Dottorato negli USA: consigli (e difficoltà) di chi lo ha fatto prima di te

Siamo arrivati all’ultimo capitolo della nostra guida al Ph.D. negli USA. I quattro dottorandi e ex dottorandi che ci hanno accompagnato in questo viaggio dispensano gli ultimi consigli, raccontando anche le difficoltà incontrate nel corso della loro esperienza.
Stefano Porciello, 20 Agosto 2018
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

Quali sono le qualità di un buon professore? Come dovrebbe essere un dottorato, perché sia efficace? Quali sono le difficoltà che potreste incontrare andando a fare il Ph.D. negli USA? Se vi state ancora facendo domande sul dottorato negli Stati Uniti, in questo articolo proveremo a darvi gli ultimi consigli a partire dalle parole di chi si è già trovato nelle vostre condizioni. Si chiude così il nostro viaggio negli Stati Uniti: tra due settimane torneremo in Europa per esplorare il mondo del Ph.D. nel Regno Unito.

CERCATE UN ADVISOR PIÙ CHE UN’UNIVERSITÀ
Lo abbiamo già accennato, ma più che dal nome dell’università, la qualità del vostro Ph.D. dipenderà dalle persone e dal gruppo di ricerca con cui lavorerete. Per questo motivo, se potrete scegliere il laboratorio in cui fare il dottorato dovreste cercare un advisor, un professore, che faccia al caso vostro. È qui che il gioco diventa davvero complicato, perché come spiega Francesco Restuccia, «un bravo professore non è detto che sia un bravo advisor. Soprattutto un bravo professore non è detto che ti aiuti dal punto di vista accademico». Per Francesco, un buon advisor è qualcuno che riesce a prepararvi anche per quel che verrà dopo il dottorato: la carriera nella ricerca o nell’accademia. E quindi deve essere qualcuno che «ti fa pubblicare in posti buoni; ti segue; ti fa conoscere persone chiave in varie conferenze, in varie riviste – diciamo – ti forma e ti prepara dal punto di vista accademico». Perché un buon dottorato, secondo lui, è quello «in cui impari tanto, pubblichi tanto, e fai tante connessioni».
Il suo consiglio, visto che investirete nel Ph.D. almeno 4 o 5 anni della vostra vita, è di non accettare qualsiasi offerta, ma di farlo «innanzitutto su un argomento che vi piaccia, e soprattutto con un professore che pubblica molto». Anche perché un ricercatore già affermato potrebbe non avere lo stesso interesse di un giovane nel coltivare i suoi studenti e nel farli pubblicare. La scelta dell’advisor influenzerà anche il metodo con cui sarete guidati durante il Ph.D. «Puoi avere capi di laboratorio giovani, che ti stanno molto di più col fiato sul collo, guardano quanto lavori, e questo di dà un aiuto perché ti dà struttura», dice Luca Parolari: «Un giovane deve arrivare alla posizione di professore e il suo successo dipende da te». Il vostro lavoro quotidiano potrebbe essere molto diverso se invece, come è successo a lui, lavorerete con un professore già affermato, che magari ha molti impegni istituzionali e sarà meno presente. Il Principal Investigator del suo laboratorio gli lascia molta libertà d’azione, permettendogli di alternare periodi di lavoro intensi con altri più leggeri. La responsabilità di portare avanti le ricerche e di laurearsi in tempo dipenderà, in questo caso, dalla forza di volontà e dalle vostre capacità organizzative.

LE ESPERIENZE ALL’ESTERO SONO FONDAMENTALI
«Non serve fare promesse di essere in gamba. Bisogna dimostrarlo», dice Francesco Sciortino dalla sua stanza al MIT parlando di come presentare una domanda di dottorato competitiva. «Le esperienze di ricerca estive – o in qualunque periodo dell’anno – sono la chiave, molto più dei voti universitari, che comunque devono essere adeguati. Aver già ottenuto delle prove tangibili delle proprie capacità nella ricerca – e della propria forza di volontà – è fondamentale», racconta.
Chi ha davvero la voglia di mettersi in gioco ha almeno due alleati per costruirsi un curriculum attraente, quello che Luca Parolari chiama “un pedigree”: le borse dell’UE e il sistema universitario italiano. «L’Erasmus è un progetto fantastico, secondo me l’iniziativa più lungimirante dell’Unione Europea per costruire un’unità culturale e sociale. Ovviamente la borsa di studio è irrisoria, nel senso che ti danno 200 euro al mese, che – insomma – costava 800 euro solo la stanza a Parigi; però l’opportunità è quella dello scambio», racconta Luca, che proprio da Parigi ha iniziato il suo percorso di ricerca verso il Ph.D. negli Stati Uniti. «Ho approfittato del fatto che l’università in Italia ti lascia un po’ preda di te stesso. Nel mio caso mi ha dato la possibilità di stare via per due anni senza che nessuno si facesse la domanda di dove io fossi. E di tornare a fare i miei esami e continuare il curriculum ufficiale».

