Di scienza, di clima e di belle addormentate

Se il primo dovere dei giornalisti è quello di difendere il diritto all’informazione, forse rispetto ai temi ambientali e scientifici qualcosa non sta funzionando a dovere.
Simona Re, 23 Settembre 2019
Micron
Micron
Giornalista scientifica

“Some people have chosen not to listen to us. And that is fine. We are after all just children. You don’t have to listen to us, but you do have to listen to the united science, the scientists, and that is all we ask; just unite behind the science”.
Discorso di Greta Thunberg all’Assemblea Nazionale francese, 23 luglio 2019

Ci siamo abituati alla devastazione della foresta amazzonica e agli sbarchi dei migranti, all’estinzione dell’orso polare e alle balene spiaggiate uccise dalla plastica. Nelle ultime settimane abbiamo assistito ai devastanti incendi in Alaska e Siberia, lo scioglimento del permafrost e dei ghiacciai alpini. Lo scenario sembra quello di un film di fantascienza. Eppure, gli appelli e gli allarmi degli scienziati fanno la loro comparsa di tanto in tanto sui media nazionali, senza destare troppo scalpore. Tanto tra i politici e i cittadini, quanto tra i giornalisti stessi.

La generale indolenza dell’opinione pubblica rispetto alle catastrofi ambientali, del resto, non è che la punta dell’iceberg. Quello dell’ambiente infatti è solo uno tra i molti scottanti temi scientifici pressoché ignorati dal grande pubblico e dai media. Se il primo dovere dei giornalisti è quello di difendere il diritto all’informazione, forse, nel nostro giornalismo, qualcosa non sta funzionando a dovere. Ne abbiamo parlato con Michele Bellone, giornalista scientifico e curatore editoriale di Codice Edizioni, e con Marco Cattaneo, fisico e giornalista, direttore delle riviste Le Scienze e National Geographic.

Il tema del riscaldamento globale ben esemplifica il generale disinteresse dell’opinione pubblica (italiana e non solo) nei confronti delle questioni scientifiche. Come affermano gli esperti, il cambiamento climatico e gli imprevedibili sconvolgimenti ambientali, economici e sociali a cui stiamo andando incontro produrranno un enorme impatto sulla vita di ognuno di noi. Generazioni presenti, e generazioni future.

Tuttavia, fatto salvo per scienziati e attivisti, la nostra società sembra ancora lontana dal raggiungere la necessaria consapevolezza di quanto sta succedendo. I motivi che ci portano ad accantonare un problema che non ci piace sono tanti. «Nella società del benessere, il cambiamento climatico è percepito da molti come una minaccia troppo grande, troppo lontana, e che richiede cambiamenti troppo drastici rispetto ai nostri standard di vita. A questi bias cognitivi si somma poi l’influenza dell’approccio politico, delle idee filosofiche e religiose, e quindi di tutti quei fattori che contribuiscono a consolidare le nostre filter bubble» spiega Michele Bellone. «Penso che la grande sfida della comunicazione scientifica sia bucare queste bolle, e per fare questo è necessario che chi si occupa di comunicazione impari a rivolgersi anche a chi la pensa diversamente. Se si vuole diffondere un messaggio, non basta predicare al coro, cioè rivolgersi a chi è già convinto».

