Dalla smart-agriculture un’arma contro la fame da cambiamenti climatici

Il progetto ClimAdapt ha permesso a 90.000 piccoli agricoltori indiani di accedere a informazioni e conoscenze scientifiche così da modificare i metodi di coltivazione per adattarli ai cambiamenti climatici. Il risultato è un nuovo approccio chiamato ‘climate-smart agriculture’.
Romualdo Gianoli, 08 Giugno 2016
Micron
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Giornalista Scientifico

India e Norvegia sono due realtà geograficamente, culturalmente, economicamente e socialmente lontanissime, eppure da cinque anni sono legate da un progetto che studia come adattare i metodi tradizionali di coltivazione per rispondere alla sfida dei cambiamenti climatici. Climadapt, questo il nome del progetto, è un’ambiziosa e complessa iniziativa di ricerca, sviluppata in India ma finanziata dal Ministero degli Affari Esteri norvegese, che ha coinvolto numerosi partner come il Norwegian Institute of Bioeconomy Research (NIBIO), l’International Water Management Institute (IWMI), la M.S. Swaminathan Research Foundation, il Water and Land Management and Training Institute (WALMI), la Tamil Nadu Agricultural University (TNAU) e l’Irrigation Management and Training Institute (IMTI).
Avviato nel 2012, Climadapt ha visto svolgersi la sua conferenza finale lo scorso maggio e in questi cinque anni ha coinvolto decine di migliaia di contadini indiani e una trentina di scienziati con competenze molto diverse tra loro, data la complessità e l’interconnessione dei vari aspetti toccati dal progetto. Così hanno partecipato esperti nella modellizzazione del clima e delle risorse idriche, geologi, esperti in parassiti e malattie infettive, ma anche esperti di economia, politica, comunicazione, ICT e aspetti socio-culturali, come le questioni di genere in un paese complesso come l’India.
Nell’insieme, il progetto ha interessato circa 90.000 agricoltori, piccoli proprietari distribuiti nei tre stati meridionali indiani dell’Andhra Pradesh, Telangana e Tamil Nadu.
Si tratta di territori che ricadono in quell’area geografica tropicale e subtropicale così vulnerabile ai cambiamenti climatici e alle estreme e contrastanti condizioni climatiche, da mettere a repentaglio la sopravvivenza delle popolazioni, perché è la disponibilità stessa del cibo a essere compromessa. L’India, infatti, è ancora un Paese dove la maggior parte della popolazione risiede in zone rurali e dipende dalle risorse naturali e dal loro buon sfruttamento, sia per quanto riguarda l’alimentazione, sia per il reddito che se ne può ricavare. Ecco perché in un Paese come l’India, già naturalmente caratterizzato da un clima monsonico e nel quale la frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta aumentando, i cambiamenti climatici sono tra le prime cause di rischio per la popolazione.
Come rilevato nel rapporto dell’ONU del 2015 The Human Cost of Weather Related Disaster, gli Stati Uniti, la Cina e proprio l’India sono stati i Paesi più colpiti da disastri ambientali tra il 1995 e il 2015, soprattutto quelli legati a eventi meteorologici. D’altronde è evidente che periodi di estrema siccità, alternati a improvvise e catastrofiche alluvioni, sono fenomeni che non possono non avere pesanti ripercussioni su un’attività delicata quale l’agricoltura.
E dunque, lo scopo primario del progetto Climadapt è stato quello di migliorare la capacità delle comunità agricole indiane di adattarsi velocemente a questi mutevoli scenari, attraverso una migliore e più consapevole gestione dell’acqua e delle tecniche agricole.