SHOCK CULTURALI E ALTRE DIFFICOLTÀ
Potrà sembrarvi un’esagerazione, ma la differenza culturale tra USA e Italia è molto più forte di quella che potreste aspettarvi. Grazie a film, libri e serie tv abbiamo quasi l’impressione che “l’America” sia un luogo familiare e che conosciamo abbastanza bene, ma non è così. Negli Stati Uniti etica, lavoro, religione, politica, la vita privata stessa delle persone (i rapporti professionali e di vicinato, per esempio) sono molto diversi rispetto a qui. E non deve stupire che spesso chi ci si è trasferito ci metta in guardia contro la possibilità di uno shock culturale.
Poi ci sono convinzioni difficili da eradicare. Francesco Sciortino, prima di ricevere l’offerta del MIT e visitarne il campus, era molto scettico sulla possibilità di trasferirsi negli USA. Tra le sue principali difficoltà c’è stata il «superare i miei pregiudizi verso gli Stati Uniti. Eppure, vedere con i propri occhi è sempre diverso dall’ascoltare i pregiudizi di altri che non hanno visto», puntualizza. Molti expat sono entusiasti sin dal primo incontro con la cultura americana, ma dovete mettere in conto che la vostra relazione con gli Stati Uniti potrebbe non andare in questo modo.
Tra l’altro, potreste ritrovarvi in un ambiente molto competitivo: soprattutto nelle università più conosciute, la pressione psicologica si fa sentire nonostante i servizi di supporto a disposizione di studenti e ricercatori, e dovrete sopportare più di una delusione. Iniziare un dottorato negli USA è un cambiamento radicale della vostra quotidianità, e significa anche mettere in gioco futuro e carriera ad un altro livello rispetto quanto avete già fatto all’università: fallire un esame, non sentirsi all’altezza, farsi travolgere dalla paura di venir esclusi dal corso saranno delle «bastonate», come le ha chiamate Francesco Sciortino, che dovrete essere in grado di sopportare.
Un’altra cosa da non sottovalutare è un dato di fatto così macroscopico, così ovvio, che potreste non pensarci: gli Stati Uniti sono dall’altra parte del mondo. I collegamenti con l’Italia sono costosi, e il fuso orario rende comunque difficile mantenere i contatti con amici e familiari. «Essere a sei ore di differenza significa che o parlo con loro durante la mia giornata lavorativa oppure alle 8 di mattina, perché durante la mia sera, loro non sono disponibili», racconta Francesco.
Tra le ultime cose da prendere in considerazione quando vedrete l’offerta di dottorato – e saprete, tolte le tasse, quale stipendio avrete a disposizione – è il costo della vita, e in particolare quello dell’affitto. New York, ad esempio, è la città più costosa di tutto il Nord America, ma anche Boston e San Francisco – mete molto ambite per chi si trasferisce per un dottorato negli USA – non sono affatto “cheap”.

DOVE REPERIRE INFORMAZIONI E CONSIGLI PER UN DOTTORATO IN USA
Lo abbiamo già scritto: per scoprire come fare un Ph.D. in una determinata università, la cosa più importante è capire cosa la facoltà voglia da voi. Leggete attentamente la sezione dedicata del sito istituzionale e, semmai, contattate l’amministrazione della Graduate school. Ma potete fare anche molto altro. Secondo Luca Parolari, non bisogna «aver paura di mandare email», dice riguardo al mettersi in contatto con professori e ricercatori. Perché se non ti rispondono, «probabilmente non hanno neanche letto l’email. Ma se ti rispondono ti svoltano la vita».
Un’altra opportunità è iscriversi al gruppo Facebook Ph.D. Postdoc e Ricercatori italiani in USA gestito da Francesco Restuccia e Federica Scaletti. Al momento conta 1.300 membri e potrete trovarvi le risposte ai vostri dubbi più concreti – come informazioni sui visti sulla burocrazia statunitense – così come il supporto di un’intera comunità di ricercatori e studenti. Per entrare, tuttavia, non basta essere curiosi: bisogna rispondere a tre domande e la selezione è rigorosa. Francesco Sciortino, invece, vi invita a mettervi in contatto con l’Associazione Italiana Studenti di Fisica (AISF), a cui ha contribuito in prima persona e che cerca di aiutare gli studenti italiani a fare esperienze di ricerca. Inutile dirlo, si tratta di un’associazione dedicata ai fisici.
Infine, sfruttate internet. Sulla struttura delle carriere nel mondo accademico americano, l’Istituto Universitario Europeo ha raccolto in una sola pagina molte utilissime informazioni, che spaziano da come è organizzato il sistema universitario fino alle tabelle degli stipendi per tipo di contratto. In cinque minuti su un motore di ricerca, invece, troverete informazioni di qualsiasi tipo (e anche di dubbia affidabilità): ci sono blog e forum dedicati al dottorato negli Stati Uniti, o siti internet come NextScientist (che ha l’ambizioso obiettivo di aiutare i dottorandi a restare motivati, a laurearsi, e a trovare finalmente un lavoro) che vi offriranno articoli, informazioni, e soprattutto molti servizi a pagamento. Magari, cercate di non farvi truffare.

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