Dai Paesi Bassi a Firenze per studiare il comportamento di voto

In gergo accademico si chiamano Voting Advice Applications (VAAs). Si tratta di applicazioni che ci dicono quale partito politico sia più vicino alle nostre idee. Sebastianus Bruinsma, olandese all’ultimo anno del suo Ph.D., le studia all’Istituto di Scienza politica e sociologia della Scuola Normale Superiore di Pisa, che si trova nel capoluogo toscano.
Stefano Porciello, 19 Marzo 2018
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

Avete presente quelle applicazioni che vi dicono quale partito politico sia più vicino alle vostre idee? Se non le avete mai provate, almeno i risultati li avrete visti, magari in qualche social network: si tratta quei grafici che segnalano la posizione politica dell’utente in una mappa, o in un grafico, in relazione a quella dei partiti. In gergo accademico si chiamano Voting Advice Applications (VAAs). Alcune di queste applicazioni sono state create da accademici, come questa qui, sviluppata dall’Istituto Universitario Europeo per le elezioni europee del 2014. Sebastianus Bruinsma, olandese all’ultimo anno del suo Ph.D., le studia all’Istituto di Scienza politica e sociologia della Scuola Normale Superiore di Pisa, che però si trova a Firenze, all’ultimo piano di Palazzo Strozzi. «Il punto della mia ricerca riguarda il modo migliore per progettare queste applicazioni», dice: «Sto cercando di scoprire come puoi renderle più imparziali possibile».

INTERNET PUÒ AIUTARCI A VOTARE?
Se affidare il vostro voto all’avviso di un sito internet vi sembra un’eresia, bisogna tener conto che molti elettori, soprattutto in Nord Europa, hanno utilizzato moltissimo queste Voting Adivce Applications. E – ci piaccia o no – continueranno a farlo: magari solo per curiosità, o per avere un consiglio. Tanto vale, quindi, che le VAA funzionino bene, siano possibilmente neutrali, e magari approfittino del nostro interesse per farci conoscere i programmi dei partiti. «Si tratta di siti internet che pongono all’utente 30, o 25 domande», spiega Bastiaan. Domande che chi costruisce il sito ha già posto ai partiti politici, e che toccano molti temi: dall’alzare l’età pensionabile all’abbassare le tasse, dall’uscire dall’Euro a come arginare l’immigrazione illegale. «Il sito web abbina le risposte degli utenti a quelle dei partiti, e ti dice quale partito politico ti sia più vicino».
Ora, ci sono due problemi principali. Il primo, secondo Bastiaan, è la selezione delle domande: «Se ci sono 30 dichiarazioni e 5 di queste sono sull’immigrazione, i partiti con una posizione molto forte sull’immigrazione saranno più in alto nella mia lista di preferenze», solo perché le domande si concentrano sullo stesso tema. «La seconda cosa di cui devi preoccuparti è come vengono formulate le dichiarazioni», spiega Bastiaan. Le frasi, soprattutto se poste negativamente, rischiano di non essere capite dall’utente, che darà una risposta opposta rispetto a ciò che pensa davvero, e quindi otterrà un match diverso da quello che dovrebbe ricevere. «È facile fare errori in questo modo, quindi basta formulare la domanda nel modo giusto», spiega.
Costruire una VVA non è affatto semplice: bisogna avere conoscenze trasversali che vanno dalla matematica alla psicologia politica e il modo in cui sono disegnate porta con sé una lunga serie di conseguenze. Bastiaan ha partecipato al design di alcune applicazioni insieme a un consorzio internazionale di studiosi che si chiama Preference Matcher: «Abbiamo scoperto che involontariamente abbiamo guidato le persone in determinati modi», racconta Bastiaan, per esempio dando rilevanza ad alcuni argomenti piuttosto che ad altri. Il rischio di condizionare il voto c’è, ed è reale. Per questo il design di una VAA dev’essere fatto con molta attenzione. Per fortuna «Anche la ricerca accademica che le circonda sta crescendo», dice Bastiaan. Perché le VAA possono avere anche degli effetti molto positivi: «Hanno un’influenza, e possono aumentare l’affluenza al voto, possono aumentare la conoscenza politica, e possono – se ben progettate – far sì che le persone si rendano conto in modo più preciso di ciò in cui credono veramente», spiega. In più, «Chiedendo alla gente qualcosa sulla politica, la fai già pensare alla politica», ed è molto importante.

