Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi: qualcosa si muove

È stata pubblicata il 5 gennaio la CNAPI, ovvero la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee. Quali sono queste aree, perché ci serve un deposito, quali scorie nucleari abbiamo ancora nel nostro Paese e dove si trovano al momento.
Giulia Negri, 19 Gennaio 2021
Micron
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Comunicatrice della scienza

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In Italia abbiamo detto “NO” al nucleare, con due referendum (nel 1987 e nel 2011). Nonostante questo, nel nostro Paese rimangono ancora molti rifiuti radioattivi da trattare, per poter bonificare i siti delle vecchie centrali, e continuiamo a produrre scorie in grado di far ticchettare il contatore Geiger, sia nell’industria che in medicina. Da dove arrivano e quante sono? Ma, soprattutto, dove finiscono?

La soluzione di cui si parla, ormai, da decenni, sembra essere il deposito nazionale, un luogo dove stoccare tutti i materiali radioattivi nell’attesa che decadano fino a non rappresentare più un pericolo per la salute e per l’ambiente. La localizzazione di questo deposito, in Italia, vedrà lo svolgimento di un iter innovativo: per la prima volta vi sarà, per legge, un coinvolgimento effettivo della popolazione nel processo decisionale. Questa scelta deriva dal pessimo esito del tentativo precedente di trovare una sede per il deposito: nel 2003 venne varato un decreto che ne stabiliva la realizzazione a Scanzano Jonico, in Basilicata. L’imposizione ebbe come unico risultato manifestazioni e ricorsi, fino alla modifica del decreto.

Dopo anni di attesa – era pronta dal 2015 -, comunque, è stata finalmente resa pubblica la CNAPI, la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee, che individua 12 aree in classe A1, definite “molto buone”, 11 aree in classe A2, “buone”, 15 aree in classe B, ovvero in zone insulari, meno preferibili a quelle sulla terraferma a causa dei trasporti, e 29 aree in classe C, ovvero quelle in Zona sismica 2 (le altre prese in considerazione sono tutte di Zona 3 e 4). Da nord a sud, i siti presi in esame si trovano in Piemonte, Toscana, Lazio, Basilicata, Puglia, per quanto riguarda l’Italia continentale, e Sardegna e Sicilia per quanto riguarda le isole. Ma proviamo a capire, per ordine, perché abbiamo ancora dei rifiuti radioattivi, perché ci serve un deposito e quali sono stati i criteri di scelta per queste aree.

DA DOVE PROVENGONO LE SCORIE RADIOATTIVE ITALIANE?
Anche se l’Italia non ha un presente e, per l’attuale situazione, probabilmente non avrà un futuro nel nucleare, ha un passato col quale fare i conti: oltre ai rifiuti radioattivi generati durante l’attività, seppur breve, svolta dalle centrali, e da quelli derivanti dal decommissioning, ovvero dal loro smantellamento, vi è una piccola quota di materiali radioattivi prodotta ogni anno da laboratori di ricerca, impianti industriali, ospedali. SOGIN, la Società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, intende costruire un deposito unico sul territorio.

Le attività durante le quali vengono prodotte o utilizzate sono molteplici, di seguito sono riportati i settori principali e alcuni esempi del loro impiego. 

In ricerca si utilizzano isotopi radioattivi in diversi ambiti. Nel settore biomolecolare, biologico e biomedico, per esempio, sono impiegati per sperimentare nuovi processi, marcando alcune molecole per determinarne la presenza. Nel settore ambientale vengono svolte operazioni di radioanalisi con il carbonio, per valutare l’attività di fotosintesi di microorganismi prelevati a varie profondità nei mari e nei laghi. 

In diverse attività industriali si utilizzano sorgenti radioattive sigillate per verificare le saldature e ricercare i difetti in componenti meccanici, per sterilizzare alimenti, per misurare spessori, per calibrare strumenti e per il bilanciamento di superfici mobili. Queste sorgenti trovano applicazione nell’industria cartaria, alimentare, automobilistica e aeronautica. Quando l’usura le rende incapaci di svolgere il proprio compito, devono essere gestite e poi smaltite come rifiuti radioattivi. 