Mappa delle zone interessate da alluvioni e siccità nel 2014

Per affrontare il problema si è partiti da alcuni piccoli progetti pilota, sperimentando alcune selezionate misure di adattamento, in seguito applicate su una scala maggiore, una volta che ne era stata verificata l’efficacia. Il tutto, di pari passo alla costruzione di una rete di responsabili locali ed enti coinvolti nelle strategie di adattamento.
Il risultato di questa vasta sperimentazione ha messo in luce almeno due elementi fondamentali per il successo di queste strategie: la centralità del ruolo degli agricoltori rispetto alla sicurezza del cibo e la necessità di diffondere sul territorio le conoscenze acquisite.
In merito al primo punto, ad esempio, grazie alla collaborazione dei contadini, sono stati sperimentati nuovi metodi di coltivazione del riso, oltre che diverse varietà di semi, per capire quale si adattasse meglio a particolari condizioni ambientali. In questo modo sono stati individuati metodi alternativi d’irrigazione delle risaie, basati sull’alternanza di bagnatura e asciugatura del riso, che hanno permesso di risparmiare il 40% di acqua rispetto al metodo tradizionale e, al tempo stesso, di ottenere un 25% in più di raccolto.
Questi metodi di coltivazione, denominati SRI (System of Rice Intensification), sono stati dapprima testati su piccole aree, poi estesi su scala maggiore e, infine, implementati negli scenari reali delle coltivazioni su vasta scala.
Una volta ottenuto questo risultato, però, era necessario fare in modo che le conoscenze acquisite con gli studi sul riso e l’irrigazione fossero trasmessi agli agricoltori di zone ben più ampie, così da diffondere i benefici.
E questo porta direttamente al secondo punto fondamentale del progetto Climadapt: la necessità di comunicare irisultati a tutti i soggetti interessati, non solo agli agricoltori, ma anche ai legislatori.
In mancanza di questa seconda fase, l’implementazione di nuove ed efficaci metodologie di coltivazione sarebbe stata del tutto inutile, come ha sottolineato il coordinatore del progetto, Udaya Sekhar Nagothu del Norwegian Institute of Bioeconomy Research: «Una cosa è la produzione di risultati scientifici, ma senza la loro comunicazione tempestiva ai legislatori avremmo fallito nella loro diffusione e non saremmo riusciti a trasferirli nelle politiche poi messe in atto. Il legame tra scienza e politica è stato cruciale nel progetto Climadapt».
A livello territoriale quest’attività di diffusione e comunicazione dei risultati scientifici è stata condotta attraverso la realizzazione di otto Villaggi della Conoscenza che sono stati costruiti nel corso del progetto. Questi centri hanno permesso di raggiungere 25.000 agricoltori ai quali sono state fornite informazioni e addestramento specifico per mettere in pratica le tecniche di successo sperimentate nella fase pilota. Altri 65.000 agricoltori, invece, hanno avuto accesso a queste conoscenze attraverso uno scambio d’informazioni diretto tra agricoltore e agricoltore. In pratica, la fase della sperimentazione scientifica e i risultati ottenuti hanno avuto anche delle importanti ricadute sociali, perché hanno portato alla creazione di una vera e propria rete della conoscenza tra gli agricoltori, riguardo alle tecniche di coltivazione.
Quest’obiettivo è stato raggiunto grazie all’uso particolarmente esteso che è stato fatto delle tecnologie dell’ICT nei Villaggi della Conoscenza.
Ad esempio, grazie a Internet, ai telefoni cellulari e ai servizi di messaggistica istantanea in mobilità, sono stati inviati, più volte al giorno e anche agli agricoltori nei più remoti villaggi, messaggi con informazioni meteorologiche, di mercato, sull’uso di fertilizzanti e pesticidi, su tecniche di coltivazioni resilienti rispetto al clima e suggerimenti specifici durante la stagione dei raccolti.
Oggi i Villaggi della Conoscenza svolgono il ruolo di importanti punti di riferimento per l’interazione tra agricoltori, scienziati, agenzie governative e soggetti politici, ma sono diventati anche dei veri e propri “hub sociali”, che forniscono servizi addizionali, come quelli nel campo della salute o delle informazioni in generale.
Come ricorda Nancy J. Anabel della M.S. Swaminathan Research Foundation: «Quello che è stato creato con Climadapt è anche un sistema di comunità gestito dalla comunità stessa con il quale abbiamo addestrato i locali a diventare “lavoratori della conoscenza”, per attingere saperi da settori diversi».In questo contesto un ruolo di rilievo è stato riservato alle donne che in India, invece, vivono spesso una posizione marginale. «Tradizionalmente – ha sottolineato ancora Nagothu – le donne sono impegnate in compiti domestici e hanno poche occasioni di lavorare in altri contesti, mentre averle coinvolte nel ruolo di “lavoratrici della conoscenza” nei Villaggi della Conoscenza, ha permesso loro di essere incluse in un modo diverso nella società. In generale le questioni di genere sono state una componente importante del progetto e senza il coinvolgimento delle donne non credo che alcuna strategia o programma di adattamento climatico potranno mai avere successo».
In definitiva il progetto Climadapt, che si è concluso con la conferenza finale dell’11 e 12 maggio a Chennai, può a buon titolo essere considerato un successo da molti punti di vista. Ha ottenuto precisi risultati scientifici con l’individuazione di particolari varietà di riso e nuove metodologie di coltivazione in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici; ha messo a disposizione già ai primi 90.000 agricoltori indiani questi sistemi e ha portato alla nascita di una rete di condivisione delle conoscenze con importanti e positive ricadute sociali.
Soprattutto, però, ha indicato una via percorribile per affrontare i cambiamenti climatici e ha fornito un modello di successo che è stato già esportato in altre aree particolarmente a rischio del pianeta. È il caso di InnovAfrica, il più recente progetto finanziato dalla UE nell’ambito delle iniziative di Horizon 2020, volto a promuovere la sicurezza della disponibiltà di cibo, attraverso l’adattabilità dei piccoli agricoltori africani rispetto ai cambiamenti climatici.

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