli Cani, nella quale ogni cosa viva, che v’entra, muore. Lago d’Agnano, che non produce altro che rane».
Oggi sappiamo che questa fama è dovuta alla natura vulcanica dei luoghi, all’origine delle esalazioni di anidride carbonica, un gas tossico più pesante dell’aria che, ristagnando al suolo, costituisce un pericolo mortale per animali di bassa statura come i cani. Da qui il nome.
Gli antichi, pur non conoscendo l’anidride carbonica, capirono che quel luogo era diventato pericoloso e finirono per abbandonarlo.
Questa, però, non fu la sua fine. Anzi, da quel momento e per molti secoli, la grotta ebbe una nuova vita, trasformata in attrazione turistica dagli abitanti del luogo che avevano escogitato un modo per ricavarci un po’ di soldi.
Le cronache del Grand Tour, infatti, abbondano dei racconti di come i contadini usassero condurre piccoli animali nella grotta, costringendoli a respirare l’anidride carbonica che ristagnava sul fondo fin quasi a soffocarli salvo, poi, rianimarli immergendoli nelle fredde acque del vicino lago. Le povere bestiole erano sottoposte più volte a questo crudele trattamento per la curiosità degli antichi turisti, che sganciavano qualche soldo per assistere al fenomeno.
Alla fine il mistero della grotta fu svelato da alcuni fra i tanti scienziati che venivano a studiare la straordinaria geologia dei Campi Flegrei.
Tra questi, Pasquale Panvini, un medico che nel 1818 volle sperimentare personalmente gli effetti della grotta: «Avendo io conosciuto, che il cane non restava istantaneamente colpito da questo gas, come avea inteso raccontare, volli io stesso farne l’esperienza: abbassatomi infatti nel mezzo della grotta colla faccia a contatto del suolo, mi trattenni a respirare quel gas per lo spazio di dieci secondi, avendo eseguito nove intiere respirazioni fino a tanto che non soffrii un positivo incomodo. Gli effetti, che provai furono in principio de’ leggieri pizzicori agli occhi, ed un prurito al naso; indi un senso di formicolamento nelle gambe, nelle braccia, e nella faccia, e finalmente un’affannosa e stentata respirazione, che mi avvertì di non poter più a lungo continuare impunemente la mia esperienza».
Nel 1843 fu, poi, la volta del medico francese Constantin James che, assieme al famoso fisiologo François Magendie esperto di tossicologia, compì un viaggio di studio nel Regno di Napoli.
Nel suo libro Voyage Scientifique a Naples, pubblicato a Parigi nel 1844, James dedica alla Grotta del Cane addirittura il primo capitolo, spiegando scientificamente i fenomeni che vi accadevano e il ruolo dell’anidride carbonica. Fu la scienza, dunque, a togliere l’alone di mistero mortale che circondava quel luogo. Gli abitanti, ovviamente, non ne furono contenti perché alla fine persero la loro fonte d’entrata.
Di ben altro avviso, siamo sicuri, dovettero essere i cani.
Oggi la grotta di Agnano esce dall’oblio e torna a essere protagonista addirittura nella ricerca della vita su Marte che, come ritengono molti scienziati, potrebbe avere regioni, sotto profondi strati di permafrost, in grado di ospitare forme di vita endolite come i batteri litotrofi, cioè capaci di vivere all’interno di rocce, coralli o gusci di animali.
Con le sue condizioni ambientali estreme (concentrazione di ossigeno che scende al 7%, anidride  carbonica al 17% e temperature che raggiungono i 54 °C), la grotta ha richiamato l’attenzione di Serban Sarbu, ricercatore della California University di Chico (che sta già conducendo studi sugli estremofili nella grotta di Movile in Romania) e dell’Extreme Microbiome Project, struttura che collabora con la NASA allo studio di possibili forme di vita batteriche in atmosfere prive di ossigeno ma ricche di anidride carbonica e metano, come su Marte.
I primi risultati degli studi condotti in Romania da Sarbu sono apparsi nel 2018 sulla rivista International Journal of Speleology ma adesso, come annunciato in una recente conferenza svoltasi a Città della Scienza di Napoli, la ricerca sta per estendersi alla grotta di Agnano perché gli scienziati stranieri, in collaborazione col Dipartimento di Biologia dell’Università Federico II e la Società Terme di Agnano proprietaria della grotta, si stanno apprestando a compiere campionamenti nel sito, preliminari alla stesura di un protocollo di ricerca più approfondito. E così, per la ‘mitica’ Grotta del Cane, dopo i fasti del Grand Tour, si prospetta un futuro da protagonista anche nelle esplorazioni marziane.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X