Negli ospedali si utilizzano materiali radioattivi nell’ambito della diagnostica, della terapia e della ricerca medica. La maggior parte di questi decade rapidamente: dopo essere stata stoccata in depositi temporanei (per mesi o al massimo pochi anni), potrà essere smaltita come i rifiuti convenzionali.

DOVE SI TROVANO AL MOMENTO I RIFIUTI RADIOATTIVI IN ITALIA?
I rifiuti radioattivi finora prodotti nel nostro Paese sono custoditi in depositi temporanei, sprovvisti delle specifiche tecniche indispensabili per garantirne contenimento e sicurezza per tutto il tempo necessario affinché cessino di essere un pericolo per l’uomo e l’ambiente. Già alcune realtà hanno presentato delle criticità, come quella di Saluggia in Piemonte e di Statte in Puglia: “la Commissione ha infine esaminato la situazione dei diversi siti, evidenziando alcune criticità più specifiche, come quella del sito di Saluggia, in provincia di Vercelli, dove sono concentrati, in termini di attività, quasi i tre quarti dei rifiuti radioattivi presenti complessivamente in Italia, la maggior parte dei quali, nellimpianto EUREX, ancora mantenuti allo stato liquido, in attesa da decenni di essere solidificati; o come il deposito CEMERAD di Statte, nelle immediate adiacenze di Taranto, dal 2000 affidato in custodia giudiziaria al Comune e che raccoglie, in condizioni di totale inadeguatezza, oltre mille metri cubi di rifiuti radioattivi di prevalente origine ospedaliera, nonché altri rifiuti di diversa natura” (Relazione sulla gestione dei rifiuti radioattivi in Italia e sulle attività connesse, Commissione parlamentare di inchiesta).  

Non tutti i rifiuti del nostro Paese, però, si trovano sul suolo italiano. Dall’Atto n. 3-03220 del Senato della Repubblica, risulta che: laccordo intergovernativo di Lucca del 24 novembre 2006 tra lItalia e la Francia ha previsto 3 date fondamentali: il 31 dicembre 2015 come termine ultimo per la spedizione del combustibile italiano in Francia, sotto riserva per le 15 tonnellate di combustibile MOX (combustibile di ossido misto) di Garigliano, di ottenimento delle autorizzazioni supplementari necessarie al loro trattamento (da parte dellAutorità di sicurezza francese); il 31 dicembre 2018 per la definizione del programma definitivo di rientro dei residui in Italia; il 31 dicembre 2025 come termine ultimo per il completo rientro in Italia dei rifiuti provenienti dal riprocessamento; […] rispetto allaccordo con lUK, 1.600 tonnellate di combustibile irraggiato italiano sono state riprocessate a Sellafield, 920 tonnellate sono relative a contratti anteriori al 1976, mentre 680 tonnellate circa sono relative ai due contratti sottoscritti dallENEL dopo quella data: un contratto del 1979, per combustibile Magnox della centrale di Latina (573 tonnellate), e un contratto del 1980, per combustibile delle centrali di Trino e del Garigliano (rispettivamente 52 e 54 tonnellate circa). Il riprocessamento ha prodotto circa 5.500 metri cubi di rifiuti radioattivi e più precisamente 17,3 metri cubi di rifiuti ad alta attività, 847 metri cubi di rifiuti a media attività e 4.626 metri cubi di rifiuti a bassa attività. Sono questi i volumi che dovrebbero rientrare in Italia;” 

Francia e Regno Unito, con gli stabilimenti industriali di La Hague e Sellafield, sono partner di SOGIN. Da più di 25 anni una serie di contratti intergovernativi ha permesso al nostro Paese di inviare all’estero i materiali più pericolosi generati dal funzionamento dei reattori perché vengano ritrattati: le barre di uranio e plutonio vengono lavorate, si estraggono i materiali ancora utili (per nuovi combustibili o testate atomiche) e quel che resta finisce stoccato in appositi siti. 

Gli accordi internazionali prevedono la restituzione dei materiali riprocessati nel 2025: se per allora il deposito non dovesse ancora essere entrato in funzione, l’alternativa sarebbe lo stoccaggio provvisorio in uno dei depositi temporanei, o il pagamento di penali fino a quando quello definitivo non sarà pronto. 

