Dal rinoceronte bianco al vaquita, il triste insegnamento delle estinzioni

Negli ultimi giorni ha suscitato grande eco la morte di Sudan, l’ultimo maschio di rinoceronte bianco settentrionale. E non è sfuggito neanche un altro tremendo annuncio: al mondo rimangono solo 12 vaquita, un cetaceo endemico del Golfo della California. E già dobbiamo fare i conti con i prossimi eventi di estinzione, che purtroppo sono più vicini di quanto molti immaginino. Ma da queste vicende possiamo trarre due insegnamenti per il futuro.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Nell’era del digitale, l’estinzione corre anche sui social. Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le condivisioni di foto, video e articoli sulla morte di Sudan, l’ultimo maschio di rinoceronte bianco settentrionale. E non è sfuggito neanche un altro tremendo annuncio: al mondo rimangono solo 12 vaquita, un cetaceo endemico del Golfo della California. Purtroppo queste specie non sono le uniche ad essere cadute nel vortice dell’estinzione. O meglio, di quella che ha tutte le caratteristiche per essere considerata la sesta estinzione di massa. Un vortice di cui siamo i principali responsabili per i motivi più disparati, diretti o indiretti. Dal cambiamento climatico al bracconaggio, fino all’introduzione di specie aliene. Problemi a cui annaspiamo a dare una soluzione efficace, soprattutto perché in molti casi serve coinvolgere la politica, quella internazionale. Il triste fotofinish di queste storie è quindi rimbalzato sul web tra post e condivisioni, suscitando sdegno e tristezza. Ma cosa possono insegnarci queste terribili storie di estinzione? Proviamo a raccontarle e a tirare le somme.

LA STORIA DELLA VAQUITA
È uno dei cetacei più piccoli al mondo e vive (ancora per poco) esclusivamente nella parte più interna del Golfo della California. Ma nonostante il suo muso tenero, che gli è valso il soprannome di “panda del mare”, le sue sorti sono state diverse da quelle del lontano parente cinese. Negli anni ’50 si contavano 5000 vaquita (Phocoena sinus). Ora, secondo l’ultimo censimento e le dichiarazioni di Andrea Crosta, direttore dell’associazione internazionale Elephant Action League, ne rimarrebbero solo una dozzina. Colpa dell’utilizzo di reti da posta e della pesca illegale. Si calcola, infatti, che ogni anno muoiono impigliati in queste reti tra i 39 e gli 84 esemplari di vaquita, che non riescono più a raggiungere la superficie per respirare.
L’oggetto del desiderio dei pescatori di frodo, però, non sono le vaquite, ma un’altra specie endemica del Golfo: il totoaba. Un pesce ricercato per la sua vescica natatoria che viene essiccata e venduta sul mercato cinese a 2.500 dollari all’etto. È il commercio illegale di questo “avorio” marino la causa principale dell’estinzione di questi cetacei. Un commercio contro cui le misure adottate dal governo messicano si sono rivelate insufficienti. Vent’anni fa, nel 1997, quando dai censimenti risultò che nel Golfo della California restavano solo 567 vaquita si capì che la situazione era già grave. Così nacque una nuova “costola” dell’Iucn: il Cirva (Commissione Internazionale per il Recupero della Vaquita). Ma prima che il governo messicano mettesse in pratica le raccomandazioni del Cirva, si è dovuto aspettare fino al 2015. Quando di vaquita in circolazione ne erano rimaste solo 59 e, secondo i calcoli, la specie si sarebbe estinta entro il 2018.
Solo allora il governo messicano ha iniziato ad agire. Venne varato un maxi piano da 37 milioni di dollari, che allargava l’area protetta dedicata ai cetacei a circa 13.000 km2 del Golfo della California settentrionale. Il piano, presentato dal Ministero dell’Agricoltura e della Pesca, prevedeva la messa al bando per due anni delle reti da posta e la sospensione delle attività di pesca. E comprendeva anche sovvenzioni per i pescatori, per riparare ai mancati introiti, e l’impiego di alcuni di loro come “guardiani” per pattugliare l’area tutelata e per rilevare le violazioni al suo interno. Ma il piano non ha funzionato come avrebbe dovuto. E un biennio, poi, non sarebbe stato comunque un tempo sufficiente a far riprendere le vaquita, che si riproducono solo una volta ogni due anni. Così, all’inizio del 2017 la popolazione di questi cetacei scese a 30 esemplari e il Presidente del Messico Enrique Peña Nieto riunì un team internazionale di biologi marini per varare un nuovo progetto salva-vaquita in extremis. Il piano, sponsorizzato e pubblicizzato anche dall’attore premio Oscar Leonardo Di Caprio, prevedeva la cattura delle ultime 30 vaquita rimaste e il loro trasferimento in un santuario marino a largo di San Felipe. Non per sempre, ma solo il tempo necessario a rimuovere le reti di frodo “fantasma”, abbandonate o perse. Inoltre l’accordo rendeva finalmente permanente il divieto di utilizzo delle reti da posta, mentre incentivava i pescatori a utilizzare strumenti di pesca alternativi e sostenibili. Nonostante tutto il WWF stesso ha continuato a chiedere di completare il piano, suggerendo l’imposizione del divieto di trasporto e possesso di reti da pesca nella parte Nord del Golfo della California, ma soprattutto un coordinamento con Stati Uniti e Cina per porre fine al traffico illegale di totoaba.
