Dispersione scolastica. In Italia è scesa al 15% ma manca ancora una strategia

In Italia si sono registrati significativi miglioramenti: la percentuale dei giovani che abbandona precocemente la scuola, non conseguendo diplomi di secondo grado, né attestati di formazione professionale, è scesa dal 19,2% nel 2009 al 15% nel 2014. Il fenomeno dell’abbandono scolastico però è ancora fortemente correlato alla condizione di povertà e all’esclusione sociale, un dato quest’ultimo, che accomuna tutti i paesi a livello globale, anche se in lento e continuo calo.
Tina Simoniello, 14 Aprile 2016
Micron
Micron
Giornalista freelance

La buona notizia è che in Italia la scuola si abbandona meno che nel passato: la percentuale dei giovani che evade le aule scolastiche prima di conseguire il diploma di secondo grado o un attestato di formazione professionale è scesa dal 19,2% del 2009 al 15% nel 2014.
La notizia diciamo scontata, o almeno intuibile, è che da noi come nel resto d’Europa a esclusione del solo Regno Unito, quelli che lasciano la scuola sono soprattutto giovani immigrati: dove soprattutto, per quanto riguarda il nostro Paese significa più del doppio. In Italia il tasso di abbandono degli alunni stranieri è del 34,4% contro il 14,8 degli studenti italiani.
La cattiva notizia è che nonostante i passi avanti (oltre 4 punti percentuali in 5 anni) siamo in ogni caso sopra la media europea, che è per gli immigrati pari al 22,7% e per gli italiani all’11%.
Questi sono alcuni dei dati riportati dall’ultima edizione della pubblicazione annuale curata da Eurydice Italia dal titolo: “La lotta all’abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione: Strategie, Politiche e Misure”  che analizza dettagliatamente il fenomeno dell’abbandono scolastico nella fascia d’età che va dai 18 ai 24 anni.

ABBANDONO SCOLASTICO, QUESTIONE INDIVIDUALE…
Che l’abbandono precoce dei percorsi di istruzione porti con sé un evidente svantaggio dovuto a un maggior rischio di disoccupazione, di impieghi con minori garanzie e diritti, di lavori più spesso part-timee malpagati, è chiaramente scritto nel rapporto europeo, nonché, anche qui facilmente intuibile. È la misura dello svantaggio che probabilmente è meno scontata: nel 2013 il tasso di disoccupazione giovanile complessivo non superava il 23,5 per cento, ma il tasso di disoccupazione tra i giovani europei che avevano abbandonato precocemente la formazione era del 41%: poco meno del doppio.
Ma non finisce qui: chi cade nel drop out non soltanto può aspirare a lavori meno tutelati e meno pagati (con quel che ne consegue per esempio sul fronte della salute: esistono fior di studi che mettono in relazione diretta bassi guadagni e peggiore stato salute), ma ha anche minori chance di accedere alla cosiddetta formazione permanente. In altri termini, non solo parte meno qualificato ma continua ad esserlo negli anni, riducendo così ulteriormente le opportunità di accesso a un mercato del lavoro sempre più esigente di performance e specializzazione.
Ma nessuno si senta escluso: l’abbandono scolastico impatta notevolmente sui destini dei singoli.
Ma non solo sui loro. Il drop outfa male alle società intere e alle loro economie. Più istruzione – ci ricorda il rapporto – significa minore criminalità, maggiore coesione sociale. E costi pubblici minori, produttività maggiore e maggiore crescita. I giovani che abbandonano precocemente l’iter formativo tendono a dipendere dai programmi di sostegno sociale, che paghiamo tutti con le tasse, e sono più a rischio di povertà e esclusione, e quindi di criminalità. Per non dire, più semplicemente, che maggiore disoccupazione determina minore crescita economica e minore gettito fiscale.

CHI ABBANDONA LA SCUOLA IN EUROPA?
Secondo la Commissione europea, i più svantaggiati economicamente e socialmente e chi ha genitori con un basso livello di istruzione sono chiaramente quelli che finiscono più spesso del drop out.
In media nei 28 Stati membri dell’Ue su 100 bambini con genitori con basso livello di istruzione 60 sono a rischio di povertà ed esclusione sociale.
Questo significa che quei 60 minori lasceranno la scuola precocemente? Non è detto, tuttavia è chiaro che si tratta di bambini più a rischio degli altri. La percentuale più ampia di ragazzi e ragazze con meno di 18 anni a rischio di povertà e esclusione sociale con genitori poco istruiti vive in Europa centro-orientale (esclusa Polonia Estonia, Lettonia,e Slovenia), un’area dove si registrano percentuali di rischio esclusione sociale anche del 75 per cento.
Fatto salvo per il Regno Unito, come si diceva, in Europa gli studenti nati all’estero che abbandonano precocemente i percorsi di istruzione e formazione sono la maggioranza. I tassi sono particolarmente alti in Grecia, Spagna e qui da noi, in Italia, dove il tasso di abbandono degli alunni stranieri supera il doppio di quello registrato tra gli studenti italiani. Per gli studenti immigrati o nativi ma figli di immigrati, oltre alla segregazione socioeconomica giocano probabilmente un ruolo- dicono gli esperti – le barriere linguistiche e culturali e una limitata possibilità di accesso a sostegni per l’apprendimento.
In Europa i maschi disertano le aule scolastiche più delle femmine (13,6% contro 10,2%) ma man mano che la situazione socioeconomica delle famiglie migliora, la differenza nei tassi di abbandono precoce tra i due sessi si riduce.
L’Italia, insieme a Cipro, Estonia, Spagna, Lettonia, Portogallo e Islanda, è un paese a forte disparità di genere: il nostro tasso di abbandono maschile è pari al 20,2%, quello di abbandono femminile è del 13,7%. La maggiore propensione all’abbandono scolastico da parte degli alunni di sesso maschile è particolarmente evidente nelle aree più disagiate della Penisola.

L’ITALIA MANCA DI UNA STRATEGIA GLOBALE CONTRO IL DROP OUT
La Commissione europea ha intenzione di portare l’abbandono scolastico al di sotto del 10% entro il 2020 in tutti i paesi dell’Unione. Molti, per raggiungere l’obiettivo, hanno già elaborato strategie che prevedono più attori contemporaneamente impegnati nell’elaborare e attuare politiche di prevenzione e di compensazione del fenomeno drop out. Noi? Leggiamo sul sito di Indire l’Istituto nazionale documentazione, innovazione, ricerca innovativa, nonché braccioitaliano di Euridice: «L’Italia, a differenza di altri Paesi, le politiche e le misure per contrastare l’abbandono precoce non sono ancora inserite in una strategia globale, anche se sono state intraprese alcune iniziative per riunirle in un unico framework e si sta cercando di rafforzare la cooperazione con i vari soggetti interessati (famiglia, alcuni ministeri, enti locali e associazioni del terzo settore). Importanti sono le misure sistemiche che ruotano attorno all’obiettivo dell’inclusione, come l’innalzamento dell’obbligo di istruzione e formativo, l’istituzione del sistema nazionale delle anagrafi degli studenti, il riordino del sistema di istruzione e formazione professionale con la definizione di organici raccordi tra i percorsi degli istituti professionali e i percorsi regionali, fino alla riorganizzazione dell’istruzione degli adulti, senza tralasciare la speciale attenzione che il nostro Paese ha rivolto da sempre all’educazione e alla cura della prima infanzia».

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