Anche se ora alcune delle situazioni più precarie sembrano essere state stabilizzate (a Saluggia comunque permangono 300 metri cubi di rifiuti radioattivi liquidi in attesa di essere cementificati, con vari posticipi e appalti che saltano), in ogni caso il Deposito Nazionale permetterebbe di avere un unico luogo deputato allo stoccaggio delle scorie, con standard di sicurezza condivisi che ne aumentino la sicurezza e ne ottimizzino la gestione. Con la sua realizzazione sarà possibile demolire i depositi temporanei in cui sono attualmente accumulati i rifiuti, chiudendo così il periodo nucleare italiano con la restituzione dei siti alle comunità locali per altri usi. In più, la Commissione europea ci ha inviato una lettera di costituzione in mora (ottobre 2020) per non esserci ancora dotati, insieme a Croazia e Austria, di un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi, come prescritto dalle leggi europee. Gli Stati membri erano tenuti a recepire la direttiva entro il 23 agosto 2013 e a notificare per la prima volta alla Commissione i loro programmi nazionali entro il 23 agosto 2015. Inutile dire che siamo in ritardo.

 QUANTI SONO I RIFIUTI RADIOATTIVI IN ITALIA
Secondo l’Inventario Nazionale dei rifiuti radioattivi pubblicato nell’ottobre 2020 dall’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (ISIN), al 31 dicembre 2019 erano stati censiti 31.027,32 metri cubi di rifiuti radioattivi, suddivisi in base all’attività e distinti tra condizionati e non condizionati (per consultare il documento, questo è il link; si sconsiglia la consultazione della sintesi, la cui somma finale è diversa, anche se non di molto, e non comprende diversi dati e considerazioni interessanti per avere un’idea completa dell’entità reale del problema).

A questi si dovrebbero sommare i quasi 65.000 metri cubi stimati provenienti dal decommissioning di tutti gli impianti, e i quasi 60.000 metri cubi legati all’inventario del materiale e dei rifiuti radioattivi derivanti da attività di bonifica (stime ISIN). Se il primo calcolo dovrebbe essere preciso, queste ultime riportate sono, appunto, stime. Per quanto riguarda il materiale proveniente dalla bonifica viene specificato come attività e cubatura siano affette da grande incertezza, trattandosi di rifiuti stoccati in alcuni casi in contenitori metallici, in calcestruzzo, o addirittura ancora in trincee da bonificare. In più, non si fa mai menzione al materiale militare, di cui non si conosce l’entità, citato invece nel rapporto tecnico “Stima dei manufatti di rifiuti radioattivi da conferire al Deposito Nazionale”, pubblicato da SOGIN insieme alla CNAPI, dove viene specificato che verrà stoccato nel Deposito Nazionale.

Per quanto riguarda il decommissioning, SOGIN stima un volume decisamente inferiore, di poco più di 41.000 metri cubi – contro i quasi 65.000 di ISIN -, e non avanza alcuna stima intorno all’entità dei rifiuti radioattivi che saranno prodotti in seguito alle attività di bonifica di contaminazioni accidentali di siti industriali o di impianti di smaltimento di rifiuti convenzionali.

QUALE DESTINAZIONE PER LE SCORIE?
L’Unione Europea (articolo 4 della Direttiva 2011/70) prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro in cui sono stati generati: perciò non è possibile affidarli ad altri Paesi che già dispongono di strutture attrezzate. 

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica dà la seguente definizione di stoccaggio: “collocazione dei rifiuti in una installazione nucleare dove vengono garantiti il controllo, l’isolamento e la protezione dell’ambiente con l’intenzione di recuperarli in tempi successivi.” Per questo le barriere ingegneristiche di protezione ipotizzate per il deposito nazionale saranno realizzate con materiali speciali garantiti per confinare la radioattività dei rifiuti per il tempo necessario al decadimento.