Completo o meno che fosse, il piano di cattura era rischiosissimo per due motivi: l’estrema diffidenza verso l’uomo di questi cetacei che ne rendeva difficile la cattura e la possibilità concreta che gli animali morissero per stress, quando ormai la popolazione era già ai minimi termini. Infatti, il primo esemplare condotto nel santuario, un giovane maschio, mostrò livelli di stress così elevati che i veterinari furono costretti a liberarlo. Poco dopo venne condotta nella stessa struttura una femmina adulta, non incinta, ma anch’essa dimostrò immediatamente malessere. E quando i veterinari decisero di liberarla era ormai troppo tardi. I due eventi hanno pesato come un macigno: la perdita di anche un solo esemplare sui 30 e per mano del piano che li avrebbe dovuti salvare era insostenibile.
Così il piano di emergenza venne abbandonato nell’autunno del 2017. Quasi contemporaneamente su Scientific American veniva pubblicato un report che rivelava dettagli sconcertanti circa il malfunzionamento del programma governativo da 37 milioni di dollari avviato nel 2015. Secondo il report il piano sarebbe fallito per corruzione. Infatti, erano stati emanati permessi di pesca nel Golfo per 28 specie diverse e il tipo di rete utilizzata era pericolosa anche per la vaquita. Inoltre i droni che servivano per il controllo dell’area avevano un’autonomia di volo di 20 minuti, diversamente da quanto indicato nel piano. E infine, i soldi destinati ai pescatori come forma di rimborso venivano distribuiti senza alcun criterio: il 42% della cifra complessiva erogata dal governo veniva distribuita tra 30 soggetti, a fronte di 2.700 aventi diritto. Fallito il piano, non sono state proposte nuove soluzioni per salvare la vaquita. E il dimezzamento della popolazione in meno di un anno ci fa toccare con mano l’entità del danno arrecato dalla pesca illegale. Si sarebbe dovuti intervenire prima, anticipare il piano varato nel 2015, rendere da subito permanente il bando delle reti da posta e soprattutto controllare il suo funzionamento. Il problema era solo uno, ma capillare: la pesca illegale.
Eppure non si può affermare che il Messico sia distratto sul tema ambiente. Basti pensare che è uno dei 20 Paesi al mondo più ricchi di biodiversità e che oltre 170.000 chilometri quadrati del suo suolo sono aree protette. Ma è anche vero che il Paese ha problemi più urgenti da risolvere, come povertà, criminalità e narcotraffico. E forse anche per questo per salvare la vaquita si è arrivati in ritardo.

RINOCERONTE BIANCO SETTENTRIONALE: DUE ULTIMI ESEMPLARI
Nel 1960 ce n’erano oltre 2.000. Un quarto di secolo dopo, nel 1984, ne erano rimasti solo 15. E la causa del declino, ancora una volta, è stata il bracconaggio. La sottospecie settentrionale di rinoceronte bianco (Ceratotherium simum cottoni) è stata sterminata negli anni ‘70 e ‘80 per la crescente domanda di corni, utilizzati nella medicina tradizionale cinese e per forgiare i manici dei pugnali in Yemen. Così le popolazioni di Uganda, Repubblica Centrafricana, Sudan e Ciad sono state spazzate via in un ventennio. E nei primi anni 2000 la guerra civile in Congo, ha messo la parola fine anche all’ultima popolazione selvatica rimasta. Non c’è stato scampo neanche per gli ultimi 4 rinoceronti avvistati in territorio congolese nell’agosto 2005, uccisi dai bracconieri durante il trasferimento in un’area protetta.