La gravità della questione climatica potrebbe essere uno stimolo sufficiente per superare, finalmente, il vecchio e noto cliché degli “scienziati poco avvezzi a farsi capire”. Per riuscire nell’intento, in un mondo in cui i canali e le modalità di comunicazione cambiano tanto velocemente, quello che è richiesto alla comunicazione della scienza è la capacità di stare al passo con i tempi. Secondo Bellone «La divulgazione scientifica dovrebbe adattarsi ai modi in cui le persone si informano, e quindi dovrebbe passare sempre più anche attraverso piattaforme come Instagram e Youtube, perché è lì che comunicano le nuove generazioni, ed è soprattutto a queste che dovremmo rivolgerci. Abbiamo bisogno di nuovi stili e di nuove modalità di narrazione». E aggiunge: «Per garantire la comunicazione efficace di un tema scientifico importante e che ha delle caratteristiche di emergenza, quello che ci vuole è un lavoro di squadra di scienziati e comunicatori, che coinvolga sia i grandi nomi sia gli esordienti. Serve riunirsi e ragionare insieme. Serve chi è bravo a fare ricerca e chi a raccontarla, chi sa sviluppare strategie di comunicazione, e chi è bravo a creare eventi a cui quelli che sanno comunicare possano partecipare». Queste potrebbero essere le strategie chiave per assicurare una più degna necessaria attenzione dell’opinione pubblica al mondo della scienza: un ritrovato coraggio nello sperimentare nuovi modi di comunicare, e un fervido lavoro di squadra di scienziati e comunicatori. Tuttavia, per quanto la comunità scientifica possa reinventare il suo approccio con il pubblico, con questo passo arriveremmo solo a metà strada. Per garantire una corretta informazione in tema di scienza serve un’efficace alleanza tra scienza e giornalismo e, quindi, uno sforzo da entrambe le parti.

Nulla può la chiarezza della comunicazione se a mancare, in un dialogo, sono gli interlocutori. A questo proposito, le principesse del giornalismo italiano, da lungo tempo sopite, necessiterebbero un deciso risveglio. Per molti italiani, le notizie su tv e giornali che parlano di ambiente e di scienza sono da considerarsi in genere come delle curiosità. Scoperte e aneddoti curiosi, e non indispensabili, che in ordine di lettura possono attendere il loro turno dopo la cronaca, la politica, lo sport e l’oroscopo. Magari aspettando un caffè.

È in questo ecosistema mediatico tanto sicuro e consolidato che ha fatto capolino, lo scorso ottobre, la pubblicazione del famoso report dell’IPCC “Global Warming of 1.5 °C”. Le reazioni della stampa e dei telegiornali all’annuncio della crisi climatica sono state a dir poco stravaganti. Dopo una fase di generale indifferenza, è stata la volta del chiacchiericcio, e quindi del negazionismo e delle accuse a Greta Thunberg. Ora, a fronte di ondate di calore, incendi anomali e scioglimento dei ghiacciai, le conseguenze macroscopiche del cambiamento climatico sono raccontate al pari di eventi straordinari quanto isolati e occasionali, e quello che succede lontano dai nostri occhi è mormorato con una sorta di insano e irrazionale distacco.

A essere onesti, ciò che spesso manca è il chiaro riconoscimento della causalità degli eventi legati al cambiamento climatico, ovvero quella chiave di lettura indispensabile per suscitare nel pubblico una reale presa di coscienza del problema, nel rispetto del più alto degli scopi del giornalismo: difendere il diritto all’informazione. A tutti gli effetti.

Così, mentre The Guardian e New York Times parlano di crisi climatica e di possibili soluzioni, mentre gli attivisti nel Regno Unito scendono in piazza e il loro parlamento dichiara l’emergenza climatica, nel belpaese siamo presi a parlare di negazionismo climatico, flat tax e di messa in discussione dell’allunaggio. Quanto a sensibilizzazione degli italiani, basti pensare che le firme per salvare l’orso M49 superano di sei volte quelle raccolte dalla più importante petizione degli scienziati italiani sul cambiamento climatico.

Come ha affermato al Tg3 il fisico Roberto Buizza, promotore della petizione “Il riscaldamento globale è di origine antropica”, «La gente va informata correttamente su quello che sappiamo, su quello che dicono le osservazioni, su quello che la scienza ci dice; perché il problema è urgente, e va risolto. E se non passiamo informazioni corrette, il rischio è che si vada in direzioni sbagliate».