Si tratterebbe di una vera e propria matrioska, a più strati: la prima barriera sarebbe costituita da contenitori metallici (i manufatti), all’interno dei quali i rifiuti radioattivi verrebbero inglobati in una matrice cementizia. I manufatti verrebbero poi inseriti e cementati in moduli di calcestruzzo speciale progettati per resistere 350 anni. Ecco la seconda barriera. E ce n’è una terza: i moduli verrebbero introdotti in celle di cemento armato progettate per resistere 350 anni. Una volta riempite, le celle vengono sigillate e ricoperte con più strati di materiale per prevenire le infiltrazioni d’acqua.

In più, attraverso un sistema di linee di drenaggio sotto ciascuna cella, si assicurerebbe la raccolta e il controllo di eventuali infiltrazioni d’acqua o condensa durante tutte le fasi di vita del deposito. L’acqua, infatti, è il peggior nemico, quando si tratta di rifiuti radioattivi. Le infiltrazioni potrebbero avere un effetto corrosivo sui contenitori delle scorie. Una volta entrata, l’acqua, ora radioattiva, potrebbe anche riuscire a uscire, contaminando l’ambiente esterno e le falde.

Dalle planimetrie del progetto risulta che il deposito dovrebbe occupare 110 ettari, più 40 il parco tecnologico, per un totale di un chilometro quadrato e mezzo.

QUALI SONO I CRITERI PER LA SCELTA DEI SITI?
“In ottemperanza al Decreto Legislativo n. 31 del 15 febbraio 2010 e ss.mm.ii. Sogin ha elaborato la proposta di Carta delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) tenendo conto in modo vincolante dei criteri d’esclusione e di approfondimento definiti nella Guida Tecnica n. 29 (GT29) dell’ISPRA ed utilizzando, per quanto possibile, dati pubblici validati e omogenei sul territorio nazionale.” Questo è quanto si legge nella relazione tecnica “Procedura operativa Sogin per la realizzazione della CNAPI”. I criteri di esclusione sono 15, per scartare le aree del territorio nazionale le cui caratteristiche non permettono di garantire piena rispondenza ai requisiti di sicurezza a tutela dell’uomo e dell’ambiente. Quelli di approfondimento 13, per valutare in dettaglio le aree individuate a seguito dell’applicazione dei criteri di esclusione. I criteri di approfondimento verranno poi utilizzati anche per la pianificazione delle indagini tecniche.

In sintesi, sono escluse le aree sismiche, vulcaniche, quelle naturali protette e le aree caratterizzate da instabilità geologica, sopra i 700 metri di altitudine o con pendenze troppo ripide dei versanti, troppo vicine al mare o ad aree abitate, autostrade, linee ferroviarie, attività industriali a rischio di incidente rilevante, dighe e sbarramenti idraulici artificiali, aeroporti o poligoni di tiro militari operativi.

Nelle fasi di localizzazione devono essere valutati vari aspetti geologici e idrogeologici, strutturali, chimici, meteo-climatici, oltre alla presenza di habitat e specie animali e vegetali di rilievo conservazionistico, di produzioni agricole di particolare qualità e tipicità e luoghi di interesse archeologico e storico o infrastrutture critiche, oltre alla disponibilità di vie di comunicazione primarie e infrastrutture di trasporto.
Per chi volesse approfondire i criteri, questo è il link alla guida. In ogni caso, sul sito del Deposito Nazionale si può scaricare tutto il materiale, compresa l’analisi dettagliata di ogni area presa in esame.

Al momento, tra i siti ritenuti migliori, ce ne sono cinque in provincia di Alessandria (Comuni di Alessandria, Bosco Marengo, Castelletto Monferrato, Frugarolo, Fubine, Novi Ligure, Oviglio, Quargnento), due in provincia di Torino (Comuni di Caluso, Carmagnola, Mazzè, Rondissone) e cinque in provincia di Viterbo (Comuni di Canino, Corchiano, Montalto di Castro, Vignanello).