Dichiarata “specie estinta in natura” nel 2008, gli unici esemplari di rinoceronte bianco settentrionale esistenti al mondo erano due maschi (Suni e Sudan) e due femmine (Najin e Fatu), che si trovavano nello zoo di Dvur Kralové nella Repubblica Ceca. Così i quattro furono trasferiti immediatamente nella riserva kenyana di Ol Pejeta, sperando che si riproducessero. Sorvegliati 24 ore su 24 da ranger armati e nutriti con una ricca dieta, non hanno mai dato alla luce cuccioli. Suni è morto per cause naturali nel 2014 e da qualche giorno lo ha seguito anche Sudan, ormai vecchio e malato. Najin e Fatu, rispettivamente sorella e figlia di Sudan, sono le uniche rimaste in vita. L’ultima speranza è che si riesca a inseminare artificialmente con successo una delle due, con lo sperma congelato di Sudan. Oppure che si riesca a prelevare gli ovuli di Najin e Fatu, fecondarli in vitro e impiantarli nell’utero di femmine della sottospecie meridionale di rinoceronte, che farebbero da madri surrogate. Anche in questo caso, il commercio illegale di parti di animali l’ha fatta da padrone e anche stavolta il tentativo di salvataggio è avvenuto in extremis, quando ormai le possibilità di successo erano già ridottissime.
Eppure la storia della conservazione ci ricorda che talvolta scienza e politica possono andare d’accordo, risolvendo con successo situazioni disastrose. Ne sono un esempio la storia del Parco Nazionale di Gorongosa che abbiamo raccontato qui e quella del panda gigante. Negli anni ’90 nelle montagne cinesi più impervie ne erano rimasti circa un migliaio. Complice la distruzione delle foreste di bambù per far posto all’espansione delle città cinesi, il cambiamento climatico e il bracconaggio, il panda gigante rischiava di scomparire per sempre. Anche lui, nonostante il tenero faccione, era oggetto del commercio illegale di pelle e pelliccia, ricercata anche in Giappone. E per anni è stato persino donato a presidenti e regnanti di altri Paesi per rinsaldare i rapporti diplomatici: la cosiddetta panda-diplomacy. Nel 1965 fu definito “rarissimo” e così, quando ci si è resi conto che il panda gigante rischiava di scomparire insieme a un intero ecosistema, è stata avviata un’operazione colossale. Il governo cinese ha istituito una settantina di riserve e protetto milioni di ettari (oltre il 45 % dell’habitat e il 60% degli esemplari). È stato istituito un centro di ricerca nella valle di Wolong in Cina e un centro di riproduzione in cattività. Sono stati creati corridoi ecologici per collegare le varie riserve, è stato programmata la reintroduzione di alcune specie di bambù e soprattutto è stata coinvolta la collettività. Sia quella locale che quella internazionale: il panda è diventato il simbolo del WWF, il simbolo dell’estinzione, tutti gli zoo che possedevano panda si sono impegnati in programmi di riproduzione della specie. E il giro d’affari è stato esorbitante: si calcola che l’ultimo cucciolo di panda gigante nato a Tokyo abbia attirato più di 5 milioni e mezzo di persone, per un volume d’affari totale di 242 milioni di dollari.
Potremmo dire che sul panda gigante è stata fatta una vera operazione di marketing. Ed è riuscita benissimo: in 20 anni la popolazione cinese di panda è quasi raddoppiata, arrivando a sfiorare i 2.000 individui, cuccioli compresi. Lo stesso dicasi per i panda in cattività, passati da poco più di un centinaio a quasi 400. Una crescita che ha “costretto” l’Iucn a declassarlo da “minacciato” a “vulnerabile”.
Un successo definibile strepitoso, nonostante i costi esorbitanti, perché – diciamola tutta – il panda gigante non è certo un animale “collaborativo” quando si tratta di sopravvivere: è iperselettivo nella sua dieta (mangia esclusivamente i boccioli del bambù), raggiunge tardi la sua maturità sessuale e fa lo schizzinoso ad accoppiarsi.
Da queste storie possiamo quindi trarre due insegnamenti: il primo è che se c’è accordo tra politica e scienza, se si investono fondi, si sensibilizza e coinvolge la cittadinanza i risultati possono essere sorprendenti. E il secondo, decisivo in questo momento, è che non dobbiamo aspettare il prossimo post di indignazione. Dobbiamo guardare già ai prossimi eventi di estinzione, che purtroppo sono più vicini di quanto molti immaginino. Perché se il destino della vaquita è praticamente segnato, non lo è ancora quello della susa atlantica (Sousa teuszii), un cetaceo che vive esclusivamente lungo le coste dell’Africa occidentale, dalla Mauritania al Gadon, ed è minacciato dalla pesca e dall’inquinamento. E se per i rinoceronti bianchi settentrionali le speranze sono affidate solo ai progressi nella medicina, per i suoi cugini c’è ancora qualche speranza. Portati sull’orlo dell’estinzione dall’altissima richiesta di corni per la medicina tradizionale cinese, i prossimi sulla lista sono il rinoceronte di Giava (Rhinoceros sondaicus), di cui rimangono solo 60 esemplari, e il rinoceronte di Sumatra (Dicerorhinus sumatrensis), di cui ne restano 100. Bisogna rimboccarsi le maniche quanto prima.

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