Perché dunque i media dovrebbero ignorare e distorcere notizie tanto importanti? Perché le critiche alla Thunberg risuonano più del suo importante messaggio? Il punto è che nei nostri giornali e tg non esiste una sezione dedicata a notizie di questo tipo. Non c’è spazio per l’IPCC, non c’è spazio per la Thunberg. Meglio, quindi, trasformare il tutto in gossip e in contenuti di cronaca, hanno pensato in molti. «Nella comunicazione dell’informazione scientifica, le lacune di quotidiani e telegiornali italiani sono pazzesche» afferma Marco Cattaneo. «Mancano di un approccio sistematico e della benché minima specializzazione. I nostri giornalisti, abituati a fare informazione solo attraverso le ‘notizie’, trattano da sempre la scienza come un tema di nicchia, a cui vale la pena di rivolgere l’attenzione soltanto quando fa spettacolo. Per le tematiche grandi e di ampio respiro, come quella del cambiamento climatico, la notizia non c’è tutti i giorni. Ma questo non toglie il fatto che bisognerebbe dare continuità a questo tipo di informazione».

Ma, forse, qualcosa piano piano sta cambiando. A suggerirlo è la recente adesione del quotidiano la Repubblica al progetto internazionale Covering Climate Now. L’iniziativa, promossa da The Nation e Columbia Journalism Review in collaborazione con The Guardian, punta a riunire i media da tutto il mondo, grandi e piccoli, nel comune obiettivo di fornire al pubblico una maggiore informazione sul tema dell’emergenza climatica, in vista del prossimo Climate Action Summit delle Nazioni Unite, che si terrà il 23 settembre a New York. «Unirsi a grandi testate internazionali in un’iniziativa di questo genere è un’opportunità molto importante. Una scelta genuina come questa, lontana dagli obiettivi di profitto in termini economici e di audience, suggerisce che c’è un’avanguardia che ha preso coscienza del problema» sostiene Marco Cattaneo.

Ma è solo una questione di clima? Il cambiamento climatico in verità è una utile lente di ingrandimento su un problema ancora più grande. Ci spostiamo da un capo all’altro del pianeta in poche ore senza renderci conto dell’impatto ambientale prodotto dal nostro volo. Clicchiamo contenuti digitali di ogni sorta dal nostro smartphone senza avere idea di quale uso sarà fatto dei nostri dati. Riempiamo le buste della spesa di zuccheri, grassi e cibi industriali, senza conoscerne gli effetti sulla nostra salute. Per non parlare, poi, dell’abuso di farmaci. Viene da chiedersi: se passano inosservate notizie di primaria importanza come quelle legate all’emergenza climatica, come viene raccontato oggi il resto dell’informazione? Cosa ne è, in generale, delle notizie di natura scientifica che riguardano la nostra salute e sicurezza?

In passato, si è visto, per discutere di temi come aborto, cellule staminali, fecondazione assistita, OGM e nucleare, sono state scomodate la politica, la filosofia, la religione e gli opinionisti. In sostanza, di tutto si è parlato agli italiani, tranne che di fatti e di evidenze scientifiche. Le pecche del giornalismo “generalista” nei confronti della scienza, dunque, sembrano andare anche oltre la mancanza di spazi sui quotidiani. Spiega Cattaneo «È innanzitutto una questione di metodo. In Italia, specialmente in tv, tutto ciò che riguarda tematiche scientifiche che hanno importanti ricadute sociali è discusso con la stessa logica che si applica alla cronaca e al dibattito politico. Cioè polarizzandosi su posizioni “politiche” di principio rigide e sostanzialmente inconciliabili. E questo è un errore drammatico. Come dicono gli americani, stay to the facts. Questo dovrebbero imparare i nostri giornalisti».