IL MONDO È CAMBIATO
«Le strutture attraverso cui le persone pensavano negli anni ‘60 e ‘70 [sono cambiate]», dice Bastiaan. «Del tipo: sei stato educato cattolico, i tuoi genitori sono di destra, e quindi voti il partito cattolico di destra. Voglio dire, questi tempi sono finiti. Le persone si comportano come consumatori, ogni elezione si dicono: “voglio questo, questo, e questo; queste cinque cose”, e poi guardano quale partito le proponga». In un certo senso, vogliamo il partito perfetto, ma il partito perfetto non esiste. Anche perché i partiti sono fatti per dare una struttura alla partecipazione politica dei cittadini, non per essere semplicemente scelti, o comprati. Almeno in teoria, non si dovrebbero adattare alle nostre esigenze, ma dovremmo essere noi a trasformarli partecipando alle loro attività.
Tuttavia, la teoria non è mai stata tanto lontana dalla pratica. «Penso che fondamentalmente il punto sia, in poche parole, la globalizzazione, e il fatto che persino un Paese [lontano] come la Cina possa influenzare l’Italia in un modo impensabile per un politico negli anni ‘50», spiega Bastiaan. «Il mondo diventa più imprevedibile, rende più difficile governare, rende più difficile per i partiti promettere come lavoreranno e rende anche più difficile per le persone sapere cosa votare».
Per un ricercatore che si occupa di comportamento elettorale, lavorare in Italia subito prima delle elezioni dev’essere estremamente stimolante.

SI PUÒ FARE RICERCA IN ITALIA?
Bastiaan è arrivato in Italia dopo aver fatto una doppia laurea specialistica tra i Paesi Bassi e Münster, in Germania. Ha passato nove mesi a scrivere la sua research proposal, e alla fine ha dovuto scegliere tra Milano e Firenze. «Il mio obiettivo è di rimanere nel mondo scientifico, accademico» racconta, parlando del futuro: «Probabilmente come Post-doc, come ricercatore. Il punto è che il mercato accademico non è così grande in questo momento e se voglio una carriera, dovrò probabilmente trasferirmi, almeno in un’altra città o in un altro paese, forse in Germania, nel Nord Europa». Lui, comunque, vorrebbe rimanere qui: «Se mi venisse offerto un Post-doc o un altro lavoro accademico in Italia, da Milano a Palermo, lo prenderei sicuramente», dice. «Amo il paese, e mi piace, ma quello che sento dai miei colleghi, e quello che sento dai miei professori è che è possibile ottenere un lavoro, ma bisogna essere fortunati».
Chiedo a Bastiaan se sia molto diverso fare ricerca nei Paesi Bassi, in Germania o in Italia, almeno nel suo campo. «Meno di quanto mi aspettassi», risponde, convinto che il mondo della ricerca e della scienza sia «intrinsecamente internazionale». Ci sono delle differenze nell’organizzazione, o nel modo di rapportarsi con i professori, per esempio. «Nei Paesi Bassi è piuttosto facile andare da un professore e non essere d’accordo con lui», dice Bastiaan, che in Italia ha notato un po’ più di gerarchia. Anche se ci tiene a ripetere che «Il mondo accademico è molto internazionalizzato, e quindi sta diventando sempre più simile». L’unica eccezione, semmai, sta nel livello d’internazionalizzazione delle università. Se oggi uno studente s’iscrivesse al corso di laurea triennale che ha frequentato Bastiaan, dovrebbe farlo in inglese. Secondo lui, nei Paesi Bassi e in Germania le università si stanno orientando verso l’attrazione internazionale degli studenti e dei ricercatori, e offrono sempre più corsi e servizi in lingua inglese.
La cosa più complicata dell’Italia, per un ricercatore che volesse venire da noi, è capire «dove cercare un’opportunità». Perché una volta trovata quella giusta, farsi assumere non è più difficile che in ogni altro posto al mondo. Però, se desideri entrare in un’università italiana, magari «i tuoi colleghi parlano inglese, – dice –  ma l’amministrazione con cui ti devi rapportare, e i siti web in cui si pubblicano le borse di studio sono tutti in italiano! Quindi se non parli italiano, non puoi proprio entrare nel sistema per poter cominciare».
Non era il caso della Normale, ovviamente. Ma il consiglio di Bastiaan vale per tutte le altre università: «Se vuoi più ricercatori internazionali, assicurati che anche la tua amministrazione e il resto del tuo staff parlino almeno un po’ d’inglese, così che possano indicarti la persona giusta. Questo sarebbe davvero d’aiuto».

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