 E ADESSO COSA SUCCEDE?
Ora che la CNAPI è stata pubblicata insieme al Progetto Preliminare del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico e alla relativa documentazione, dopo il via libera da parte dell’ente di controllo ISIN (ex ISPRA) e del successivo nulla osta dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente, si apre la fase della consultazione pubblica. In questi 60 giorni “le Regioni, gli enti locali e i soggetti portatori di interessi qualificati potranno formulare osservazioni e proposte tecniche in forma scritta e non anonima”, tramite PEC o un portale apposito. Entro 120 giorni dalla pubblicazione si terrà il seminario nazionale. In questa sede saranno invitati a partecipare ISIN, enti locali, associazioni di categoria, sindacati, università, enti di ricerca, tutti gli stakeholder per approfondire gli aspetti tecnici, la rispondenza delle varie aree ai criteri della Guida Tecnica n. 29 dell’ISPRA, la sicurezza dei lavoratori, della popolazione e dell’ambiente e i possibili benefici economici e di sviluppo territoriale connessi alla realizzazione dell’opera.

A questo punto, SOGIN raccoglierà le osservazioni trasmesse e stenderà una seconda carta, la CNAI, Carta Nazionale delle Aree Idonee, che dovrà nuovamente passare al vaglio dell’ente di controllo (prima era ISPRA, ora ISIN) e dei ministeri dello Sviluppo economico, dell’Ambiente e dei Trasporti. La CNAI sarà quindi una versione approfondita della CNAPI. Una volta approvata, si aprirà una fase di confronto, in cui verranno accolte le manifestazioni di interesse, volontarie e non vincolanti, da parte delle Regioni e degli enti locali il cui territorio ricade anche parzialmente nelle aree idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico.

Nel caso – purtroppo verosimile – in cui non dovessero essere avanzate manifestazioni d’interesse, SOGIN dovrà promuovere trattative bilaterali con le Regioni nel cui territorio ricadono le aree idonee, e nel caso di ulteriore insuccesso verrà convocato un tavolo interistituzionale. A seguito di ulteriori indagini tecniche per individuare il sito definitivo del Deposito Nazionale, l’ente di controllo ISIN dovrà esprimere il proprio parere vincolante rispetto alla conferma finale dell’idoneità dell’area. A quel punto il Ministero dello Sviluppo Economico individuerà il sito con un proprio decreto, anche nel caso in cui tutte le iniziative volte a raggiungere un’intesa dovessero fallire. Quanto successo in passato, sia per il Deposito Nazionale che per altre infrastrutture, non sembra deporre a favore di una riuscita pacifica e indolore, in quest’ultimo malaugurato caso.

Una volta individuato il sito, comunque, la costruzione dovrebbe durare circa quattro anni. Il deposito ospiterà in maniera definitiva i rifiuti di attività bassa e molto bassa destinati allo smaltimento in superficie. Si tratta di scorie che dimezzano la loro “carica” radioattiva in tempi inferiori a 30 anni, rappresentano oltre il 90% dei rifiuti prodotti dalle attività nucleari tipiche di un paese industrializzato e una volta inglobati nel calcestruzzo e ulteriormente protetti dalla barriera naturale costituita dalla geologia del sito, possono rimanere isolati in sicurezza per i circa 300 anni necessari al loro decadimento. In questo caso, si tratta di un tempo compatibile con la vita di progetto delle barriere ingegneristiche, perciò ci si può affidare a strutture artificiali.

Per quanto riguarda i rifiuti di media e alta attività, invece, i tempi di riferimento sono dell’ordine delle centinaia di migliaia di anni: serve qualcosa di più stabile e duraturo dell’opera dell’uomo, a una profondità tale (varie centinaia di metri) da proteggerli anche da intrusioni volontarie o accidentali su lunghe scale temporali. In attesa dell’individuazione di un sito comune europeo per stoccarli all’interno di formazioni geologiche stabili e impermeabili (giacimenti di salgemma, formazioni argillose e granitiche), verranno posti nel Deposito Nazionale. Nella relazione tecnica “Complesso Stoccaggio Alta attività Relazione descrittiva generale”, si legge: “il Complesso Stoccaggio Alta attività avrà la funzione di ricevere i manufatti di rifiuti solidi radioattivi ad alta attività derivanti dall’esercizio e smantellamento delle centrali e impianti nucleari, dai centri industriali e di ricerca, dalle attività mediche di terapia e diagnostica e di stoccarli in sicurezza per un tempo massimo di 50 anni.”

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