Le discussioni sull’origine antropica del riscaldamento globale sono un chiaro esempio. «Davanti a tremila prove, non puoi rispondermi con delle fantasie tutte tue. Devi portarmi tremila, e uno, prove» afferma Marco Cattaneo, e conclude: «Sarebbe ora che molti giornalisti si rendessero conto che hanno una responsabilità sociale, e non solo un posto da difendere. In un paese libero e democratico, l’informazione deve essere uno strumento al servizio delle persone, capace anche di andare contro pensieri politici dominanti. Perché altrimenti perde completamente la sua funzione. E la sua funzione, quando si parla di argomenti come il cambiamento climatico, è né più né meno quella di fare informazione con un senso di responsabilità».

Di questo parla oggi la comunicazione della scienza. Di clima, e di principesse addormentate. La strada da fare è molta. I temi sui cui i cittadini andrebbero meglio informati, ben raccontati da un gruppo di scienziati italiani nel Libro Bianco del Gruppo 2003, sono più d’uno. Ambiente, cybersecurity, sistema sanitario, alimentazione e altro ancora. Si tratta di questioni non più rimandabili. Come afferma l’importante editoriale pubblicato lo scorso 7 agosto sulla rivista Nature, alla luce dei recenti gravi attacchi di alcuni governi (dal Brasile agli USA, dall’Ungheria all’India e alla Turchia) diretti al mondo della ricerca e agli stessi scienziati, per gli esperti è urgente trovare nuovi modi per far sentire la loro voce. Le torri di avorio devono diventare presto storia del passato. Per un’efficace comunicazione della scienza, come suggeriscono Marco Cattaneo e Michele Bellone, servono un nuovo metodo, spirito di iniziativa, nuove alleanze e, soprattutto, senso di responsabilità.

“L’allarme di Mattarella: ‘Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale’” (la Repubblica, 12 marzo 2019). “Milano sarà calda come Dallas. Il clima e le città nel 2050” (Corriere della Sera, 11 luglio 2019). “Allarme clima, mangiare meno carne per salvare il pianeta” (Il Sole 24 Ore, 8 agosto 2019). “Vogliamo il governo del cambiamento climatico!” (Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2019). Questa è l’informazione di cui oggi abbiamo bisogno. Perché se di allarme si tratta, come tale va trattato. Facendo conoscere bene, e presto, il problema e le sue possibili soluzioni.

Un giornalismo stagnante, riluttante alle trasformazioni del suo tempo e cieco di fronte alle grandi sfide dell’umanità, e di una nazione, non è una bella addormentata. È addormentato e basta. O chissà che, tra alti e bassi, non si stia finalmente risvegliando.

Commenti dei lettori


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  1. piero balzan
    Mi è venuta in mente la conferenza “ROME2015 – SCIENCE SYMPOSIUM on CLIMATE” e la polemica tra Della Volpe e Rampichini con il primo che, dopo un aspro scambio di opinioni, dice al secondo: "non so quale autorevolezza possano avere scienziati comunque bravi che NON siano climatologi e che dicano cose contrarie", poi vado all'elenco Società e Associazioni Scientifiche Nazionali che hanno partecipato all’organizzazione dell’evento e trovo, tra le altre, Associazione Geofisica Italiana, Associazione Italiana degli Economisti dell’Ambiente e delle Risorse naturali, Associazione Teriologica Italiana, Coordinamento delle Associazioni Tecnico-scientifiche per l’Ambiente ed il Paesaggio, Commissione Oceanografica Italiana, Fondazione Lombardia Ambiente, Gruppo italiano di Idraulica, Historical Oceanography Society, Società Italiana di Economia Agraria, Unione delle Accademie di Agricoltura. Tutti questi possono definirsi climatologi nel senso attribuito al termine da Della Volpe? Mi pare di no eppure sono 11 delle 14 associazioni che hanno partecipato all'evento con la Società italiana di Fisica che non ha sottoscritto il documento finale. Se questo è il clima nel mondo della scienza non stupisce che la gente preferisca ascoltare una ragazzina che non sarà una climatologa ma è dalla parte giusta della barricata, giusta politicamente intendiamoci perchè mi rimangono seri dubbi sull'origine antropica del riscaldamento. Non so, mi sembra tutto così surreale...
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